Un coraggioso Flauto Magico accolto da luminoso successo al Bellini di Catania

L’opera di Mozart che combatte il vizio ed esalta la virtù, con l’ottima direzione d’orchestra di Gianluigi Gelmetti direttore stabile del teatro catanese, ha nella première ed apertura di stagione riscosso ampio e luminoso successo di pubblico, sia per le voci notevoli e di laudevole caratura, che per le scelte coraggiose del regista Pierluigi Pizzi

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L’opera di Mozart che combatte il vizio ed esalta la virtù, con l’ottima direzione d’orchestra di Gianluigi Gelmetti direttore stabile del teatro catanese, ha nella première ed apertura di stagione riscosso ampio e luminoso successo di pubblico, sia per le voci notevoli e di laudevole caratura, che per le scelte coraggiose del regista Pierluigi Pizzi.   Come è stato notato, da tanto tempo a Catania non si dava una opera di Mozart, e che Mozart! Non una delle cosiddette minori, ma quello che comunemente si intende come “testamento spirituale” del sommo artista salisburghese, ovvero la “fiaba” in due atti la quale compendia l’intiero percorso vitale dell’artista, che attraverso allusioni e simboli esalta la nobile confraternita a cui fu iniziato, la Massoneria, di contro alle tenebre della superstizione, del fanatismo, delle scelte negative dell’animo. Filosofia non facile da comprendere anche per gli “iniziati”, figurarsi da trasmettere al grosso pubblico: per di più all’epoca (il Flauto è del 1791, prima rappresentazione a Vienna fine settembre di quell’anno, direttore lo stesso Mozart) l’intendimento dell’autore (Emanuele Schikanender è autore ufficiale del libretto, si sa che lo stesso Mozart intervenne decisamente nella stesura del testo, non solo delle parti musicali:  Schikanender fu il primo Papageno) era creare la prima opera nazionale tedesca, da qui la scelta di utilizzare la lingua materna.   Mozart fu (nonostante le scomuniche) un buon cattolico ma anche un convinto adepto della Massoneria, a cui venne iniziato nel dicembre 1784  nella loggia viennese “La Beneficenza”: ascese rapidamente i gradi iniziatici venendo elevato a Maestro poco tempo dopo e coinvolgendo pure il padre Leopold in questa avventura interiore, viaggio dell’anima e del corpo, nonché l’amico Franz Joseph Haydn, il quale emigrando in Inghilterra (“patria” della Massoneria, ove fu rifondata secondo la formula “speculativa” il 24 giugno del 1717) potè usufruire dei notevoli contatti tramite la confraternita incontrati, per il proseguimento della sua carriera musicale.   E se tutta la vita musicale di Mozart è pervasa da spirito illuministico e umanitario, la Massoneria ne ha delineato il cammino: egli non si fermò certo al Flauto Magico ma scrisse importanti ed appassionanti pagine di musica massonica, tra cui quelle per il Funerale massonico, inni di gioia e melodie per le varie fasi della ritualità iniziatica. Ritualità la quale, se all’epoca svelata ufficialmente (per con la protezione del  sapiente Imperatore Giuseppe II, figlio di quel Francesco Stefano di Lorena primo monarca affiliato alla confraternita e marito di Maria Teresa imperatrice che per un certo periodo perseguitò i Massoni, dònde le allusioni nel testo alla negatività della Regina della Notte) avrebbe comportato in alcuni stati europei, la morte. Indi il nostro scelse di ammantare la fiaba simbolica con la narrativa religiosa dell’antico Egitto (certamente ispirandosi al De Iside et Osiride di Plutarco, magari con il supporto dell’influente capo della confraternita viennese, lo scienziato Ignaz Von Born a cui è probabilmente ispirata la figura del gran sacerdote Sarastro) e diverse scene mirabolanti e di vasto impatto visivo, àtte a colpire la fantasia del grosso pubblico, inframmezzando nel testo messaggi etici ed iniziatici.

