Top 20: I migliori album dell’anno 2016

LA TOP 20 DEL 2016!
I migliori album dell’anno appena trascorso visti da Manuel Maverna
”super redattore” di Music Map Italia.   top-20-tracks-of-2014-600x356

No, carissimi: in questo rituale rendez-vous di fine anno non troverete David Bowie e Frank Ocean, Leonard Cohen e Beyoncé, Nick Cave e Radiohead. Non avete bisogno di leggere su queste colonne l’ennesima – per carità: indiscutibile, o quasi – celebrazione di artisti di tanta & tale notorietà da non necessitare certo di un’altra vetrina oltre a quelle già guadagnate, sebbene non manchino nemmeno chez nous alcune puntate ai piani alti, nazionali e non. Bowie lo abbiamo ascoltato tutti, Giorgieness no. E’ un dato di fatto, al di là di meriti, popolarità, caratura, centralità.
marchio_ombraMusic Map, è una realtà che da undici anni si muove in un ambito che le sia congeniale: un gruppo di appassionati che non ha necessità di celebrare con particolare enfasi le gesta di artisti già ampiamente considerati da testate ben più blasonate, ma che vorrebbe consigliarvi di accostarvi a lavori pregevoli che difficilmente entrerebbero nel vostro lettore senza la dritta di chi li ha provati.

afterhoursCi piacerebbe – senza presunzione alcuna – portarvi a scoprire, come facciamo quotidianamente con le nostre limitate forze, artisti che calcano le scene da dieci, quindici, magari vent’anni senza godere della popolarità di Kanye West né della visibilità di PJ Harvey, gente il cui nome stenta a trovare adeguata risonanza al di fuori di una certa nicchia ben protetta e nascosta. wilco
Music Map ha sempre lavorato alla definizione di una propria identità, di una specificità che la renda, nel suo piccolo, riconoscibile: non siamo talent-scout alla ricerca dell’oro nei demo casalinghi, ma tra i basement tapes dei debuttanti da scantinato ed i Wilco c’è un mondo che desta interesse e merita attenzione.
In conclusione, permettetemi una nota di merito per alcuni dischi che, per vari motivi, non figureranno nella Top 20. In primis “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” dei Colonnelli, trio del grossetano che ha dimostrato la possibilità di creare metal (?) credibile in italiano, e scusate se è poco; quindi “Trinakristan” dei Giufà, in definitiva l’album che ho ascoltato più di ogni altro nel 2016, un lavoro divertente adatto a ravvivare le più disparate situazioni: 14_trinakistan-600x343benché siano stati Disco Music Map ad inizio anno, entrambi sono stati pubblicati nel dicembre 2015 e dovevano purtroppo essere esclusi dalla classifica.

 (I Giufà nascono a Solarino, piccolo paese nella provincia di Siracusa, nel settembre 2004, da un progetto ideato da Marco Urciullo (percussionista) e Seby Burgio (tastierista), con l’intento di creare una band capace di produrre un sound che rispecchiasse i suoni del nostro mediterraneo – sotto il gruppo durante il Festival della Canzone Siciliana – n.d.r)

giufa

Proseguo con “Buzz” dei modenesi The Chicken Queens, che non sono stati Disco Music Map solo per una sfortunata coincidenza di carattere puramente editoriale; infine due ep di quattro brani ciascuno, ossia “Addio Pimpa” di Angelo Sava, visionario ed irrequieto, e soprattutto “Antera” dei Karoshi, band vicentina che potrebbe aver inventato qualcosa, magari senza saperlo.
Grazie a voi tutti: a chi suona, a chi produce, a chi scrive, a chi legge, a tutti coloro che magari ascolteranno un disco che proprio noi abbiamo consigliato e la cui bellezza languiva – insospettabile ed inesplorata – sul fondo del fiume. State bene, alla prossima.

1) SONGS FOR ULAN – “Middle aged – middle ages” songsforulanmiddleagedmiddleages

Spegnete le luci, si va in scena. Pietro De Cristofaro – da Napoli, U.S.A. – prende per mano un esercito di ombre ed inizia la discesa. Sono mille meste variazioni in noir a rincorrersi in un diorama trafitto da dolenti note, un po’ Waits, un po’ Cave, un po’ National, un compendio di melanconia che ti si incolla all’anima con eleganza desolatamente crepuscolare. It’ll end in tears, e sarà bellissimo. (brano migliore: ”Pluto”)

2) DIIV – “Is the is are”

Su un nastro trasportatore scorrono diciotto canzoni lisergiche, psichedeliche sì nell’accezione classica del termine, ma intrecciate ad un pop sbilenco e narcotizzato. Un filo di voce, echi shoegaze, riverberi, delay, melodie circolari ad assecondare un 4/4 che pare impossibile da interrompere ed un senso di piacevole smarrimento completano il trip, dolce naufragio. E poi daccapo.
(brano migliore: ”Out of mind”)

giorginess-la-giusta-distanza3) GIORGIENESS – “La giusta distanza”

