Trionfo di emozioni e voci per una luminosa Turandot al Teatro Greco di Taormina

La regia di Enrico Stinchelli e l’organizzazione di Marcello Giordani, anche protagonista, hanno decretato il successo dell’evento che chiude la stagione estiva 2019. 

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Le opere incompiute a un passo dalla fine, lasciano sempre aura di mistero e di cupezza e dubbi: se poi si tratta dello spartito che in pieno Novecento chiude il classico melodramma italiano, ovvero Turandot di Giacomo Puccini, codesto spirto è ben comprensibile. Non è facile allestire una opera tanto importante e fastosa come l’ultima produzione del geniale compositore toscano: e però, la volontà e l’impegno nonché la dedizione del tenore Marcello Guagliardo Giordani, in collaborazione col Festival Pucciniano di Torre del Lago, la Regione Siciliana e l’Opera Carolina di Charlotte, riuscirono nell’intento di offrire al pubblico del teatro greco di Taormina nella serata del 3 settembre (dopo la prima a Siracusa), uno spettacolo degno di questo nome. Merito di tante e qualificate energie che in questa occasione, si unirono per rendere di sicuro riscontro la resa dell’opera. In primis, il noto regista e critico teatrale Enrico Stinchelli, presente e garante del buon andamento dell’evento: da lui, entusiasta e appassionato come sempre, abbiamo appreso alcuni particolari poi rivelatisi in tutto il loro splendore, nel corso della serata.

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Turandot è opera altamente complessa e non concedibile a chiunque, sia per la parte registica che per l’allestimento: scritta fra la primavera del 1920, in piena crisi rivoluzionaria italiana (che portò alla marcia su Roma: Puccini sostenne il nuovo governo, musicando l’Inno a Roma dal testo del Carmen saeculare di Orazio) e la fine del 1924, quando il Maestro dopo aver completato la partitura fino al suicidio di Liù, muore a Brusselle per un tumore maligno alla gola; venne completata, su orditura (vedremo perché) di Arturo Toscanini e Giulio Ricordi, dal compositore napoletano Franco Alfano, autore qualche anno prima della fortunata opera, di ambientazione orientale, Sakuntala.
Turandot è il saluto al mondo terreno di un iniziato: perché non può leggersi la storia della Principessa “di gelo” senza pensare alla Regina della Notte di mozartiana memoria, ed al principe Calaf in riferimento a Tamino del Zauberflùte. Il legame, il nodo d’amore (non è una piaggeria romantica che alla fine, Turandot affermi: “il suo nome è Amore”), è la Frammassoneria. Perché sia Puccini che Toscanini che l’editore Ricordi che Franco Alfano, erano attivi e quotizzati nelle logge massoniche, in quella Italia laica e orgogliosa la quale, avendo sconfitto l’oscurantista potere temporale, faceva e disfaceva governi ma soprattutto dotava il popolo delle strutture necessarie per il sostentamento e il miglioramento, atti che nessuna religione o governo retrogrado mai fece prima: dalla scuola pubblica e gratuita per tutti all’acqua nelle case (da Nathan in poi), via discendendo a quella Arte civilizzatrice e magistralmente eroica – avrebbe detto il Fratello D’Annunzio – che è la Musica. Indi, Alfano venne incaricato di compiere il finale: ma non si sa se esso era veramente negli intendimenti di Giacomo Puccini, tanto  che ancora oggi i musicologi acribici dibattono sugli ultimi appunti del Maestro e sul bacio tra Calaf e Turandot che forse – considerando le precedenti opere – il Maestro non avrebbe mai fatto loro scambiare.
Sia come sia, se l’unica e la prima volta che Toscanini la diresse, alla Scala nell’aprile 1926, posò la bacchetta dopo la morte di Liù affermando: “Qui il Maestro è morto“, un segnale fu dato, a chi poteva comprendere. Anche le incompiute, forse soprattutto in certi mondi, hanno un senso. Ma per il popolo profano doveva esservi un chiaro, solare finale: così le note alfaniane lo donano, con la realtà scintillante dell’astro onniveggente che trionfa sulla tenebra.

