Agenzia delle Entrate. Il Fisco chiede pagamenti a sorpresa per atti precedenti mai notificati

Contribuenti in preda a crisi di nervi, perché arrivano richieste con invito a pagare entro 5 giorni, con minaccia di pignoramenti e altri procedimenti a esecuzione forzata. E’ grave che gli uffici, come gli zombi, ogni tanto “resuscitano” richieste di pagamento non dovute. Per gli errori dei funzionari, paga l’agenzia delle Entrate, cioè la collettività.

Francofonte, 23 giugno 2024. Gentile contribuente, inizia così l’avviso dell’agenzia delle Entrate Riscossione, <<a oggi non risulta che Lei abbia eseguito il pagamento dell’importo>> chiesto anni fa <<relativo agli atti di cui trova tutti i riferimenti nella tabella che segue>>. Se Lei ha provveduto a pagare quanto richiesto prima della notifica di questo avviso, può presentare la documentazione in suo possesso ai nostri sportelli. In caso contrario, La invitiamo a effettuare il pagamento entro 5 giorni dalla notifica di questo avviso. Trascorso inutilmente questo termine, procederemo a esecuzione forzata. Sono tanti gli avvisi di questo tenore che in questi mesi stanno arrivando a diversi contribuenti. Il “guaio” è che alcuni di questi avvisi riportano accertamenti o altri atti notificati oltre dieci anni fa. Ed è quello che è capitato ad un contribuente, che il 9 giugno 2024 ha ricevuto dall’agenzia delle Entrate Riscossione di Catania un’intimazione a pagare oltre 20mila euro, derivante da un avviso di accertamento notificato nel 2013, cioè undici anni fa, ma che non è stato mai consegnato al contribuente. Ecco i fatti.

Avviso di accertamento mai notificato. Nella tabella dell’avviso dell’agenzia delle Entrate Riscossione, nel “dettaglio del debito”, è scritto che questo debito riguarda un accertamento relativo al 2008, cioè di 16 anni fa, che sarebbe stato notificato al contribuente il 9 dicembre 2013, quasi undici anni fa. L’ente che ha emesso il ruolo è il Centro operativo di Pescara. A questo punto, il contribuente, che non ha mai saputo nulla di questa vicenda, il 12 giugno 2024, fa una richiesta di accesso agli atti, per avere copia dell’accertamento presuntivamente notificato il 9 dicembre 2013. Alla richiesta di accesso, in tempi sprint, il giorno successivo, il 13 giugno 2024, il Centro operativo di Pescara, tramite la sezione staccata di Reggio Calabria, invia la copia dell’accertamento.
Nell’ultima pagina dell’accertamento, si legge che l’atto è stato depositato alla casa comunale, perché il contribuente era assente e che sarebbe stato informato a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento. Nessuna informazione è però pervenuta al contribuente, prima dell’intimazione di pagamento notificata il 9 giugno 2024.

L’omessa notifica dell’atto rende nulla la richiesta di pagamento. Per legge, la mancata o irregolare notifica degli atti preliminari dai quali scaturisce la richiesta di pagamento rende nullo “ab origine” l’accertamento in oggetto. Il mancato rispetto delle regole riproduce nel diritto tributario il meccanismo tipico del diritto amministrativo, in base al quale, nel momento in cui sussiste un collegamento di natura procedimentale tra un atto (nel caso specifico, l’omessa notifica dell’accertamento per le presunte maggiori imposte dovute) e il provvedimento (la richiesta di pagamento), nel senso che il primo rileva come antecedente necessario e strumentale rispetto al secondo, i vizi dell’uno riverberano effetti negativi sulla validità dell’altro, cosiddetta “invalidità derivata”.

Gli insegnamenti della Suprema Corte di Cassazione. Al riguardo, la Corte di Cassazione, sezione Tributaria, con sentenza 1532, depositata il 2 febbraio 2012, insegna che, in materia tributaria, l’omessa notifica di un atto presupposto costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto successivo e l’azione del contribuente, diretta a fare valere la predetta nullità, può essere svolta indifferentemente nei confronti dell’ente creditore o dell’agente alla riscossione (senza litisconsorzio necessario tra i due), essendo rimessa all’agente della riscossione, se chiamato in lite, la facoltà di chiamata nei riguardi dell’ente creditore.
La Corte di Cassazione ha puntualmente applicato i principi affermati precedentemente dalle sezioni unite con la storica sentenza 16412/2007, cioè che l’atto successivo (ad esempio, la cartella di pagamento con richiesta di imposte, sanzioni e interessi) è di per sé nullo se non preceduto dalla rituale notifica di quello presupposto (ad esempio, l’accertamento con la presunta maggiore pretesa impositiva). Con questa sentenza, la Corte di Cassazione, a sezioni unite, ha stabilito che la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace esercizio del diritto di difesa.

