IL PROCESSO” DI FRANZ KAFKA, ALLA SALA GIUSEPPE DI MARTINO DI CATANIA

CONTINUANO, DAL 15 AL 17 MARZO, ALLA SALA GIUSEPPE DI MARTINO DI CATANIA LE REPLICHE DE “IL PROCESSO” DI FRANZ KAFKA, REGIA DI ELIO GIMBO, PRODUZIONE FABBRICATEATRO. AD APRILE – MAGGIO, PER “IL CASO K”, “LETTERA AL PADRE”, REGIA DI GIANNI SCUTO

Locandina Fabbricateatro Il Processo

Riprendono le repliche il 15, 16 e 17 Marzo 2019, (feriali ore 21.00 e domenica ore 18.00), alla sala Giuseppe Di Martino di via Caronda 82, de “Il Processo” di Franz Kafka, adattamento e regia di Elio Gimbo, produzione Fabbricateatro. In scena Antonio Caruso, Cinzia Caminiti, Alessandro Chiaramonte, Daniele Scalia, Barbara Cracchiolo, Gianluca Barbagallo, Alessandro Gambino e Babo Bepari. Scena di Bernardo Perrone, costumi e canti di Cinzia Caminiti, trovarobato Mario Alfino, luci Simone Raimondo, aiuto di sala Nicoletta Nicotra, auditore Salvo Foti. Lo spettacolo verrà replicato per l’intero mese di Marzo (altre repliche il 22, 23, 24, 29, 30 e 31), ingresso spettacoli Euro 10,00, ridotto Euro 8,00. Info e prenotazioni: 347.3637379.

“Considero da tempo Il Processo di Franz Kafka – spiega il regista Elio Gimboil mio libro, una spada di Damocle che da anni oscilla minacciosa sulla mia testa, una Sfinge che mi osserva muta in attesa del momento in cui mi lascerò divorare. Ad Auschwitz ogni detenuto segnalava con una stella o con un triangolo la propria appartenenza, nei campi dove oggi ammassiamo giovani migranti africani questa diversità risiede nel colore della pelle, nelle nostre carceri la diversità del reato che si sconta produce tra i detenuti una feroce, oppressiva divisione in classi subalterne; nel carattere omologante di tutti questi sistemi, nel “principio che ritorna”, sta la dimensione profetica di Kafka, il diamante che orienta il nostro spettacolo.

Ne “Il Processo” la dimensione tragica di Josef K sta nel suo innocente rivolgersi a invisibili divinità mai sazie di sangue, a sua insaputa è prigioniero di una gabbia eretta da un misterioso padre-padrone precedente a lui, è un uomo che implora un cielo ormai vuoto, un Cristo a cui di divino è rimasta soltanto la croce; la dimensione tragica di Josef K è la medesima dei milioni di vittime dell’olocausto di turno, convinti alla fine di una propria effettiva colpevolezza.

E’ una piccola verità su me stesso quella che sussurra alle mie orecchie questo spettacolo, un’antica medicina per le ferite che mi porto dentro: dalla parte delle vittime, sempre e comunque, se ci tieni a rimanere semplicemente uomo. Il male del mondo per Kafka si chiama “principio di autorità”, e non c’è pensiero, credenza, condizione che possa credibilmente riscattarlo, perché esso fonda il proprio potere sulla capacità di erodere dall’interno la resistenza delle numerose vittime grazie al suo principale alleato, il “senso di colpa”.

Dal 12 Aprile, alle ore 21.00, alla Sala Giuseppe Di Martino in scena “Lettera al padre” per la regia di Gianni Scuto. Repliche il 13, 14, 26, 27 e 28 Aprile e 3, 4, 5, 10, 11 e 12 Maggio. In scena Domenico Maugeri, Barbara Cracchiolo, Alessandro Chiaramonte, Alessandro Gambino e Elisa Marchese. Scene di Bernardo Perrone, costumi di Umberto di Baviera.