La ragazza si farà eccome, anche se ha le spalle strette. Picchia, la biondina, uno scricciolo inviperito capace di tutto. Sa accarezzare e sa sfregiare, giocando al gatto col topo come e quando le pare. Mi raccomando, signorina, non si smarrisca nel mezzo del cammin: occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini.
(brano migliore: ”Come se non ci fosse un domani”)

4) SOFT GRID – “Corolla”

Intellighenzia berlinese al servizio di una contemporaneità algida e contorta, labirintico espressionismo che intreccia musica colta e suggestioni elettroniche viscerali, lezioni kraute e tentazioni avant in un trompe-oreilles inquieto e distante. Progetto dalle mire insondabili, improbabile trio sbilenco che nobilita il post senza ipotizzare un pre.
(brano migliore: ”Herzog on a bus”)

5) AFTERHOURS – “Folfiri o folfox” afterhours-2

Avrai altro dolore all’infuori di questo, e mai basterà parlarne. Requiem per un padre, sinfonia agonizzante che non canta la fine, bensì la disseziona, la sviscera, la guarda in faccia: Agnelli soffre, grida, si contorce, poi soffre di nuovo come in un girone dantesco. Intravede forse una luce in fondo al vivere, fra i molti dubbi e le domande che assillano la mente. Non sempre il necessario è anche bello: lacerante, questo sì. (brano migliore: ”Grande”)
Il rock aiuta a sopravvivere anche a un lutto

6) KELEVRA – “Cronache per poveri amanti”

Firenze, lo sai, non servirà a cambiare la musica che gira intorno, ma regala un album di pop talmente perfetto nella sua limpida semplicità da meritarsi adeguato plauso ed ascolti reiterati. Magna cum laude quattro ragazzi d’Etruria, umili ed entusiasti del mestiere di girovaghi, senza nulla inventare beatificano minuscole gemme di musica leggera: canzoni per tutti, mica lapislazzuli. (brano migliore: ”Non hai gravità”)

7) SPARTITI – “Austerità” spartiti

Un indisciplinato narratore ed un introverso compositore ricominciano dalla fine di altri viaggi, senza cambiare il canovaccio ma mutando copione. Qualcosa si sposta, tempus fugit: vola via quasi tutto il divertimento, rimangono scorie di vite sbrindellate, dissolte, smembrate. La musica non è finita, ma adesso è triste, come quando qualcosa o qualcuno se ne va per sempre. (brano migliore: ”Sendero Luminoso”)

8) PREOCCUPATIONS – “Preoccupations”

Non c’è luce, nemmeno uno spiraglio, nel torbido mondo fosco di Matt Flegel. Non ce n’era nei solchi degli Women, men che meno nella parentesi Viet Cong, non se ne trova nel nuovo capitolo emblematicamente chiamato Preoccupations. Le contorsioni del passato cedono spazio a qualche apertura, timida ed incerta, ma la sostanza non muta: exit music opprimente, incupita, soffocante, storta.
(brano migliore: ”Stimulation”)

god-damn_everything-ever_9) GOD DAMN – “Everything ever”

Arrivano i barbari, questa volta da Albione. Due lupi famelici all’assalto, trucidi e sanguinari, sventrano canzoni che sembrano rigurgiti in un ribollire di virulenta ferocia. Niente di nuovo, se non la furia applicata alla materia, un monolite stordente che non fa prigionieri mentre mena fendenti alla cieca. Insaziabili, indomiti: inutile invocare clemenza, la bocca dal fiero pasto non la sollevano mai.
(brano migliore: ”Fake prisons”)

10) NANCO – “Acerrimo”

Strana gente, i cantautori: quando sembra che abbiano detto tutto riescono a trovare un altro coniglio nel cilindro. L’ età non è più verde, ma l’uomo è onesto e sincero, parla una lingua antica e la parla bene. Ha accenti raccolti in giro in una vita d’avventura, canta di ciò che sa e non teme il flop. E’ spavaldo, attrae, incanta: soprattutto, sorprende.
(brano migliore: ”Amsterdam”)

toucheamore-137701889111) TOUCHE’ AMORE’ – “Stage four”

Come gli Afterhours di “Folfiri o folfox”, per identici luttuosi motivi i bardi del post-hardcore losangelino scavano a piene mani tra le pieghe della morte e ne fanno arte scomoda. Ogni sillaba è un grido, un’invocazione, una furente dichiarazione di colpa ed impotenza di fronte all’ineluttabilità del destino ed all’infinita vanità del tutto. Senza redenzione, senza uscita. (brano migliore: ”Flowers and you”)

12) ANGELO SICURELLA – “Orfani per desiderio, vol. 1”

