‘La Fortuna con la F maiuscola’ di Idonea al Metropolitan di Catania

La Fortuna con la 'effe' maiuscola con Gilberto Idonea al Teatro Metropolitan di Catania il 27 e 28 Aprile.

Questa commedia è uno dei classici del teatro napoletano, che si rifà alla commedia dell’arte e alla farsa con il semplice intento di divertire ed emozionare. È stata scritta a quattro mani da Eduardo De Filippo e da Armando Curcio e venne rappresentata la prima volta, dalla Compagnia De Filippo, al Teatro Alfieri di Torino il 24 marzo del 1942, dove ebbe un successo notevole.

La pièce teatrale segna il momento di maggior collaborazione tra i due autori e, al tempo stesso, quasi la fine di questo rapporto per via di uno strascico di una vertenza legale. Armando Curcio (1900-1957) è forse più noto come fondatore dell’omonima casa editrice, ma dobbiamo ricordare che è stato anche un autore teatrale apprezzato ai suoi tempi. Ha collaborato con diversi autori e attori teatrali e, tra gli altri, con i fratelli De Filippo. Eduardo de Filippo (1900-1984) è uno dei maggiori commediografi italiani del secolo scorso, la cui produzione e le cui abilità di attore sono note e riconosciute.

Nelle commedie per le quali i due autori hanno collaborato, la comicità nasce dall’ambiente e dalla situazione scenica dei personaggi. È una comicità che si trova dappertutto, anche tra il dolore e le lacrime, dipingendo situazioni grottesche, apparentemente non molto reali. Allo sforzo di divertire il pubblico, gli autori abbinano sempre una morale, un contenuto che porta lo spettatore a riflettere su qualche aspetto della vita dell’uomo, evidenziandone le condizioni di bisogno morale, materiale o di giustizia.

Il protagonista de La fortuna con l’effe maiuscola è un uomo che, sebbene colpito e amareggiato dalla vita, non rinuncia alla lotta per affermare la propria sopravvivenza.
Cerca di salvare la propria dignità, e per questo ricorre a sberleffi e risa, mascherando, soltanto in apparenza, il volto tragico della vita di chi è povero e, a volte per questo stato, maltrattato dalla sfortuna. Nella commedia si parla della povertà, della fatica di tirare avanti, e il nostro protagonista è talmente povero, che vive sempre col desiderio di fare soldi; è l’unico suo pensiero, come se la fortuna di avere soldi potesse togliergli ogni problema. In effetti, scrive Renato Simoni, «Giovanni è posto tra il bagliore dei milioni e lo squallore della miseria passando dalla rabbia alla speranza, dall’avvilimento alla concitazione con una continuità e intimità che esilarano e commuovono». Infatti, Giovanni, pur di racimolare denaro, firma letteralmente carte false e finisce così per mettersi nei guai. 

La commedia evidenzia un enorme carico di dolore individuale, familiare e sociale e, pur se strappa risate, esse non sono ridanciane ma di duro umorismo, proprio quell’ironico divertimento che ci dona la “realtà” quando, paradossalmente, supera l’inventiva. Il finale non culminante nella risata, ma fortemente connotato di umanità, è certo eduardiano, aperto pertanto a una speranza che è istanza sociale. Di Curcio, più propenso al surreale, troviamo, invece, il segno in lampi di battute del primo atto e ancora nelle improbabili alterne vicende sia economiche che legali del secondo atto.

La catarsi finale: anche se arriveranno i soldi, sarà la conquista dell’affetto della famiglia e del figlio adottato e disabile, la vera fortuna... la fortuna con la effe maiuscola.

 

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