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La Turandot taorminese per la regia di Stinchelli, si segnala principalmente per le raffinatezze del gustoso esecutore: le luci mirate, studiate, simboliche che accompagnarono i tre atti, ripetute e ridondanti di significatività nei momenti cruciali (come i tre soli in senso antiorario rotanti su punti strategici, o i quattordici fasci di luce verso l’alto o le cesure tra i frammenti del vetusto teatro: tutto nel pieno rispetto della partitura e della tradizione pucciniana, ovvero innovando con moderazione e senza strafare, senza volgarità che hanno stufato il pubblico e che servono solo a sciocche vanità di taluni: Stinchelli, come più volte ha fatto in altre regie, ha inteso dare un tocco quasi sinfonico al suo stile, dimostrando che si può fare regìa di livello con dignità.
Per quanto riguarda le voci, il soprano georgiano Elina Ratiani fu una Turandot scenicamente ineccepibile e dalle qualità vocali più che buone: recitativo in tono col carattere della persona, scuola che non consente sbavature del resto. Per Marcello Giordani, dobbiamo con gran piacere constatare una ampia ripresa e resa ottimale della sua voce (gli han giovato i riposi che ne consentirono il ritorno ai fasti migliori), sia nella celebre aria del “Nessun dorma” che in quella di “non piangere Liù”, ove diede il meglio della sua professionalità artistica: da un cantante attore di gran carriera come lui, non potevamo aspettarci diversamente.
Il maggior plauso, anche apprezzatissimo dal pubblico, fu dedicato tuttavia al soprano Maria Luisa Lattante nella parte di Liù (in sostituzione: ma si sa che le sostituzioni storicamente sono fasi positive…): voce pastosa, morbidissima, filati armonici, nessun tentennamento, perfetta resa in “tu che di gel sei cinta”, la giovane pugliese (diplomata in canto al conservatorio Tito Schipa e, non casualmente, allieva della grande Daniela Dessì) ha ampiamente superato la prova; anche voce verdiana, può a giusto titolo inserirsi nel repertorio pucciniano e le auguriamo di proseguire nella carriera col successo che merita.
Ottima recitazione e voce anche per i tre ministri Ping, Pang e Pong, rispettivamente Giovanni Guagliardo, Enrico Terrone e Riccardo Palazzo-
Bravi anche Timur (Angelo Sapienza), il mandarino (Marco Zarbano), l’imperatore Altoum  (Francesco Ruggeri), il Principe Di Persia (Franco Frisenna); menzione speciale per Claudia Ceraulo e Letizia Seminara (ancelle) le quali, pur nel ristretto ruolo vocale, hanno dimostrato grande serietà e professionalità.

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L’orchestra formata da ottimi elementi, riguardo molti possiamo dire solo bene, fu diretta dal Maestro statunitense (di origine siriana) James Meena: bacchetta precisa, classica, direzione a memoria, ha forse dato troppo spazio agli ottoni più che agli archi: considerando però che vi fu qualche minuto di incertezza dovuto a lieve pioggerella (si sa quanto l’umidità danneggi i violini), la sua direzione è da elogiare anche perché proveniente da seria scuola: egli iniziò negli anni Ottanta con altra opera simbolica, il Flauto magico.

Resa garbata e ben curata da parte del coro di voci bianche diretto da Daniela Giambra, come splendida recitazione del Coro Lirico Siciliano diretto dal bravo Maestro Francesco Costa (col Presidente di esso, Alberto M. Munafò sempre in campo tra i cantanti); bene anche i collaboratori, il Maestro Ivan Manzella, l’aiuto regia Mariarita Zappalà, le scenografie di Paola Avallato: I costumi di Franca Squarciapino meritano un plauso ampio perché davvero ben curati e densi di particolari, come il trucco a cura di Alfredo Danese.
Altresì da elogiare l’organizzazione a cura della Camerata Polifonica Siciliana, alla quale il maestro Giovanni Ferrauto non fa mai mancare il proprio personale concreto apporto. Se v’ha, e deve dirsi, da fare un appunto, è relativo al pubblico, che come ogni importante occasione, gremì fino alle superiori gradinate il teatro greco: pubblico di competenti, in gran parte informati, molti stranieri, che tributò oltre dieci minuti di applausi finali agli artisti. Ma che non ha più, ed è però malvezzo connaturato alla attuale società, la pazienza di attendere che gli artisti si ritirino, per alzarsi e filare via: lo fa prima, quasi al finale, con uno stile che, seppure all’aperto -ma ormai succede da anni nei teatri italiani – non si addice al rispetto ed all’amore per l’opera. Tra i presenti, esponenti dei clubs Rotary, Lions e della Legione Garibaldina coordinamento per la Sicilia, a testimonianza che l’associazionismo è sempre foriero di sostegno all’Arte ed alla Cultura, quando bene espresse.
Se alfine, seppur le note di Alfano non sono quelle pucciniane, il trionfo di Amore al pubblico viene offerto e la spietata Turandot dopo aver risolto i tre enigmi simbolici (come tre sono i ministri, come tre sono i personaggi centrali) rinasce a nuova vita nel sentimento per Calaf, il mistero rimane e tutto può ancora accadere, nell’opera fiabesca come nella realtà di ciascuno di noi: finché vi è Luce, avrebbe detto Platone.  

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