Vagabondi in tempo di Covid

Giacigli provvisori senza rete internet né Tv, giacigli in cui l’allarme o l’allarmismo da Covid-19 sembrerebbe non arrivare.

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Daniel, l'amico di Sascha, che ha adottato i cuccioli.

Migranti senza tetto, senza tetto non migranti, vagabondi, clochard, invisibili, barboni, a Catania, anche in tempo di Covid, le strade raccontano storie, ora complicate ora difficili da mettere a fuoco, di gente che vive tra le pietre nere della città, senza fissa dimora. I meno giovani ricorderanno quasi sicuramente, almeno le prime strofe del famoso brano cantato da Sergio Endrigo - La Casa in via dei matti numero zero –. Le riporto per chi non dovesse rammentarle: “Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina; non si poteva entrarci dentro, perché non c’era il pavimento”. Bene, e come per incanto, proprio in pieno centro storico a due passi dal castello Ursino, costruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo, ed esattamente in Piazza Magazzini (ex via), si materializza la casa ben descritta da Endrigo. E’ proprio così! Una bidonville a “tutta norma” nel cuore culturale del capoluogo etneo. Panni stesi tra i rami degli alberi, divani più o meno fracassati sistemati a mo’ di salotto, una scaletta di legno per raggiungere un terrapieno ben progettato, coperte maleodoranti penzolanti da improvvisati fili per la biancheria, niente elettricità, niente acqua potabile, forse un casolare abbandonato dove ripararsi dalla pioggia, e loro, i clochard ed i loro tanto amati cani. Questo il loro villaggio felice, il loro rifugio dalla disperazione della vita, giacigli provvisori senza rete internet né Tv, giacigli in cui l’allarme o l’allarmismo da Covid-19 sembrerebbe non arrivare. Nessuna condizione igienica è rispettata, nessuna restrizione da Covid è considerata, tranne l’utilizzo di una colorata mascherina. Nonostante le innumerevoli lamentele degli abitanti del quartiere, nonostante le lettere mandate alle varie autorità competenti, affinché il malsano accampamento venga rimosso, gli invisibili continuano a vivere e a morire da soli nelle mani del buon Dio sotto il cielo di questa città.

foto 2 barboneSi chiamava Sascha Christian Meier nato probabilmente in Austria il 30.09.1980 e morto sicuramente a Catania il 7 luglio 2020. Qualcuno forse lo ricorda. Il suo “ufficio” era in via Etnea, proprio all’angolo con Piazza Università, aveva tanti cani ed una paperella e chiedeva l’elemosina con gli occhi di chi ha il fegato divorato dall’alchool, ma non lo sguardo cattivo né tanto meno le movenze. Fino ad alcuni giorni fa, Daniel, un suo caro amico vagabondo, conosciuto tra le strade di questa città, è andato a trovare Sascha al cimitero, realizzando così, che il suo affezionato giaceva ancora nella camera mortuaria del cimitero di Catania, a suo dire, avvolto in un cellophane senza aver ricevuto sepoltura. barbone copertina Ma Sascha non amava avere un tetto sopra la testa, lui non avrebbe voluto essere protetto dalla croce cristiana, lui sia in vita che in morte, voleva sopra il suo corpo solo le nuvole e le stelle senza religioni a rappresentarlo, così Daniel si propone per costruirgli una bara e garantire al suo compagno la dovuta tumulazione, fa pure il disegnino nel suo taccuino, lo stesso dove annota il nome ed il contatto dei passanti che vogliono adottare, dopo lo svezzamento, uno dei suoi tanti cuccioli di cane appena nati, ma la proposta giustamente viene bocciata. Così a Daniel e alla sua bella fidanzata dai capelli color rame, non resta che continuare ad amare i propri cani e la gente misericordiosa.

Tante le storie e le aspettative di chi, per sfortuna o per scelta, vive nel substrato sociale di una città che è oggi più che mai piena di contraddizioni e lotte sociali, tanti i desideri di chi, forse, non avrebbe voluto trascorrere la sua vita ai bordi di un marciapiede elemosinando amore. Un saluto a Sascha e a chi lascia questa terra ancora più solo di quando è nato.

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