Il Fisco deve assicurare al contribuente l’effettiva conoscenza degli atti a lui destinati. Per legge e per principi consolidati dei giudici di legittimità, per essere valido l’accertamento, il Fisco deve garantire l’effettiva conoscenza dell’atto a lui destinato. L’articolo 6, comma 1, della legge 27 luglio 2000, n. 212, cosiddetto Statuto dei diritti del contribuente, stabilisce espressamente che <<l’amministrazione finanziaria deve assicurare l’effettiva conoscenza da parte del contribuente degli atti a lui destinati>>.
In questo senso, si veda la “massima” redatta dal Centro ricerche e documentazione economica e finanziaria (CERDEF), a seguito dell’ordinanza n. 26660 del 15 settembre 2023 della Cassazione, sezione/collegio 5. La “massima” redatta dal Cerdef, dal titolo “Riscossione, omessa notifica atto presupposto, nullità”, è la seguente: <<In materia di notifica degli atti, atteso che la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza procedimentale di determinati atti, con le relative notificazioni, allo scopo di rendere possibile un efficace esercizio del diritto di difesa del destinatario, l’omissione della notifica di un atto presupposto costituisce un vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato. Pertanto è consentito al contribuente impugnare una cartella esattoriale al fine esclusivo di far valere la mancata/irrituale notificazione dell’atto impositivo prodromico alla medesima, senza contestualmente aggredire l’atto stesso sotto altri profili di invalidità formale ovvero per la sua infondatezza nel merito, non sussistendo dunque alcun onere processuale della parte ricorrente al riguardo. La nullità della notifica del prodromico avviso di accertamento si propaga alla conseguenziale cartella di pagamento, che viene ad esserne irrimediabilmente inficiata per nullità derivata>>.

L’accertamento del Fisco deve essere annullato per inesistenza della pretesa fiscale. Fermo restando che la richiesta di pagamento deve essere annullata per omessa notifica dell’atto presupposto, cioè dell’accertamento mai notificato, ricevuta la copia dell’accertamento, in data 13 giugno 2024, dal Centro operativo di Pescara, tramite la sezione staccata di Reggio Calabria, il contribuente ha potuto constatare che si tratta in ogni caso di un accertamento che deve essere annullato per inesistenza della pretesa fiscale. Ciò per la ragione che nell’accertamento relativo al 2008 sono riportati redditi per locazione di immobili sui quali il contribuente, già dal 2005 non ha più alcun diritto di proprietà.

Autotutela obbligatoria in campo. Nel caso in esame, l’ufficio “competente” deve rispettare le regole in materia di autotutela obbligatoria, di cui al decreto legislativo 30 dicembre 2023, n. 219, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n.2 del 3 gennaio 2024, in vigore dal 18 gennaio 2024, che ha apportato modifiche alla legge 27 luglio 2000, n.212, cioè allo statuto dei diritti del contribuente. Nuove regole sull’autotutela che gli uffici devono mettere in pratica, in base alle indicazioni fornite dall’agenzia delle Entrate. Le novità più importanti sono costituite dall’inserimento di due articoli nella legge sui diritti del contribuente, articolo 10 – quater “esercizio del potere di autotutela obbligatoria” e 10 – quinquies “esercizio del potere di autotutela facoltativa”. L’autotutela è obbligatoria nei casi di errori manifesti, nonostante la definitività dell’atto. E’ infatti previsto che l’amministrazione finanziaria procede in tutto o in parte all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione, senza necessità di istanza del contribuente, anche in pendenza di giudizio o in caso di atti definitivi, nei seguenti casi di manifesta illegittimità dell’atto o dell’imposizione: errore di persona; errore di calcolo; errore sull’individuazione del tributo; errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’amministrazione finanziaria; mancata considerazione di pagamenti eseguiti; mancanza di documenti successivamente sanata, non dopo i termini, se previsti, a pena di decadenza. L’amministrazione finanziaria non procede all’annullamento d’ufficio o alla rinuncia all’imposizione nel caso di sentenza passata in giudicato ad essa favorevole, nonché decorso un anno dalla definitività dell’atto viziato per mancata impugnazione.

