Intervista allo scrittore Italo Iovene e alla prof.ssa Teresa Milia

Presentato on line, dalla professoressa Teresa Milia, il lavoro letterario dello scrittore napoletano Italo Iovene, dal titolo "L’ULTIMO DUCA", il suo quarto romanzo.

Personaggi di fantasia inseriti in fatti reali, che bella idea! Italo Iovene, racconti per la gioia dei lettori di Globus, la trama del suo romanzo?

“Ai lettori del Globus dico che il protagonista del romanzo è Amedeo Carlo Aloisio Gonzales Figueroa, Duca di Savignano, Marchese di Belforte, Barone di Putignano, che il 14 giugno 2020, nel pieno della pandemia, si trova a Napoli, a Villa Alda a Marechiaro, dove si è rifugiato con la servitù. E’ il giorno del suo compleanno: compie novantacinque anni. La sua nobiltà viene da lontano, così come la sua immensa ricchezza, ma non sono queste, né l’età a contare di più, perché, come egli stesso afferma, contano i ricordi che possiamo mettere nel piatto della vita. Amedeo, il padre Carlo, e tanti altri sono personaggi di fantasia che spesso incontrano personaggi storici, reali (Vittorio Emanuele III, Ungaretti, Croce, Picasso e tanti altri). Il luogo dove si svolge la storia, tranne alcune digressioni, è prevalentemente Napoli, nel periodo tra le due grandi guerre, nel dopoguerra e ai giorni nostri. E’ un viaggio a ritroso, quello descritto nel romanzo, un viaggio nei ricordi. Dalle pagine prende vita una storia che parla del passato per parlare dell’oggi, poiché ogni presente ha radici lontane: un romanzo che mescola documentazione storica a immaginazione”

L’età non conta, come dice lei, contano soltanto i ricordi, anche quelli brutti. Quali ricordi belli ha della sua vita il Duca di Savignano che possano rendere gioiosa la vita di altre persone?

“Tra i tanti ricordi belli del Duca di Savignano c’è il rapporto con il padre, il Duca Carlo, con la sua vita movimentata, le sue trasgressioni, i suoi eccessi, che poi ha trovato proprio in questo figlio la ragione stessa della sua esistenza. Ci sono poi le sue prime esperienze, la sua ingenua visione dell’amore, la sua amicizia con Antonio, che ha conosciuto da piccolo e che, divenuto professore di lettere, lo “salverà” chiarendogli la verità proprio sull’amore”.

Lei è anche poeta, “Fragorosi silenzi e pensieri bradi” è la sua raccolta di poesie. Qual è la più ricorrente emozione che fa suscitare ai suoi lettori?

“Per me scrivere è sempre stato un bisogno interiore. Una maniera per interpretare i miei “silenzi” e dare sfogo ai “pensieri bradi”. Un modo per non sentirmi solo e per stare in compagnia dell’anima, della coscienza e della mia fantasia. Scrivere mi libera, mi toglie dalle catene di cui nemmeno io conosco la provenienza. Le poesie sono momenti di solitudine, ma anche di vita. Raccontano esperienze vissute intensamente e il lettore può identificarsi in esse ritrovando nei personali ricordi la madre, il padre, gli amici e una persona amata, la fede, la natura madre matrigna. Molti, poi, sono quelli che chiamo “scherzi”: accoppiamenti impossibili di luoghi e personaggi storici. Piccoli quadri, quasi rappresentazioni sceniche, nello scrivere le quali a volte mi ispiro alla mia esperienza di attore che ha nel proprio repertorio una trentina di commedie. Un attore amatoriale che, ritiratosi innanzi tempo dal ruolo di Direttore di Agenzia di banca, ha potuto dare libero sfogo ai propri interessi. Per me sarebbe bello che il lettore si ritrovasse in alcuni momenti dei miei versi, che ridesse ai miei “scherzi”, che avvertisse quella sensazione d’infinito nei silenzi che spesso mi fanno compagnia. Così che una poesia che parte dalla mia esperienza personale possa divenire esperienza del lettore”.

Napoli è la sua città; come Palermo piena di contraddizioni. Quali sono i tre aspetti che non possono essere cambiati nel popolo partenopeo?