Musica ostica ed infida, elettronica singhiozzante e buia che trascina con sé le scomode vicende narrate: vite spezzate di migranti del mare, inghiottiti alle soglie di un inferno liquido il cui brusio riecheggia in un album complesso e denso. Un baritono impaludato in onde scure segna la cronistoria di ordinario massacro che va in scena dall’altra parte del vetro. Opprimente tragicità, soffocante realismo 2.0.
(brano migliore: ‘‘Lingua sul cemento”)

13) THE SWEET RELEASE OF DEATH – “The sweet release of death” sweet-release

Il trucco è vecchio, ma può ancora funzionare. Scheletriche canzoncine slabbrate ingoiate dal frastuono delle chitarre: già visto, n’est-ce-pas? Tre fantasmini dalla terra dei mulini riprovano a spaventare i bimbi con boccacce e rumori assortiti: sembrano elfi, ma sotto le maschere si celano demoni, i soliti vecchi spettri che proprio non se ne vanno mai, lasciandosi alle spalle l’ennesimo sferragliare di catene, odore di zolfo, ecc. (brano migliore: ”Smutek”)

14) NoN – “Sancta sanctorum”

C’era una volta il dark: ma piano a celebrarne i funerali, che le tenebre non hanno età. Tre anime dannate di lungo corso aprono quella porta, spalancando altro buio sul medesimo abisso: lo fanno mormorando un linguaggio atavico, dispensando una sibillina benedizione il cui eco risuona fra i tetri anfratti di un labirinto impenetrabile. Bel rebus, spaventoso e affascinante come certe volte un precipizio sa essere.
(brano migliore: ”Come l’ombra”)

15) JULIAN MENTE – “Non c’è proprio niente da ridere”

Quattro umbri cattivelli stravolgono le istruzioni del giocattolo che è il rock in Italia: sottraggono, distorcono, pervertono, modificano. Affinità o divergenze? Non crediate ai paragoni: foga e rabbia non si inventano né si copiano, neppure si prendono a prestito. Qui c’è un amaro masticare, un rimuginare livoroso che deflagra in frammenti di esplosività sghemba e incattivita: tutto originale.
(brano migliore: ”Stare bene oggi”)

16) VANESSA PETERS – “The burden of unshakeable proof” vanessa-peters

Una bionda signora dagli occhi cerulei canta con soave dolcezza di passato e presente, d’amore ed altre storie già vissute e narrate. Ma lo fa con una purezza che risuona come cristallo, su un suono che è una carezza, ad un passo rilassato che invita all’abbandono. Un disco come mille altri, ma perfetto nella sua ammaliante lievità, voce di sirena che per una volta non inganna.
(brano migliore: ”206 bones”)
Le canzoni hanno tutte un filo comune: la “determinazione di fronte alla disperazione, e la volontà di gettare le catene del passato per andare avanti

17) THE LILLIE LANGTRY – “Jersey Lily”

Tre bolognesi truccati da rockstar sputano veleno garage in un pandemonio fintamente rozzo, in realtà dispensando lampi di gloria che rimandano a tutt’altri lidi e latitudini. Veemenza truce e malevola che sa di cuoio e puzza di elettricità, sberla inattesa che prelude a chissà quali sviluppi. Misteriosi, fragorosi, diretti, autentici. Un prodigio di concisione ed efferatezza.
(brano migliore: ”You will find me”)

0001873705_10018) FEU ROBERTSON – “Sticky situations with troubles”

Cinque francesi di Reims incuranti di rischi e pericoli declinano in proprio non si sa quale verbo: non è folk, non è pop, non è rock e non sta da nessuna parte, eppure funziona in qualche modo inspiegabile. Ipnotizza e depista in un unico, interminabile disco infedele a qualsiasi linea, una spirale mesmerizzante che conduce altrove mentre si rimane al punto di partenza. Travelling without moving, o chissà cos’altro ancora da scoprire.
(brano migliore: ”Haunting old joys” – ancora qualche forma ancestrale di suono da Doors per il mondo)

19) RAZZI TOTALI – “La città del niente”

Non basta sapersi accoppiare con una donna per essere Rocco Siffredi, come non bastano una chitarra, un basso e un batterista veloce per fare punk. Ci vuole stile per suonarlo bene, il punk, ed occorre serietà per cantarlo in italiano ed essere credibili. E c’è bisogno di mestiere e di classe – classe, ça va sans dire – per reggere la baracca per ventuno pezzi e quarantatre minuti da divorare avidamente. E senza una parolaccia: anche questo è punk, ma bisogna saperci fare.
(brano migliore: ”La ragazza insolita”)

20) NEVICA NOISE – “Sputnik”

Una defilata eminenza grigia combattuta fra wave ed elettronica trova l’anello mancante fra sé e sé in un mirabolante equilibrio di suoni ed atmosfere, raccontando in sola musica di mondi lontanissimi, incredibilmente vicini. Tessiture che si lasciano apprezzare svelandosi timide, ricami che prendono forma in fogge inaspettate, frementi e pulsanti come vibrazioni sottopelle.
(brano migliore: ”Crisalide d’aria”)

(courtesy MusicMap.it)

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