I CANTI DI SCENA ESEGUITI DA CINZIA CAMINITI

Non si accetta di curare le musiche di uno spettacolo come “Il Processo” senza pima guardarsi dentro, non si accetta di elaborarne i canti di scena senza avere la consapevolezza di dover entrare a piene mani dentro il dolore. Il nostro è un tempo disgraziato, un tempo disumano, un tempo già vissuto e per questo ancora più triste.  La ricerca di queste canzoni mi ha riportato nei luoghi e nel tempo  di una Storia che non doveva più ripetersi e in un attimo, invece,  mi sono ritrovata qui e ora  con  la certezza  di una sofferenza piantata e cresciuta come la gramigna. Si chiama oppressione questa pianta maledetta ed è una pianta mortalmente velenosa e infestante. Questi canti li ho cercati avidamente e quando li ho trovati ho pianto vere lacrime, li ho messi nel cuore per cantarli ancora, per urlarli, per tramandarli a chi ne avesse nel frattempo perso la memoria e spero, nel riproporli, di dare le stesse emozioni che provo io. La condivisione del dolore è come la condivisione della gioia: fa bene all’anima!. Questi canti li dedico a Babo e ai suoi fratelli.

Cinzia Caminiti

I CANTI DI SCENA

Il canto d’apertura, Wiegala Wiegala è una Ninnananna scritta da Ilse Weber una poetessa e scrittrice ebrea di canzoni e storie  per l’infanzia. Deportata  nel campo di concentramento di Aushwitz, Ilse lavorò come infermiera per i piccoli detenuti ai quali insegnò canzoncine e raccontò favole per distrarli.

Wiegala wiegala ninnaò è la canzone che li accompagnò  a morire tutti insieme in una delle camere a gas di Auschwitz il 6 ottobre del 1944.

La raccolta dei sui scritti, un piccolo tesoro preziosissimo,  fu seppellita dal marito che  sopravvissuto, una volta ritornato dopo anni al lager e scavando tra le macerie la ritrovò per donarla al mondo come testimonianza di una tragedia inimmaginabile.

15.000 furono i bambini e neonati ebrei deportati, ne ritornarono solo un centinaio. Nessuno  aveva meno di quattordici anni.

Ale Brider (da canzoni contro la guerra)  è considerata un po’ come una sorta di “Internazionale” ebraica per il suo carattere di fratellanza e pace, ed è sicuramente la canzone più nota in tutto il mondo in lingua yiddish. Nata come una poesia divenne l’inno del “Bund”, la lega socialista ebraica di Theodor Herzl che fu il primo sindacato socialista organizzato a livello europeo e mondiale.

Morsi cu morsi è l’unico canto di carcere anonimo di cultura popolare siciliana presente nello spettacolo. Esso fu trovato  scalfito nei muri della Vicaria, antico carcere palermitano. Il testo è attribuito ad un ergastolano.

Korakhanè (a forza di essere vento) è un antico canto rom tratto dall’album “anime salve” di Fabrizio De Andrè dedicato alle minoranze. Il verso in “romanes” è di un  autore “rom harvato” (cioè “croato”) di cui si sconosce il nome. I “Khorakhané” (alla lettera: “Amanti del Corano”) sono una tribù rom musulmana. Accomunati agli Ebrei da uno stesso destino di morte e sopraffazione  furono quasi un  milione gli zingari che persero la vita nei campi di sterminio nazisti. Ma è come se il vento ne avesse disperso la memoria.

Eppure le sofferenze patite dai Rom e dai Sinti sono state terribili. Essi furono perseguitati, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, ed infine destinati alle camere a gas ed ai crematori. Oltre ventimila vennero uccisi nel solo Zigeunerlager, il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944. Malgrado ciò a nessun rom venne permesso di  testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga.

Nello spettacolo è eseguito sia in lingua Rom sia in Italiano (traduzione).

Vai bambino vai vedrai (canto dell’oppresso) di Francesca Gagnon e Inti-illimani

“Il cirque du soleil” lo ha adoperato in uno delle sue messe in scena  più celebri e apprezzate: “Alegria” andato in scena dal 1994 al 2013 in tutto il mondo. L’ intento delle performance di questo magnifico spettacolo canadese è raffigurare senza parole ma solo con le musiche, il mimo, le acrobazie e le clownerie, il “potere” ed il suo trasformarsi con il trascorrere del tempo. “Vai bambino vai vedrai” canta la follia dell’uomo quando insegna ad un fanciullo che è bello giocare alla guerra.

