The BEST SOUNDS of 2012 – The Music Charts of Carlo Massarini

The BEST SOUNDS of 2012

The Music Charts of Carlo Massarini

 

Top 10

Jack WhiteBlunderbuss

Da quando la separazione con Meg White e la chiusura del format concettuale garage-rock dei White Stripes lo ha rimesso in mare aperto, con tutte le opzioni disponibili, Jack White ha intrapreso mille e una rotta. Arrivato al primo album dichiaratamente ‘solo’, sembra averle sintetizzate tutte in 42 minuti di eclettismo. Jack si diverte a svariare lungo gli assi elettro-acustici del rock in senso lato. I primi 30 secondi prog sembrano gli Yes (!!),  ma al primo angolo si svolta e si ritorna alle matrici della White house, le radici folk-blues-soul-gospel-country, dai Led Zep (sia elettrici che celto-acustici) alle svisate e assolo di chitarra acidi e taglienti come lame affilate, vocalizzi che mantengono la lucetta rossa della tensione emotiva ben accesa. C’è intensità e divertimento insieme in questa cavalcata senza sosta ispirata, i testi raccontano, alle difficoltà di relazione uomo-donna. Il prodigio alt-qualsiasicosa, il produttore/sessionman più ricercato del mondo, l’eroe-di-chitarra del nuovo secolo, ha finalmente un disco che mantiene tutte le promesse.

 

Bruce Springsteen  – Wrecking Ball

L’album della Campagna per Obama. Il suo 17esimo lavoro in studio è intriso di presente sociale, idealismo, compassione. Nel citare persone che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e banchieri vampiri, disoccupati senza futuro e Nuova Grande Depressione alla porta, Bruce dimostra di avere ancora quella tensione interiore, quella onestà intellettuale che non è sedata né dai soldi, né dal successo. E in fondo a ogni tunnel, lui lo sa e ce lo ricorda, c’è sempre una speranza, perché la terra dei sogni e speranze ha sempre una doppia faccia. Album anche sorprendentemente vario, dal folk al gospel, dall’hip-hop al vecchio, classic rock. A 63 anni, dal vivo e in studio, è ancora il Boss: nessuno ha quell’energia, quel contatto col suo pubblico, la voglia di essere ancora l’unico cantautore ‘that matters’.

 

Frank  Ocean  – Channel Orange

La grande novità dell’anno in territorio di black music. Frank al secondo album è già a livelli altissimi, ben nutrito alle radici – Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Stevie Wonder – di cui si colgono echi, ma il suo è un nu-soul senza barriere. È un piccolo Prince che svaria con infinita classe dal pop a basi ritmiche più insolite, quasi underground, minimalista ma anche continuamente ricercato e impreziosito da mille dettagli. I sei minuti di Pyramids, dedicato alla fidanzata (?) spogliarellista, sono i più sinuosi e sexy – ma non gli unici – di tutto il disco. L’ecletticità è il dono di queste canzoni, arrangiamenti mai banali, melodie mai scontate. Una star per il futuro prossimo, senza alcun dubbio.

 

Leonard Cohen – Old Ideas

Il primo album di studio dopo il suo ritorno sulle scene, spinto dal bilancio in rosso e dalla voglia di ritornare, dopo anni di meditazione, a godere della mondanità dei tour e delle tentazioni della Musa. I concerti sono stati memorabili, ma in queste  canzoni il 76enne poeta canadese dimostra di avere ancora intatto il suo dono poetico, la sua confidenza con I dettami del racconto, il suo black humour. Se le idee sono vecchie – anzi, eterne – l’arte del verbo le riveste sempre di freschezza e meraviglia. Il dialogo, assai auto-ironico, fra Dio e il mortale uomo di vita/poeta disincantato su Going Home è magnifico, sospeso come nei suoi momenti migliori fra terreneità e spirito, futilità e trascendenza.

 

Bob Dylan – Tempest

Il padre fondatore del cantautorato è fra quelli che ha ancora molto da dire. A 50 anni dal debutto, vive l’ennesima giovinezza, evidentemente supportata dal suo eterno girovagare per i palchi del mondo intero, e i dischi dell’ultimo decennio hanno ritrovato una qualità che si temeva smarrita. Tempest è un disco forte, ruvido, tagliente, con influenze che attingono come sempre alla musica popolare americana, e la filigrana che lo segna testimonia il disagio e il sarcasmo di Dylan verso il mondo contemporaneo. “My head’s so hard, must be made of stone /I pay in blood, but not my own”, canta (chissà se riferito a se stesso), e sono parole che pesano proprio come la pietra. Il valzerone title-track racconta la metafora della tragedia del Titanic, ma qui e là nell’album è il mondo contemporaneo che barcolla e affonda impietosamente. La voce, rotta e consumata (ma meno che dal vivo) aggiunge ulteriore pathos e drammaticità alle sue visioni.

