Riso: obbligo di indicazione di origine in etichetta

Vittoria di Coldiretti e dei tanti produttori del nostro Paese.  E c’è chi esulta anche dalla Sicilia, che fu la prima a coltivarlo.

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Certo, la battaglia sembra un po’ quella di Davide contro Golia. Ma ricordate chi, alla fine, ha avuto la meglio? In questo caso, l’eroe Davide sono i tanti nostri produttori italiani di riso che sfidano il gigante Golia rappresentato dall’Asia, che in fatto di riso ha i suoi numeri non indifferenti a livello mondiale! Una battaglia vinta è quella dell’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta da oggi anche per il riso, appunto, dopo che leggi ad hoc hanno riguardato altri comparti importanti della produzione agroalimentare, come il latte e il grano. La vittoria è significativa per i nostri agricoltori, se si considera che nel solo 2016 in Europa sono stati importati 244 milioni di chili di riso dall’Asia a dazio zero. Ma è una vittoria anche per i consumatori, che chissà quante volte hanno acquistato riso straniero senza saperlo. Secondo recenti statistiche, infatti, almeno un pacco di riso su quattro negli scaffali dei supermercati non è italiano.

Il comparto del Made in Italy, dunque, si arricchisce di un ulteriore scudo di difesa, di tutela e di valorizzazione dei nostri prodotti, mentre (si legge nell’Ansa) “l’annuncio dell’etichetta salva-riso lo ha dato il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, in diretta agli agricoltori, che si erano dati appuntamento in migliaia davanti al dicastero. Un sit-in organizzato dalla Coldiretti, che da sempre ha condotto questa battaglia per tutelare un primato tutto italiano. In accordo con il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, – ha detto Martina – è pronto il decreto per la sperimentazione dell’obbligo di indicazione di origine in etichetta e lo chiederemo a livello europeo pronti ad introdurre questo strumento in Italia”. Tra le altre misure annunciate dal ministro, – prosegue l’Ansa – la richiesta a Bruxelles dell’attivazione delle clausole di salvaguardia, in modo da prevedere meccanismi più forti di tutela dei redditi dei produttori; la possibilità di estendere al settore risicolo, dopo quello del grano, la sperimentazione dell’assicurazione agevolata salva-ricavi per i produttori. Verranno infine investiti 2 milioni di euro sulla promozione delle qualità del riso tricolori. La realtà è che gli agricoltori oggi sono costretti a vendere 3 chili di risone, il greggio appena raccolto, per pagarsi un caffè”.

E la Sicilia? Questo paradiso gastronomico che ha da raccontare secoli e secoli di storia a tavola, quanto è toccata da questo comparto? Lo abbiamo chiesto a colui che probabilmente è e rimane l’unico produttore di riso nell’Isola più grande del Mediterraneo, se si eccettua un tentativo (sembra positivo) di coltivazione di riso nella Piana di Catania in questi anni. È Angelo Manna, agricoltore e produttore nell’Ennese, a Leonforte, dove la sua azienda (se riuscirà, come sembra, nell’impresa) cambierà addirittura il percorso storico di questo comparto.

Già, perché la Sicilia – ci spiega Angelo – è stata addirittura la prima regione in Europa a coltivare riso. Lo introdussero gli arabi intorno all’anno mille e la cultura del riso entrò di diritto nelle tradizioni gastronomiche dell’Isola. Basti pensare – prosegue Manna – a piatti e preparazioni culinarie che sono l’essenza stessa della nostra tradizione: primo fra tutti, l’arancino, senza dimenticare poi le crispelle di riso, i timballi, piatti che spopolarono nel Regno delle Due Sicilie”.

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Angelo Manna

La storia, però, come sempre fu cambiata dalla politica e così cinque anni dopo l’unità d’Italia una legge vietò la coltivazione di riso vicino ai centri abitati. La motivazione ufficiale fu per evitare il rischio di contrarre la malaria. In realtà, le motivazioni politiche (ed economiche) furono più profonde e Cavour e il suo Piemonte (grandissimo produttore di riso) le influenzarono non poco. Poi arrivarono le bonifiche di Mussolini e del regime fascista negli anni ’30 e le colture si convertirono in produzioni di grano e agrumi, ritenute più redditizie.

Per questo – conclude Angelo Manna – oggi riteniamo che dietro la coltivazione di riso in Sicilia non ci siano solo motivazioni economiche, certo importanti, ma anche storiche e socio-culturali. Naturalmente esprimo soddisfazione per questa battaglia vinta per l’intero Made in Italy e sarebbe auspicabile estendere questa tutela a tutti gli altri prodotti agroalimentari del nostro Paese, in cui la Sicilia ha un ruolo importante. Qui da noi siamo nuovamente in fase di preparazione del terreno per la semina, che inizierà tra un mese e poi passeremo alla coltivazione vera e propria. Il riso sarà pronto tra fine settembre e i primi di ottobre. In questi anni abbiamo avuto alti e bassi, ma abbiamo anche ricevuto il supporto non indifferente da parte dell’Ente Risi con sede a Vercelli e di spessore nazionale”.

Infine, le reazioni positive di Coldiretti Sicilia: “Fine dell’inganno, – si legge in una nota dell’ufficio stampa – 1 confezione su 4 è estera. Con l’ok all’indicazione di origine obbligatoria per il riso si pone finalmente fine all’inganno del falso Made in Italy con un pacco su quattro venduto in Italia che contiene prodotto straniero all’insaputa dei consumatori. Ad affermarlo è Francesco Ferreri presidente di Coldiretti Sicilia nel commentare il risultato della mobilitazione “SosRisoItaliano”.

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