“Per dirla con una espressione attuale: la resilienza. La massima espressione è nell’ultima battuta di “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo “adda passà ‘a nuttata”. La solidarietà: tipico il caffè sospeso. La musicalità, che ha prodotto canzoni immortali”.

dal 2014 al 2018 ha pubblicato tre romanzi: “Le forbici di Atropo”, “Il sogno dell’architetto”, “La sindrome di Orfeo”. I titoli sono molto interessanti e stimolanti che inducono alla lettura. Di cosa parlano?

“I tre romanzi si iscrivono in un percorso interiore fatto di ricordi, di riflessioni personali su problematiche sociali e politiche, sul rapporto tra fede e ragione, sulla concezione dell’amore, sia come relazione uomo-donna, sia come più generale accostamento alla natura, alla poesia, al mondo dell’arte e della mitologia. Nei tre romanzi, infatti, non mi limito a raccontare una storia, l’io narrante è sempre presente con i pensieri, l’interiorità che svelano la sua più intima essenza. Il rapporto spazio tempo viene spesso annullato a favore di una metafisica dechirichiana.

Ne “Le forbici di Atropo” I protagonisti del romanzo sono Gennaro B: e Napoli. Gennaro B. è l’autore. Perché B? Perché non sono il primo, ma uno dei tanti: un B qualunque. Il prologo è rappresentato dalle tre Parche (Cloto, Lachesi e Atropo) intente nel proprio lavoro di filare lo stame, assegnare il destino e zac! Tagliare il filo. Ma Atropo commette un errore e l’intervento tuonante di Giove le fa cadere le forbici dalle mani facendole precipitare sulla terra. Da qui ha inizio il viaggio di Gennaro B. Un viaggio nella sua (mia) Napoli che, quasi all’inizio del cammino, trova sul selciato un paio di forbici. Tutto avviene in tre ore: lo spazio è rappresentato dallo spostamento nella mia Napoli, che amo appassionatamente, mentre il tempo è molto più lungo, perché in quelle tre ore riaffiorano prepotentemente i ricordi, le emozioni, la figura di mia madre e mio padre, il rapporto con i miei cari amici, l’incontro con Fra Cristoforo, la scoperta dell’amore. E’ un romanzo autobiografico inserito in un contesto mitologico. Al mio cammino si accompagna la preoccupazione che si scatena nell’Olimpo. Nessuno muore più: Atropo non ha più le forbici. Ma…

Ne “Il sogno dell’architetto” i protagonisti principali del romanzo sono Michele, un artista che dipinge quadri tradizionali, e Akram, un architetto che abita al piano di sopra. Due uomini completamente diversi, due modi diversi di vivere la vita, di amare. Lo spazio è sempre Napoli e dintorni e la vicenda si svolge in tre giorni. Anche in questo romanzo la mitologia è un input dal quale si dipana la storia. L’architetto, che è un seduttore e vive l’amore esclusivamente come sesso, come soddisfacimento del suo corpo, è, per altro, consapevole di essere un uomo avvenente. Il sesso è un’ossessione anche quando dorme… e sogna. Accade che un suo sogno si materializzi e sotto forma di una splendida ragazza, Ma per un caso Akram è uscito improvvisamente e il sogno, costretto a restare 48 ore sulla terra, incontra Michele. Da qui la storia con un finale imprevedibile.

Ne “La sindrome di Orfeo” personaggi principali sono Ettore, un avvenente avvocato di 60 anni, e Diana, la moglie, critica d’arte e giornalista. Ettore ha perduto la moglie in un incidente automobilistico. La sua vita è distrutta, ma trovandosi una mattina aa Pompei avverte il bisogno di visitare gli scavi dell’antica città. Si addentra e, mentre vaga tra i reperti, un operaio bellissimo gli indica la Casa di Orfeo. Entra e dal grande affresco che domina l’ingresso… la voce di Diana. E da qui si sviluppa un mito simile: Ettore come Orfeo, Diana come Euridice. Il rapporto spazio tempo si dilata e porterò Ettore in giro per il mondo alla ricerca della sua Diana…

Da anni, Tersa Milia, che è stata dirigente bibliotecaria a Palermo, collabora con lei durante le presentazioni dei suoi romanzi. Ultimamente il suo ultimo scritto dal titolo “L’ultimo Duca” è stato ancora una volta presentato e commentato da Teresa. Come è nata questa amicizia che poi si è trasformata in sodalizio e collaborazione lavorativa?

