Triplice omicidio di Motta Visconti, ecco perché l’assassino non è un pazzo

L’analisi della Dottoressa Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta

Un momento di una gravità incredibile, dove l’uomo vive con difficoltà tra mille difficoltà. Non possiamo non parlare di quanto accaduto a Motta Visconti e di quanto sta accadendo nuovamente intorno alla giovanissima Yara Gambirasio.

“Non è un pazzo né un folle. Somiglia più a un bambino viziato, il cui comportamento sviato è frutto della nostra società che forma individui sempre più anaffettivi e incapaci di provare emozioni”. Sono queste le dichiarazioni della Dottoressa Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, analizza il comportamento di Carlo Lissi, l’impiegato di 31 anni che ha ucciso moglie e figli a Motta Visconti.

“Fino a poco tempo fa il concetto di pazzia aveva canoni precisi: era pazzo colui che sentiva strane voci, aveva deliri o allucinazioni. Oggi non è più così e ci chiediamo se il folle non sia piuttosto chi compie un gesto come quello di Lissi, che stermina la famiglia e poi va a guardare la partita come se nulla fosse. Ma, in realtà, quest’uomo ha agito con lucidità, considerava la famiglia un gabbia che gli impediva di fare quello che voleva – probabilmente continuare a corteggiare un’altra donna – e ha trovato il modo per uscirne definitivamente” spiega la dottoressa Spagnuolo Lobb.

“Non è un raptus di follia ma l’atteggiamento di un uomo che vuole fare quello che vuole, appunto come un bambino viziato: se la famiglia è una gabbia, tanto vale eliminarla” continua l’esperta. “Nel suo gesto non c’è né odio né amore, al punto che ha avuto un rapporto intimo con la moglie poco prima dell’omicidio ma questo non gli ha impedito di puntarle un coltello alla gola. È l’assenza di emozioni, l’anaffettività che fa compiere certi gesti e poi andare al bar e comportarsi come se tutto fosse normale. Quando poi si viene messi di fronte all’atto compiuto si pensa di risolvere il tutto con un ‘ok l’ho fatto, datemi il massimo della pena”.

Carlo Lissi, dunque, è l’esempio di un nuovo concetto di follia che si sta facendo strada nella nostra società: il distacco dalle emozioni e l’incapacità di provare sentimenti portano l’individuo a legittimare anche l’omicidio. “Ricordate il caso di Erika e Omar, i due fidanzatini di Novi Ligure che nel 2001 uccisero a sangue freddo mamma e fratello di lei e poi si comportarono come se nulla fosse accaduto? È con quel caso di cronaca che nascono i nuovi folli della società moderna: non solo i due ragazzi riescono a uccidere non provando emozioni, ma durante gli anni di carcere ricevono lettere e incoraggiamenti da parte di adolescenti che dicono di ammirare il loro gesto.  Da allora è un susseguirsi di omicidi simili: basti pensare al caso della 14enne Desiree Piovanelli, violentata e uccisa da un gruppo di adolescenti nel 2002; dopo aver confessato l’omicidio, gli assassini chiesero addirittura il permesso di tornare a casa. Ecco l’anaffettività che genera certi comportamenti: non è assenza di lucidità o pazzia in senso proprio, ma l’incapacità di provare emozioni che porta a compiere certi gesti e a considerarli consentiti e scontati”.

E anche il presunto assassino di Yara Gambirasio potrebbe essere inserito in questa categoria: “Un uomo apparentemente normale che uccide una ragazzina, torna a casa e riesce a guardare negli occhi i suoi tre figli come se non avesse fatto nulla di male”. “Un atteggiamento del genere è spiegabile solo come risultato di una società in cui i genitori non coinvolgono i figli, non si lasciano trasformare dalla loro presenza e dai loro bisogni. Basta mettergli in mano la playstation o immergerli nella realtà virtuale di Google: così cresceranno ragazzi incapaci di provare emozioni” conclude l’esperta.

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