Viaggio musicale… tra la gente di Catania

La musica è percezione, sensazione, è espressione del sentire individuale…

Catania stamattina odora di limone e di asfalto accarezzato dal sole. Credo di aver scelto il giorno migliore per andare in giro per la città chiedendo alla gente i propri gusti musicali, perché tutti sembrano freneticamente attivi, come spinti da un influsso lavico. Porto con me l’amica Viola, con il suo fidato registratore portatile, per un amarcord anni 80. Son spinto da una benevola curiosità e da qualche sprazzo di timore. Decido di partire dalla Villa Bellini, quasi per omaggiare il polmone semiverde della città.
L’inizio non è dei più confortanti: con passi felpati e tentennanti mi avvicino ad una signora sulla settantina, chioma bianca quasi azzurrina e ben curata.
“No grazie, non compro niente”.
“No signora, volevo solo farle alcune domande”.
“Ho detto che non compro niente, vattene via”.
Probabilmente ho la faccia di un malizioso venditore che vuole propinarle un aspirapolvere, o un frullatore multiuso. Viola mi lancia uno sguardo di conforto, come a dire “la prossima volta andrà meglio”.
Becco un signore baffuto intento in un jogging selvaggio, per raggiungerlo devo corricchiare pure io, maledicendo i miei polmoni poco avvezzi a queste fatiche. Lui non si ferma, ma è disposto a parlare. Mi arrivano goccioline del suo sudore addosso, e tutto questo fa molto musica metal. Mi sorprende però rispondendo “A me piace Mina”. Con il fiatone tento un’ulteriore domanda: “Ma la Mina di oggi o quella di allora?”.
Mi liquida con un “Perché, esiste una Mina di oggi?”, e corre via, verso orizzonti perduti. Dopo essermi ripreso (un quarto d’ora stravaccato sulla prima panchina disponibile) continuo il mio strampalato sondaggio, iniziando a scorgere i primi gusti della gente. Musica italiana, principalmente. Gli anziani restano legati ad una certa tradizione, citandomi Claudio Villa e Albano. Un ragazzino dalle guance ancora rosa mi nomina Miley Cyrus, e lancio un’occhiata preoccupata verso la madre, ignara di tutto. Un’allegra coppia trentenne risponde “Battiato” all’unisono, ed è il primo concittadino ad esser citato. E poi molte voci femminili, da Giorga a Laura Pausini, da Elisa ad Emma Marrone.
Decido di cambiare location, mettendo piede alla Feltrinelli. Viola è infastidita per il mio continuo accertarmi che il registratore stia facendo il suo onesto lavoro.
Una donna sulla cinquantina, con eleganti rughe a ornarle il volto, sta cercando qualche libro di narrativa italiana, dispersa tra Baricco e Aldo Nove. Mi parla di De Andrè, lanciandosi in un’invettiva contro i talent show odierni, così privi di spessore musicale.
“E ascolta anche artisti stranieri?” le chiedo con discrezione.
“Certo! Ma sempre provenienti dal passato. Beatles, Elton John, Janis Joplin”.
Nel reparto con strani aggeggi tecnologici trovo un adolescente con la maglia dei Club Dogo. Proprio loro tre: il DJ, il tizio in carne e quello con l’occhio alla Thom Yorke (ma con meno fascino decadente). E’ l’elemento perfetto per il mio sondaggio, per indagare a fondo nei gusti delle nuove generazioni.
“Ciao, perché ti piacciono i Club Dogo?”
“Perché sono duri”.
Faccio fatica a riconoscere durezza  in un gruppo hip hop che fa reality per MTV, ma il ragazzino ne parla con un’enfasi come se stesse descrivendo la  furia dei Sex Pistols o dei Clash, e mi saluta anche all’americana: pugni chiusi che si scontrano e “Yo” finale, dunque non riesco a ribattere. Viola mi rimprovera, dicendomi che dovrei essere più distaccato e professionale con gli intervistati, e io fingo di aver afferrato il concetto. Alla Feltrinelli il campione di persone è nettamente più giovane rispetto alla Villa Bellini, dunque è l’hip hop commerciale a far da padrone. Molto blasonati i nomi di Fedez ed Emis Killa. Un ragazzo con il pizzetto e dei fumetti in mano mi cita i Velvet Underground, ed io vorrei abbracciarlo, ma ricordo il monito di Viola e mi trattengo. Finalmente qualcuno tira fuori nomi legati al rock più recente, come ad esempio Foo Fighters e Red Hot Chili Peppers, ma sono mosche bianche in mezzo al mare di Ramazzotti ed Antonacci di turno.
E’ giunto però il momento per la terza e ultima tappa del mio sondaggio catanese: la pescheria. Io e Viola veniamo inondati da odori veraci e suoni di un altro tempo, tra schiamazzi e un ritrovato senso di vitalità.
Un signore prova in tutti i modi di vendermi calamari freschi, e sembra sordo di fronte alle mie domande.
“La ringrazio, ma non mi interessano. Lei che musica ascolta?”
“Ma sono freschi!”
“Non ho dubbi. Lei canticchia o fischietta qualcosa mentre lavora?”
“Mbare guarda come sono lucidi!”
Riesco a liberarmi dalla morsa del simpatico uomo minuto, giusto in tempo per constatare il vero genere musicale predominante tra le persone che lavorano qui: la musica neomelodica. Alcuni nomi più noti li ricordo (da Gigi Finizio a Gianni Celeste), altri sono alquanto bizzarri e faccio fatica a memorizzarli (qualcosa del tipo “Gennarino ‘O Cavallo”, ma potrei anche sbagliarmi). Un signore con delle orecchie più grandi del normale mi spiega come Gigi D’Alessio sia considerato un traditore per aver abbandonato il mondo neomelodico in favore delle canzoni in italiano, più facilmente fruibili. E me lo dice con un fervore invidiabile, quasi con la bava alla bocca.
Alla fine del giro sono esausto, e mi siedo su un tavolino di un bar di Piazza Duomo. Tirando le somme possiamo parlare di una Catania variegata sotto l’aspetto musicale. Diversi gusti, in base all’età, al ceto sociale, alla formazione personale. La musica come elemento primario nella vita dei cittadini, come colonna sonora delle proprie esistenze.
Viola davanti a me sta gustando una granita di mandorla, ed ha lo sguardo perso nel vuoto.
“Viola, l’ultima domanda voglio farla a te… Cosa ti piace ascoltare?”
“Il mare…”

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