 

Dexys  – One Day I’m Going To Soar

Dopo 27 anni di assenza, Kevin Rowland, vecchio leone del ryhtm’n’blues in salsa irlandese riforma i Dexys (una volta Dexy’s Midnight Runners), ed è eccitazione, e sostanza, e passione come una volta. Rowland in tutti questi anni si è perso e ritrovato, ne ha passate di tutte sia sul personale che nel business (il suo rapporto difficile coi media è leggenda in Inghilterra), ma ha tenuto duro abbastanza da preparare un ultimo giro, o la va o la spacca. One Day I’m Going To Soar allora è titolo profetico, perché le undici canzoni ti tirano dentro con la forza di melodie sontuose, di un suono basic e raffinato insieme, e di una grande performance da parte dei suoi (Mick Talbot è tornato alle tastiere, i violini ci stanno a meraviglia). Ci sono echi di Stax e Style Council, Van Morrison e persino un po’ di puro stile-crooner, e funziona tutto. A volte, gli album di rinascita hanno la stessa forza emotiva di quelli degli esordi.

 

Lana Del Rey  – Born to Die

Esposta alle critiche – anche velenose – come tutte le aspiranti star che vengono montate un pò troppo e in troppa fretta dai media, la giovane ricca e bellissima ereditiera californiana è inciampata in qualche performance non stellare e incertezza live, ma ha consolidato il personaggio, e il disco per metà è eccellente: pop semi-elettronico atmosferico e magnificamente arrangiato, racconti pieni di fascino e con patina noir, una aspirante dark lady che svela il suo lato oscuro e le sue ossessioni: l’attrazione della morte, il glamour d’annata hollywoodiano, bad boys inafferrabili.

 

Black Keys  – El Camino

Dopo sei album, partendo dal basement di casa, passando per varie etichette e migliaia di date in piccoli club che diventano sempre più grandi, l’ascesa dei Black Keys è finalmente terminata: El Camino ha convertito il duo batteria-chitarra di Patrick Carney e Dan Auerbach – insieme ai White Stripes i massimi esponenti di quel suono grezzo, basico, pieno di chitarra distorta e thump thump senza pietà sulle pelli, che si chiama garage-rock- in star da palazzetti e stadi. Rispetto ai precedenti, El Camino (dedicato al mini-van omonimo fotografato in copertina) ha canzoni più canzoni, ritornelli e riff che strapazzano il corpo e scapigliano i capelli, testa da headbangers e fuzztone sparso senza risparmio ovunque. Chi cerca un rock da anni dieci, l’ha trovato.

 

Alabama Shakes  – Boys & Girls

Il primo disco di questo quartetto di Athens, Alabama, grazie alla presenza di Brittany Howard, bluesy e gutturale come una giovane Joplin, si è distinto fra le centinaia di dischi di ‘americana’ usciti quest’anno. Se il genere, ovvero la sintesi delle tante influenze popolari alla base della musica americana, sta godendo di una popolarità senza precedenti recenti, gli AS ne rappresentano il lato più robusto, a volte anche funky. In certi momenti sembra di ascoltare la Band, o Janis, o gli Stones ammollo nel soul-blues-rock di Exile on Main St. quarant’anni dopo.

 

Criolo  –  Nò Na Orelha

La nuova star brasiliana è lontano anni luce dall’inevitabile iconografia brasileira. Niente samba e bosse nove: il 37enne che a inizio carriera faceva il rapper si apre a un suono transnazionale e pubblica il disco dell’anno 2011 in Brasile. Si apre con una batteria di fiati che sembrano gli africani Osibisa e si continua con funk, hip-hop, acid jazz, reggae e, sì, un po’ di electro-bossa. Kleber Cavalcante Gomes (più facile Criolo, eh?), nato in una favela di San Paolo, avrà in buona parte lasciato alle spalle la sua persona da rapper duro di strada, ma i temi di cui canta non sono molto diversi, e l’intensità è istantaneamente percepibile. Promessa.

