Intervista all’avvocato Alberto Molinari

Alberto Molinari, curatore ed erede “spirituale” del grande artista Antonio Del Donno conosciuto in tutto il mondo morto a 95 anni nel 2020.

Avvocato, lei è stato amico per più di trenta anni con il DEL DONNO, che ha lasciato tante opere belle e famose in tutto il mondo ci sono stati collezionisti che si sono accaparrati le opere del maestro che è morto di recente. Dopo la morte del pittore scultore ha preso possesso dell’archivio dell’artista?

“In verità, costituii l’Archivio di Antonio Del Donno già con il maestro in vita. L’ho curato quasi fin dall’inizio della nostra lunga amicizia, allo scopo di coadiuvare il lavoro artistico e, entrando in un’epoca così complessa e articolata del mondo dell’arte come la nostra, per affiancare, controllare e promuovere l’attività di Del Donno e anche di una schiera di artisti che si muovevano nel suo ambito.

Ci potrebbe parlare dei due musei permanenti che sono realizzati in memoria del maestro DEL DONNO?

I Musei permanenti dedicati al maestro rientrano proprio in questo progetto di storicizzazione del lungo lavoro svolto dal Maestro. Essi fissano e rendono emblematiche le varie farsi e stagioni del suo operato. Contemporaneamente raccolgono anche lavori di altri artisti che con Del Donno hanno avuto relazioni, influenze, suggestioni. Di solito siamo abituati a immaginare un Archivio impegnato sul fronte della promozione e difesa commerciale di un artista. Il nostro statuto invece ha prediletto fin dall’inizio l’ambizione di creare dei poli museali, come forme ideali di storicizzazione di un’esperienza e di promozione culturale e didattica dell’arte contemporanea”.

Le opere del maestro sono esposte in 80 musei, ci ricorda le città dove si possono ammirare tali dipinti ed dirci un breve commento delle opere più significative che ti hanno colpito in modo più preminente?

E  possibile ammirare le opere di Del Donno, ad esempio, in Musei come quelli Vaticani, o in città d’arte come Spoleto. Nei Vaticani naturalmente è ospitata una scultura della serie del Vangeli. Si tratta di libri lignei con impresse a fuoco citazioni evangeliche. Opera poverista e concettuale di forte impatto e pregnanza. Precede il cosiddetto ritorno alla pittura e segna uno dei momenti focali dell’impegno artistico del Maestro. Le tracce di questi lavori perdureranno in tutta la produzione seguente dell’artista, come ricordo di una stagione rivoluzionaria (siamo negli anni ‘60/’70), in cui l’urgenza di cambiare il mondo impediva anche l’uso del pennello e la necessità di un’espressione più potente e incisiva.

Molte personalità famose, soprattutto appartenenti a nobili famiglie, possiedono opere di DEL DONNO. Quali sono le principali caratteristiche delle opere del maestro e che cosa lui ha voluto dire con la sua arte cosa ha voluto stigmatizzare, qual è il significato recondito delle sue tele?

Certamente il tema centrale che permea tutto il lavoro di Antonio Del Donno è il dovere dell’arte di testimoniare il proprio tempo. Del Donno non si abbandona mai alla pittura per il puro gusto del dipingere. L’opera è luogo di indignazioni, interrogativi, delusioni, ammonimenti. Fin dai famosi Vangeli lignei è come se vi fosse nella sua arte una sorta di “predicazione” laica, di urgenza morale, che permea anche il gesto pittorico, il colore, l’impiego della parola e il ricorso all’immagine di consumo. Il quadro appare necessario, compromesso con la storia e con il proprio tempo, attento alla società e alla Natura, ma  è anche un campo di discussione dell’arte stessa e del suo compito. In tal modo il dipinto è sempre giustificato nei contenuti e nella forma perché è lo specchio ideale del mondo, dello stato della Natura e dell’evoluzione della pittura.

Lei, Alberto, che l’ha conosciuto bene ci potrebbe ricordare almeno un’avvenimento felice della vita del maestro oppure un’aneddoto oppure qualcosa in modo particolare che vi ha legato un’ episodio particolare della vostra amicizia?

Ciò che mi colpiva di più in Antonio  Del Donno era la sua rettitudine morale che arricchiva quotidianamente il suo lavoro d’artista e il suo bisogno di lavorare. Nel mostrarmi ogni volta un nuovo lavoro la sua preoccupazione non era rivolta alla bellezza e alla riuscita estetica del dipinto ma a ciò che doveva comunicare. Un dipinto doveva essere sincero ed edificante, cioè migliorare chi lo guardava, spronarlo o rimproverarlo nel modo di condurre l’esistenza. Perciò i ricordi più belli riguardano la sua statura morale, le inflessioni della sua voce, i suoi rimproveri accorati che traducevano perfettamente i gesti, gli sprazzi della sua pittura. La sua avventura era la sua pittura, perché questa era la sua missione”.

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