Il lavoro digitale in Europa tra riflessioni e proposte

«Occorre estendere e applicare i contratti collettivi nazionali di lavoro per tutelare i lavoratori delle piattaforme digitali, un mercato quintuplicato in appena 4 anni». È la strada indicata da Mario Grasso, intervenuto al seminario del modulo Jean Monnet EuReact.

«I lavoratori su piattaforma versano in una particolare situazione di debolezza negoziale che li costringe ad accettare lavori mal pagati e pochi tutelati per mancanza di alternative disponibili. L’unica strada da percorre per garantire la piena tutela del lavoro su piattaforma è, infatti, l’estensione ed applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro». È la strada indicata da Mario Grasso, esperto di comunicazione e funzionario della UilTuCS, ai numerosi studenti che hanno preso parte “a distanza” al seminario dal titolo “Il lavoro digitale in Europa” organizzato dal Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania nell'ambito del modulo Jean Monnet EuReact. Un seminario, introdotto dalla prof.ssa Rossana Sampugnaro (coordinatrice del modulo EuReact), incentrato sulla proposta di una direttiva, avanzata dalla Commissione Europea nel 2021, per migliorare le condizioni di lavoro di coloro che dipendono dalle piattaforme digitali. «È chiaro che le piattaforme di lavoro digitali svolgono un ruolo fondamentale nella transizione digitale dell’economia europea e costituiscono un fenomeno in crescita – ha spiegato Mario Grasso -. Le dimensioni dell'economia delle piattaforme di lavoro digitali nell'Ue sono quasi quintuplicate, passando da circa 3 miliardi di euro nel 2016 a circa 14 miliardi nel 2020. La digitalizzazione può rappresentare un grande volano di sviluppo produttivo, anche di evoluzione qualitativa del lavoro, ma non bisogna più permettere che responsabilità sociali e costi aziendali vengono scaricati sui lavoratori e sulle lavoratrici». In apertura Davide Arcidiacono, docente di sociologia economica ed esperto del lavoro nelle piattaforme digitali del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, ha evidenziato come «il lavoro digitale sfida le categorie giuridiche e concettuali di cosa è lavoro e cosa non lo è, ad esempio riconfigurando il rapporto tra formale informale, tra lavoro produttivo e riproduttivo». «Il problema è entrare dentro la black box dell’intermediazione digitale  con lenti e strumenti nuovi ma senza cedere nella trappola “dell’eccezionalità tecnologica”, evitando di considerare i fenomeni emergenti come qualcosa di completamente inedito e del tutto oscure alle categorie in interpretative e giuridiche esistenti» ha aggiunto il docente. «L’analisi degli effetti dell’evoluzione digitale sul lavoro rappresenta attualmente uno dei terreni più fertili di riflessione sociale, economica, politica e sindacale – ha spiegato Grasso - considerate le grandi trasformazioni che interessano il mercato del lavoro, il sistema delle relazioni industriali e la struttura stessa del rapporto lavorativo». «La proliferazione di piattaforme digitali ha generato nuovi modi di concepire il lavoro, ma ha anche introdotto nuovi rischi sociali, causati, anzitutto, dalla mancanza di tutele minime che stanno alla base di un rapporto di lavoro che possa essere definito dignitoso – ha aggiunto -. Il modello di business delle aziende su piattaforma molto spesso si basa sul vantaggio competitivo ottenuto mettendo sotto pressione il costo del lavoro. Questo si traduce in condizioni di lavoro precarie, in cui si nasconde molto falso lavoro autonomo che permette alle aziende di offrire un prezzo più basso per il servizio, remunerando il lavoro a cottimo, ben al di sotto di quanto stabilito dai Ccnl. Una situazione che ha rispolverato le tradizionali problematiche sul piano giuslavoristico e sindacale: status giuridico del lavoratore, tutele inderogabili anche di natura retributiva, sicurezza sul lavoro, diritti sindacali e normativi oltre alla deresponsabilizzazione delle piattaforme». «In questo contesto s’inserisce la proposta di Direttiva della Commissione europea per migliorare le condizioni di lavoro dei Platform workers – ha continuato l’esperto in comunicazione -. È evidente che l’azione per migliorare le condizioni di lavoro dei Platform workers deve essere “europea” ancor più che nazionale perché è l’unico modo per regolare le modalità di lavoro di tutte le piattaforme a livello Europeo. La proposta intende perseguire tre obiettivi fondamentali, tra di loro intrecciati e sinergici: assicurare su basi minime comuni ai lavoratori delle piattaforme l’accesso ad un corretto inquadramento del loro status giuridico, con tutte le correlate conseguenze sul piano delle tutele, anche di natura previdenziale; garantire maggiore trasparenza, equità, correttezza e responsabilità nel funzionamento delle procedure algoritmiche che governano le piattaforme digitali introducendo una serie diritti individuali di informazione e consultazione, idonei a promuovere una qualche forma di controllo sui processi automatici, dominati dall’intelligenza artificiale; prevedere una serie di misure di tutela sostanziale e processuale utili ad assicurare l’effettività dei diritti che la proposta di Direttiva intende garantire».

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