Fiumefreddo: la storia infinita dell’ex cartiera Siace

Territorio avvelenato da amianto ed eternit, vicino alla riserva naturale.

A pochi metri dal litorale di Marina di Cottone, nella località di Fiumefreddo di Sicilia in provincia di Catania, si trova l’ex sede della SIACE, un immenso stabilimento industriale fondato nel 1964 dal banchiere messinese Michele Sidona. L’industria, un’ex cartiera dove venivano prodotti cartoni per le uova, si trova da anni al centro di complesse e burrascose vicende che si intrecciano con i pericoli per l’ambiente e per la salute umana e con lo spreco finanziario. Negli anni ha subito vari sequestri per la presenza di amianto e altri rifiuti pericolosi che, a seguito della rimozione, non sono stati smaltiti in maniera corretta, ma interrati. Si tratta di un’area di circa 40 ettari che comprende l’ex SIACE e un’altra cartiera più piccola, la Keyes situata sullo stesso territorio, che oggi rappresenta una vera e propria bomba ecologica, l’ennesima in Italia. All’esterno della struttura si nota un cartello con scritto "area sottoposta a bonifica", che però risale al 2010.

Entrando non si può fare a meno di notare le notevoli dimensioni di questo complesso industriale, il cui aspetto fatiscente è il risultato dell’incuria umana che dura da decenni. Fa un certo effetto pensare che  l’intero territorio sia un accumulo di veleni così vicino alla riserva naturale e al mare. Dei vari capannoni che originariamente andavano a costituire la cartiera, non rimane che lo scheletro e le macerie all’interno con una fitta vegetazione che cresce ormai selvaggia. Piloni, tubature, calcinacci e residui di ventitré anni di attività industriale, questo è quello che si nota in maniera evidente all’interno delle strutture che compongono il complesso industriale.

Nota dolente della cartiera sono stati i rivestimenti di amianto ed eternit in molte parti, frutto dell’edilizia degli anni Sessanta nella quale questo materiale veniva sfruttato per le sue proprietà di resistenza alle alte temperature e agli agenti chimici. Tali rivestimenti sono stati rimossi ma, come riportato da LiveSicilia Catania, secondo le ipotesi della Procura di Catania che ha concluso le indagini nel 2014, il materiale pericoloso è stato interrato, inoltre tracce di questi rifiuti hanno inevitabilmente inquinato il terreno circostante.

La storia dello stabilimento è particolarmente complessa e diverse informazioni rilevanti sono state rilasciate da Claudio Longo, segretario provinciale della Cigl di Catania e responsabile ambiente e sicurezza, lo scorso giugno, durante la presentazione del libro-inchiesta della giornalista Stefania Divertito “Una spiaggia troppo bianca”.  La SIACE dichiara il fallimento nel 1987 e fino al 1998 riversa in uno stato di abbandono che porta la struttura al degrado, situazione particolarmente favorevole a Cosa Nostra. Nel 1998 viene sottoposta a sequestro per la prima volta per i materiali pericolosi che sono stati trovati.

I numeri parlano chiaro: Claudio Longo ha dichiarato a LiveSicilia Catania che per 40 ettari di terreno sono state rilevate 1500 tonnellate di amianto alla SIACE e 500 tonnellate alla vicina Keyes, per un totale di 2000 tonnellate di materiali pericolosi.

Nel 2000 la Provincia di Catania acquista l’area della SIACE per 17 miliardi delle vecchie lire e vengono iniziati una serie di lavori allo scopo di trasformare il sito in un parco a tema, ma tutto si blocca e l’area rimane in un perenne stato di abbandono con i rivestimenti di amianto ed eternit che proseguono il loro inarrestabile cammino verso l’inquinamento del terreno, andando ad intaccare un’area di rilevante pregio naturalistico, oltre a costituire un pericolo non indifferente per la salute delle persone che vivono a Fiumefreddo.

Dopo otto anni il sito viene messo nuovamente sotto sequestro e nel 2010 la Provincia di Catania vince una gara d’appalto per la bonifica del terreno. Nel 2012 segue un terzo sequestro del sito e due anni dopo la Procura di Catania conclude le indagini giungendo alla conclusione che il materiale pericolo è stato rimosso ma smaltito in maniera non corretta.

Una vicenda che ancora non ha trovato fine in quanto attualmente il sito si trova in una situazione di stallo e l’unica certezza è il pericolo ambientale e per la salute umana che rappresenta l’intera area in quanto “deposito” di materiale cancerogeno su cui occorre puntare i riflettori nella speranza di sbloccare la situazione affinché i 40 ettari di territorio vengano completamente bonificati.