“Ho conosciuto Teresa Milia nel 2007 attraverso un blog al quale ero stato invitato da una ex collega di banca di Bologna. Allora non era molto noto facebook e questi blog erano circoscritti a poche persone, alcune si conoscevano, molte altre no. Teresa non appariva. Un giorno in una discussione fui attaccato violentemente da uno dei partecipanti. In mia difesa vidi, anzi lessi, intervenire una certa Teresa Milia. Era stata invitata poco prima dalla mia ex collega. Per farla breve, l’anno successivo buona parte dei partecipanti al blog ci ritrovammo a Napoli: avevo organizzato una tre giorni di incontri con giri per la città. Con alcuni sono ancora in contatto, ci leggiamo spesso su quelli che adesso sono diventati social. Quando scrissi “Le forbici di Atropo” lo inviai agli amici. Teresa ne tessé le lodi. Ebbi l’opportunità di presentarlo in una nota libreria napoletana. La presentazione fu fatta dal Prof. Antonio Sinisgallo, docente di scrittura creativa presso l’Humaniter di Napoli. Non ebbi il coraggio di invitare Teresa (Palermo-Napoli è un viaggio). Ma vinsi il pudore quando l’Editore organizzò la presentazione de “La sindrome di Orfeo” al Mann di Napoli. Avere la direttrice di una biblioteca e il Professor Sinisgallo sarebbe stato per me ‘o massimo. E Teresa si lasciò convincere. Fu ospite a casa mia, conobbe anche mia moglie e tra loro è nata una profonda amicizia. Così anche a Somma Vesuviana… sempre Teresa e Antonio che sono divenuti i miei mentori ed ai quali devo tutta la mia gratitudine e amicizia”.

Teresa Milia, lei è mentore, amica e divulgatrice dell’arte letteraria di Italo. Ci potrebbe commentare il libro che ha di recente presentato con grande successo on line?

