Calcio, Italia: notti… fradicie (di lacrime e rimpianti)

Lo 0-0 maturato a San Siro nel ritorno degli spareggi per la qualificazione al Mondiale del prossimo giugno sbarra la strada alla Nazionale per la competizione. Un risultato che, probabilmente, è solo la punta di un iceberg

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L’Italia non parteciperà al prossimo Mondiale di calcio. Una notizia shock non solo per il popolo italiano ma per tutti gli appassionati di questo sport nel mondo. Un avvenimento che ha dell’incredibile specie se si considera che l’ultima e unica volta (finora) che era accaduto era stato per il Mondiale del 1958. Il destino – a volte crudele – vuole tra l’altro che quell’edizione della Coppa del Mondo si disputò proprio in Svezia, carnefice oggi della Nazionale di Ventura. Quella mancata qualificazione faceva seguito ad altre spedizioni azzurre che non avevano portato a grandi risultati (seppur avendovi comunque partecipato), complice forse anche i tragici lasciti della Seconda Guerra Mondiale e della tragedia di Superga. Sessant’anni dopo l’Italia, per la seconda volta, non stacca il pass per la competizione. Qualcosa di impensabile undici anni fa quando proprio gli azzurri vincevano la prestigiosa coppa ma che si è presto trasformato da incubo a realtà. Poche scusanti, troppe forse le cause che hanno inciso su questa “tragedia all’italiana”.

IL TUNNEL DEL CT Ventura, che al Torino come in altri club ha dimostrato di essere un buon tecnico, è stato eletto subito a primo colpevole. Difficile dare torto ai tifosi che accusano il tecnico, più che altro perché un risultato come questo non ha davvero alcuna scusante. L’allenatore è sembrato “confuso” nelle idee tattiche non solo con la Svezia ma anche in precedenza. La disfatta contro una Spagna senza dubbio più assestata era già stato un campanello di allarme per tutto ciò che è avvenuto dopo, comprese vittorie mai convincenti contro squadre meno blasonate. Forse è mancata la “presa” del tecnico anche sullo spogliatoio. L’immagine di un senatore come De Rossi durante il match di ritorno contro la Nazionale scandinava in cui il centrocampista si infuria perché viene mandato lui a riscaldarsi piuttosto che un giocatore offensivo come Insigne è forse il simbolo più evidente di tutto ciò.

CAMPIONI Il grande punto di domanda è: questa Nazionale meritava davvero di non partecipare ad un Mondiale? Vedendo la prestazione in campo e considerando che per ben 180’ non si è riuscito ad affondare un colpo decisivo alla modesta Svezia, forse sì. Considerando però il talento dei singoli sembra davvero un peccato. Sicuramente, qualora avesse partecipato, la nostra Nazionale non sarebbe stata considerata tra le favorite alla vittoria finale ma, come sempre, avrebbe potuto cercare di dire la sua. Il dubbio però è che forse manchino quei campioni che nel 2006 hanno ottenuto il risultato opposto a quello. Di quell’annata sono rimasti solo il sempre impeccabile Buffon e un Barzagli (all’epoca non titolare) e un De Rossi che pur rimanendo efficaci e affidabili sentono inevitabilmente il peso di undici anni in più sulle gambe. Eppure “i nuovi” non hanno convinto. L’eredità di Pirlo doveva essere raccolta da Verratti, probabilmente il giocatore più talentuoso degli azzurri. Prima di saltare il ritorno per squalifica però, l’ex Pescara all’andata (come in Spagna) non era riuscito completamente a prendere in mano il gioco. Discorso simile per gli attaccanti: Immobile e Belotti, vere macchine da goal in campionato, sembrano stentare in azzurro, non riuscendo a ripercorrere le orme di predecessori come Toni, Inzaghi o Vieri (assente però nel 2006). Nessun singolo è riuscito a fare la differenza e, d’altro canto, neanche il gruppo è sembrato così unito.

CAMBIAMENTO Il punto di prima si lega inevitabilmente a un problema generazionale e di movimento calcistico. Si può dare solo la colpa ai giocatori? Si può dire che nel 2006 si vinse grazie alla generazione di fenomeni dell’epoca che ora manca? È evidente che i nostri giovani talenti debbano ancora dimostrare tutto. Giocatori come Rugani, Romagnoli e Bernardeschi, di indubbia qualità, pagano il fatto di non giocare titolari o di non farlo con prestazioni sempre positive e tutto ciò si riversa anche chiaramente sul destino azzurro. Il problema però risiede forse anche nei club e nelle politiche della Federazione. I pochi italiani (di qualità) visti in campo in Serie A inevitabilmente complicano le scelte di qualsiasi CT. Forse, considerata la tendenza a cercare dei possibili “crack” a prezzi minori all’estero da parte dei club italiani, sarebbero necessario per risollevare il movimento calcistico italiano, regole più ferree riguardo allo sviluppo dei prodotti del vivaio e degli schierabili in campo. L’idea delle “squadre B” (come, non a caso, si fa in Spagna) era già un ottimo punto di partenza. Limitativo, radicale ma forse importante potrebbe essere anche imporre un numero minimo di giocatore della nazione in campo, dando ovviamente il tempo ai club del paese di adeguarsi alle nuove regole. Certo è che chiunque prenderà ora in mano le redini dei colori azzurri dovrà necessariamente apportare un cambiamento radicale. E un cambiamento anche a livello di sistema potrebbe giovare e facilitare le cose.

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