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L’edizione catanese di Pierluigi Pizzi ha scelto invece un profilo diverso: allestita con poco, seppure con sfondo adatto di una ideale biblioteca (e non è forse attraverso i libri che si conserva alcuna traccia dellantico sapere…?) e nessuna scena grandiosa, l’opera ha avuto tuttavia in veste “moderna” (Tamino che si innamora di Pamina non attraverso un ritratto ma vedendola nel telefonino, è sintomatico… ma accade oggi, e con ben altre significanze! Il telefonino è divenuto la finestra sul mondo ove si “offrono” sentimenti e cattiverie, amore e odio: accettabile che sia utilizzato in opera simbolica, è anche ben oltre…) la caratteristica di disvelare ciò che per secoli è stato velato: Mozart parlava di Massoneria ma non poteva portarla in scena, Pizzi ha invece scelto non solo di ammantare il tempio e le colonne coi simboli della confraternita, ma anche i protagonisti con le vesti conosciute, degli Iniziati (una buona pubblicistica sui libri e sul web aiuta chiunque a documentarsi in materia): è certo un atto di coraggio ed anche un messaggio politico specie in Sicilia, laddove una legge liberticida da qualche mese approvata dalla Assemblea Regionale impone ai pubblici impiegati di palesare se appartenenti alla Massoneria o meno . Legge che viola la Costituzione della Repubblica (perchè allora non dichiarare apertamente se si è appartenenti all’Opus Dei, ai varii club services ecc) e che ha comportato in passato la condanna delle regioni Friuli venezia Giulia e Toscana alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ove già è stato fatto appello, come anche la Regione Siciliana sarà condannata, ad onta di tali scelte che infrangono la libertà individuale e collettiva e minacciano la democrazia (un convegno svoltosi proprio a Palermo sede ARS il 9 gennaio u.s., presente il Gran Maestro del GOI Bisi, ha stigmatizzato tale incresciosa situazione) : non si può che collegare la regìa del Flauto di Pizzi a tali fatti e lodare il forte messaggio di salvaguardia della libertà di pensiero nonché della democrazia tutta, che tale rappresentazione comporta.  Per altri aspetti, vero è che per alcuni all’oscuro della genesi e del retroterra dell’opera mozartiana, il Flauto magico può apparire di impostazione misogina ed antifemminista (la donna non può accedere ai misteri, Astrifiammante la Regina è il simbolo lunare del negativo…), tuttavia bisogna considerare due aspetti: la Massoneria tradizionale, ieri come oggi, è per scelta di fondo maschile ed esclude la presenza femminile (anche se in passato come nel presente la iniziazione della donna si svolge in alcune associazioni); secondariamente il ruolo della madre essendo prerogativa solo femminile è del tutto essenziale nella genesi speculativa del simbolismo, seppure in tal caso venga trasposto in forma oscura, a tratti macchinosa, con il testo che risente della visione settecentesca che il massone Carlo Goldoni volle stigmatizzare nella commedia coeva “Le donne curiose”: non a caso, uno dei temi ricorrenti nel Flauto, è ilsilenzio verso i profani, specificatamente le profane!   Ma il Flauto magico è molto altro, impossibile qui compendiarne il senso: strumento che muta l’odio in amore, il flauto intagliato nella roccia in una notte magica, permette a Sarastro, laddove Pamina teme che egli punirà la madre, di dire: “In queste sacre sale non si conosce la vendetta! E se un uomo è caduto, l’amore lo conduce al dovere. Condotto da mano amica, camminerà poi contento e lieto in terra migliore. In queste sacre mura, dove l’uomo ama l’uomo, non può nascondersi nessun traditore, perché il nemico viene perdonato. Chi non onora tali insegnamenti, non merita di essere un uomo”. E’ un elogio palese della misteriosofia iniziatica: significa che la perfezione esiste? Tutt’altro, l’ipocrisia è tra le colpe più gravi, ma quando indotta da rancore e risentimento obbligo del mistagogo è purificarsi, altrimenti sarà il tribunale del suo cuore, prima di quello della assemblea, a condannarlo per sempre alla esclusione o al buio dell’anima, rappresentato dalla bramosia cupa di Monostato, che vuole carpire la fanciulla e come tutti i falsi attori (ciò accade quotidianamente in quello che Pirandello chiamava palcoscenico della vita…) vede cadere la propria maschera putrescente, innanzi al puro cuore dell’altrui.