“Italo Iovene è nato a Napoli, dove vive. Sposato, due figli e due nipoti. Una laurea in Giurisprudenza, è stato direttore alla Banca Commerciale Italiana di Napoli. Essendo in pensione, ha tanto tempo da dedicare alle sue passioni. Sono tanti gli interessi di quest’uomo ironico e soprattutto autoironico di grande sensibilità e generosità. Amante dell’arte, in particolar modo della pittura, infatti non si lascia sfuggire le bellissime mostre che alcune città italiane propongono. Altra sua passione è la musica, possiede oltre 6000 CD.  Il teatro è un’altra delle sue passioni, infatti da 18 anni fa parte della Compagnia Teatrale Cangiani diretta da Lucio Monaco ed ha interpretato oltre 30 commedie, da Edoardo De Filippo a Scarpetta, Viviani. Amante della letteratura, soprattutto quella classica e mitologica. Ama tantissimo scrivere, infatti ha pubblicato una raccolta di poesie “Fragorosi silenzi” e per Diogene edizioni ha pubblicato i romanzi “Le forbici di Atropo”, “Il sogno dell’architetto”, “La sindrome di Orfeo”. “L’ultimo Duca” è il quarto romanzo. Ho già presentato altri suoi romanzi, ma secondo me, questo è speciale perchè è nato in un momento inedito e difficile della nostra vita.  Il periodo che stiamo attraversando ci ha fatto sprofondare in una dimensione surreale dell’esistenza. Ci manca tutto e tutti. Questi sono momenti che ci portano a rintanarci nei ricordi e  il ricordo, oggi più che mai, diventa il nostro tutto. In questo percorso tortuoso e ad ostacoli tra passato e presente, tra ricordi e deprivazione, talvolta ci smarriamo altre volte ci attardiamo perché non tutti i ricordi sono uguali, e non tutti sono una carezza sul cuore. Ognuno di noi ha potuto cogliere delle emozioni ricorrenti: solitudine e   timore, silenzio, un distorto senso del tempo, ma anche speranza e stupore.  Ed è in questo clima che Italo Iovene ha scritto “L’ultimo Duca”. Ed è sempre in questo clima che si svolge la vicenda del protagonista di questo romanzo. “L’ultimo duca” è una ricerca, un viaggio nei ricordi, un incontro, una storia sull’anima, è un grande contenitore ricco di umanità, talento e commozione. Ma anche una storia di vendetta, ricatto e dubbi. Il protagonista principale del romanzo è Amedeo, Duca di Savignano, che trascorre il suo novantacinquesimo compleanno a Villa Alda a Marechiaro, dove si è rifugiato, in piena pandemia. Dalla sua terrazza Amedeo guarda il mare e lentamente dal passato affiorano alla mente i ricordi del padre, il Duca Carlo, che aveva condotto una vita brillante tra la nobiltà napoletana e amicizie importanti, ripensa alle tradizioni della sua nobile famiglia e soprattutto allo smarrimento dopo la morte del padre. Amedeo a 95 anni, fa il bilancio della sua vita. E così rivive anche amori, tenerezze, cattiverie, sentimenti contrastanti che oggi più che mai parlano al suo cuore. Affiora il ricordo della sua infanzia a Stigliano dove si rifugiarono per sfuggire alla guerra; il ricordo di Carmela, il suo primo grande e indimenticabile amore, poi finito male perché la sorte aveva disposto diversamente che piloterà la sua vita a partire dalla notte di San Silvestro del 1947. Affiora il ricordo di Antonio, il caro amico d’infanzia, che ha avuto grande rilevanza nel corso della sua vita. Ma soprattutto affiora il ricordo di Filomena, la donna che cambierà e rivoluzionerà la sua vita per sempre quando è già in età matura. L’interrogativo che si pone e ci poniamo anche noi è: si può avere paura dell’amore? Si può davvero rinunciare all’amore? Si è davvero troppo vecchi per rimettersi in gioco e innamorarsi? Ovviamente l’amore non ha età.  In questo romanzo, Italo Iovene, con la sua scrittura colta ci porta a ripercorrere oltre un secolo di storia. E’ un romanzo particolare, originale, come del resto tutti i suoi romanzi, che lascia il segno. E’ un viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio tra sogno e realtà. E’ un cerchio che si chiude e come in un teatro le voci cambiano e gli avvenimenti storici si mescolano alle vite dei personaggi. E’ un romanzo a più voci, non ho citato tutti i personaggi perché sono tanti toccherà a voi lettori scoprirli. Naturalmente non vi racconterò neppure la trama. Come potrei farlo? Raccontarvi il libro sarebbe come togliervi il piacere di leggerlo e non posso e non voglio farlo; leggendo scoprirete gli sviluppi e le sorprese, e vi assicuro, sono tanti e tante. Io mi limiterò a tesserne le lodi perché mi ha catturato sin dalla prima pagina. La prima cosa ad avermi colpito è stata ancora una volta, la musicalità della scrittura. Una volta preso in mano questo libro è impossibile staccarsi perché è avvincente, accurato, appassionante, elegante, raffinato, tormentato e commovente.  L’ultimo duca è un romanzo ricchissimo di sfumature. Guerra, potere, dolore e amore sono grandi protagonisti, ma è anche un romanzo sui legami che resistono. Come potete notare sono molti i temi di riflessione: la solitudine e la vita, il momento della morte, la paura del futuro, il rapporto tra padre e figlio. Lo consiglio a chi ama libri di qualità, per chi non si accontenta delle solite storie, per chi è alla ricerca di una storia introspettiva, per chi ha voglia di perdersi e ritrovarsi e per chi non lo conoscesse, scoprire un autore imperdibile. Italo Iovene è uno scrittore bravissimo, ed è sempre una scoperta continua perché la fantasia e l’inventiva non hanno limiti.  Non ho raccontato molto, ho divagato, ma un romanzo così si può solo vivere abbandonandosi nella lettura. Spero di aver reso onore a “L’ultimo Duca” perché merita davvero”.

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