Richiesta di pagamento da annullare per evitare il contenzioso. Il contribuente ha quindi presentato all’ufficio istanza di annullamento in autotutela dell’intimazione di pagamento, sperando in un pronto intervento, per scongiurare l’apertura di un inutile contenzioso. E’ vero che gli uffici sono in difficoltà, per mancanza di personale e di dirigenti, ma la gente è stanca di sentire annunciare continue “semplificazioni” che, alla prova dei fatti, sono nuove complicazioni. I contribuenti, anzi i “Cittadini” meritano più rispetto ed un sistema fiscale che generi certezze, non paure, ansie e panico, come quello degli ultimi anni. Anche l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nell’illustrare le linee guida davanti alla Commissione Finanze del Senato, il 17 luglio 2018, ha affermato che è <<doveroso passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza del diritto e fiducia>>. I principi guida devono essere quelli di buona fede e reciproca collaborazione, ricordandosi che l’autotutela esiste, non è <<una specie di optional>> e l’ufficio emittente <<non possiede una potestà discrezionale di decidere a suo piacimento se correggere o no i propri errori>>.

L’autotutela esiste e va applicata subito, senza perdere tempo, nel rispetto dei cittadini. L’autotutela in materia tributaria è lo strumento che impiega il cittadino per farsi ascoltare dagli uffici, in genere, quando ritiene di avere subìto un’ingiustizia. Per una giusta autotutela, gli uffici devono anche ricordarsi della regola non scritta, ma sempre valida del “buon senso”. Basta con i formalismi inutili. Quello che non si capisce è perché gli uffici, anche quando sono in presenza di accertamenti illegittimi e infondati, o richieste di somme non dovute, non si ricordino dell’autotutela, che consente di annullare gli atti sbagliati. Al riguardo, si ricorda che, in presenza di un errore dell’amministrazione, non è vero che lo sgravio è facoltativo, in quanto l’agenzia delle Entrate, come tutta la pubblica amministrazione, <<deve conformarsi alle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione>> (sentenza Cassazione, 6283/2012, emessa nell’udienza del 2 aprile 2012 e depositata il 20 aprile 2012). L’autotutela, in caso di errore dell’ufficio, non è un optional ma è obbligatoriae non vi è spazio <<alla mera discrezionalità poiché essa verrebbe necessariamente a sconfinare nell’arbitrio, in palese contrasto con l’imparzialità, correttezza e buona amministrazione che sempre debbono informare l’attività dei funzionari pubblici>>. Tutti i cittadini meritano rispetto. Gli uffici, quando sbagliano e colpiscono ingiustamente un cittadino onesto, devono ricordarsi delle norme sull’autotutela, che consentono di annullare gli atti sbagliati. Insomma, l’atto illegittimo deve essere annullato in autotutela senza discrezionalità ed in tempi brevi.
E’ grave che gli uffici, come gli zombi, ogni tanto “resuscitano” richieste di pagamento non dovute, mettendo in difficoltà il contribuente che le riceve, con l’ulteriore aggravante che, aperta la lite, gli uffici proseguono il contenzioso fino alla Cassazione, rischiando di non incassare nulla e di essere condannati al pagamento delle spese di giudizio. La verità è che nel momento in cui “parte” un accertamento o una richiesta di pagamento, anche se in modo errato, è quasi inevitabile che il relativo contenzioso dovrà superare i tre gradi di giudizio, primo, secondo grado e Cassazione.
Non è giusto, ma gli uffici che amano la lite sperano in una delle cosiddette sentenze a “sorpresa” da parte dei giudici tributari, che possa giustificare il loro operato. Inoltre, chi paga è sempre e soltanto il contribuente, non certo il singolo funzionario che emette l’accertamento sbagliato o chiede pagamenti non dovuti e prosegue il contenzioso. Gli unici a guadagnarci in questa grande confusione fiscale, la peggiore degli ultimi venti anni, sono i difensori dei contribuenti. Per gli errori dei funzionari, paga l’agenzia delle Entrate, cioè la collettività.

Mimma Cocciufa e Tonino MorinaEsperti fiscali del Sole 24 – Ore

a Cognita Design production
Torna in alto