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Coro diretto da Luigi Petrozziello e regia attentamente calibrata quindi: se si vuol fare un appunto, è la non necessaria sensualità che sia nel quadro delle dame e di Tamino iniziale, che nel coniugo dei due Papageni  si è voluto mettere in evidenza: è la moda del periodo ma se consideriamo il contesto svincolato dalle costumanze tradizionali, si può pure tollerare.    Per quanto concerne le voci, se da tempo non si vedeva una partecipazione del pubblico catanese (gremito il teatro ben oltre il terzo ordine, pieno o quasi il loggione e il quarto) al plauso dei cantanti, ciò accadde nel finale: degli oltre dieci minuti di applausi a scena aperta, senza contare quelli numerosi che inframmezzarono l’opera durante le arie più celebri, molti andarono ad Eleonora Bellocci, una brillante e decisa Regina della Notte, con sconfinamenti garbati nei sovracuti e notevole padronanza del difficile personaggio: il pubblico le decretò anche una personale ovazione;  così il basso Karl Huml fu un Sarastro incisivo, scenicamente prestante, più che fondato nelle tecniche da basso, in certi passaggi rammentante il Kurt Moll dei tempi d’oro.   Andrea Giovannini ha convinto con la voce e il recitativo del suo Monostato.  Giovanni Sala ha rappresentato un Tamino leggero, versatile adatto ad ogni circostanza e con il Papageno di Andrea Concetti, conquistarono la scena e il favore dei presenti; così Elena Galitskaya fu una ottima Pamina, dalla voce minuta ma duttile in ogni aspetto del singspiel; incisiva la voce di Oliver Purkhauer Primo Sacerdote, bravo il nostro Riccardo Palazzo nel ruolo del Secondo Sacerdote; lodevoli le tre Dame Pilar Tejero, Katarzyna Medlarska e Veta Pilipenko, bravi i tre fanciulli.   L’orchestra ha per l’ennesima volta dato ottima prova di sè, sia nell’intiera opera, che in quelle difficili pagine dei sei munuti e più dell’ouverture (per chi conosce la partitura, dirigerle non è opera da “apprendisti”…) che Gelmetti ha guidato in maniera egregia, seguendo i cantanti per tutto il percorso.  Pubblico delle grandi occasioni ha gremito il Bellini, con abiti adeguati (notaronsi diversi smoking e per le donne, scenografici strascichi…) e volti noti: dal Sindaco Pogliese all’ex Sindaco Bianco a diversi esponenti della imprenditorialità e società civile catanese; presenti anche rappresentanti dei club Rotary e insigniti degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoja.

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“I raggi del sole dissipano la notte,annullano il potere carpito con frode da ipocriti”: così nel finale Sarastro annuncia la vittoria della Luce sulla tenebra, mentre i nemici sprofondano nel bujo e i due giovani vengono accolti lietamente nel tempio: la “fiaba” ha un lieto fine e la bellezza la saggezza e la forza elevano le loro luci nel perseguimento della verità e della giustizia: il messaggio simbolico si fonde per i secoli nella capacità dell’animo umano di saper comprendere e voler trasmettere, se ciò è possibile. Impresa non semplice ma, se è vero come si scrisse, che alcune scelte si compiono per il miglioramento personale ed il bene della Umanità, può forse affermarsi che il transito passeggero dell’essere umano sulla terra, non si svolse invano.

                                                                                           

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