Il testo è stato scritto in 4 lingue.

Djlem djlem  (canto di chiusura)  è l’inno del popolo  Gitano. Nasce come canzone popolare e ufficialmente adottato nel 1971 in occasione del 1° Congresso Mondiale degli zingari.

Del testo esistono numerose versioni, anche nei vari dialetti romanes e si fa riferimento preciso alla Kali Legiya, la “Legione Nera”, alludendo alle uniformi nere delle SS che ebbero ovviamente una parte decisiva nel Porajmos,  il genocidio del popolo Rom durante la II guerra mondiale; ma la cosa può essere anche intesa simbolicamente come un ricordo della secolare e mai finita persecuzione di questo popolo nomade.

Nel Porajmos (parola che significa “devastazione” o “grande divoramento”) come già detto secondo le stime  perirono nei campi di concentramento del III Reich circa un milione di zingari.

I saluti ed i ringraziamenti finali sono affidati al canto ebraico Gam Gam Gam. La canzone è una delle più famose della tradizione Yiddish. Questa è la traduzione: “Anche se andassi per le valli più buie di nulla avrei paura perché tu sei al mio fianco e se tu sei al mio fianco il tuo bastone mi dà sicurezza”.  

LA COMPAGNIA FABBRICATEATRO

Nasce nel 1992 con il principale scopo di rinnovare le pratiche del teatro contemporaneo catanese sull’onda del movimento siciliano antimafia, per volontà di Elena Fava, Giacinto Ferro, Elio Gimbo – che ne è ancora il regista e direttore artistico – Cinzia Finocchiaro, Cinzia Caminiti, Bruno Torrisi, Domenico Gennaro, Marco Marano, Giusi Gizzo.

Nel corso dei primi 25 anni di esistenza la compagnia è stata veicolo di innovazioni tecniche grazie anche a rapporti di intensa collaborazione con altre importanti realtà teatrali di gruppo: gli allestimenti attori e pupi condotti con la Marionettistica fratelli Napoli, la collaborazione con il Living Theatre di New York e con l’Odin Teatert di Eugenio Barba, sin particolar modo con i referenti italiani, il Teatro Potlach di Fara in Sabina e il Teatro Ridotto di Bologna e il i progetti di “correzione teatrale dello spazio urbano” come: il teatro di paglia estivo, il Carro di Tespi e Shakespeare al Castello, i progetti di promozione e diffusione della cultura teatrale con la facoltà di Lettere quali TEATRIDEUROPA. Fabbricateatro ha sempre perseguito, soprattutto, il modello organizzativo del teatro di gruppo, per cui il lavoro teatrale è affidato ad un gruppo di lavoro stabile che al proprio interno costruisce una realtà organizzata quanto più possibile autonoma ed incisiva nelle scelte poetiche.

Oggi i suoi componenti stabili sono Elio Gimbo, Daniele Scalia, Sabrina Tellico. Molti qualificati artisti catanesi sono stabilmente coinvolti nelle nostre realizzazioni: la Marionettistica Fratelli Napoli, Cosimo Coltraro, Cinzia Caminiti, Gianni e Nicoletta Nicotra di Schizzid’Arte, Antonio Caruso, Giuseppe Carbone e altri.

SALA “GIUSEPPE DI MARTINO” E SPAZIO “PIPPO FAVA”

La Sala “Giuseppe Di Martino” è lo spazio al chiuso del nuovo Centro Teatrale Fabbricateatro. Ha una ampiezza di 45 mq, è dotata di impianto luci e fonica, ampi camerini con bagno autonomo, un piccolo foyer, è volutamente priva di strutture fisse atte a designare gli spazi di scena e platea, può accogliere sia spettacoli a pianta centrale che a visione frontale. I posti a sedere variano, perciò, da un minimo di 25 ad un massimo di 45 grazie ad un sistema di praticabili e panche che consentono in poco tempo di ricreare lo spazio della sala.

Il Centro dispone di analogo spazio all’aperto, intitolato a Pippo Fava, dotato di cortile e giardino en plein air dove svolgere attività affini alla linea della Compagnia Fabbricateatro, residente stabile del Centro.

 

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