 

Top 20

 

Fiona Apple –  The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

Forse il lavoro più complesso (a partire dal titolo), audace e meno immediatamente accessibile per la cantautrice newyorkese. Storie dettagliate, melodie che si attorcigliano, si riempiono e sciolgono con classe. E’ una canzone d’autore apparentemente senza schemi prefissati, che segue i kilometrici testi, vignette di vita sentimentale e relazionale, accompagnata solo dal pianoforte e percussioni assortite, crudo ed essenziale, ma ricca di mille sfumature, tutte sottolineate da una voce che canta, miagola, ansima, strappa e ricuce. Non per tutti, ma sofisticato come nessuna, nel panorama attuale.

 

Beach House – Bloom          

Lo chiamano dream-pop, melodie gradevoli ammantate di fascino sonoro, pensieri tangenziali rivestiti da strati su strati di chitarre e tastiere che fanno sognare e galleggiare a mezz’aria.

Tutto un pò dilatato, ipnotico, sospeso fra innocenza e tensioni. Figli diretti delle sonorità dei Cocteau Twins, il duo Victoria Legrand e Alex Scally ricrea una tavolozza di mezzitoni pulsanti e pennellate morbide, perfetto sottofondo per momenti di girovagare mentale senza meta.

 

XX  – Coexist

Il secondo album del trio inglese non si discosta da quello che l’anno scorso li ha portati in prima fila del panorama indie. Avanti piano, allora, attraversando quell’universo sonoro nella quale si immergono: suoni dilatati, pieni di riverbero e beats elettronici, stop and go continui, voci maschile/femminile vellutate e sussurranti all’unisono, un po’ Cure un po’ Portishead, fascinosi e misteriosi.Dream-pop, ma più inquietante e imprevedibile, e molto molto cool.

 

Dr. John  – Locked Down

Il grande stregone del voodoo-funk di New Orleans incontra il suono mega-garage dei Black Keys (il chitarrista Dan Auerbach, fan da sempre, suona produce e plasma) e nasce uno dei dischi più curiosi dell’anno. Il Dottore si lascia alle spalle il suo suono ormai codificato, abbraccia l’energia e la ‘sporcizia’ del giovane fan senza guardare troppo indietro e si lancia in territori di volume alto e batteria che trascina, Hammond che scivola e chitarre che svisano. Su tutto, la voce e la presenza del musicista-stregone e i suoi testi minacciosi: come scrive nelle note, questo lavoro è ‘una salvezza e una minaccia, seduzione e iniziazione, devozione e contrizione’. Un disco di estremi che si incontrano, e godono insieme.

 

Bill Fay  – Life Is People

La carrambata dell’anno: a 68 anni, con alle spalle solo due dischi nei primi anni 70 e poi il silenzio e la sparizione (almeno fino all’avvento dell’era YouTube), il ‘cantautore inglese dimenticato’ ritorna e produce un nuovo disco con – ma esattamente! – il suono di quegli anni. Avete presente? chitarre e tastiere e batteria con quel suono morbido e avvolgente col quale si facevano i dischi, soprattutto quelli dei singer-songwriters, 30 o 40 anni fa. Ritroverete quella intimità, quel ricerca di introspezione e salvezza nelle proprie canzoni che hanno riempito le nostre notti, quando le classifiche erano un optional, non un imperativo. In totale controtendenza, come il film muto ‘The Artist’ che vince l’Oscar.

 

Patti Smith  – Banga

Patti negli anni è andata e venuta, seguendo le sue vicende personali, ma non è sparita mai: la sua presenza, le sue motivazioni etiche, la sua costante ricerca delle radici e – insieme – della descrizione del presente non hanno mai flesso. Visionario, divertente, trascinante, riflessivo, Banga è un disco eccellente (incredibile non trovarlo in nessuna delle classifiche di best di fine anno), una galleria di volti dal passato che prendono nuova vita e significato contemporaneo: Amerigo Vespucci e l’Imperatore Costantino, Maria Schneider e Amy Winehouse, Andrei Tarkovski e Johnny Depp, Seneca, San Francesco e Piero della Francesca. Cosa li lega? Il loro posto nella storia, di cui Patti è appassionata e conoscente, il loro essere archetipi di sentimenti eterni, nei cui confronti la sacerdotessa-ribelle-punk ha sempre conservato il massimo rispetto.

 

Mud Morganfield  – Son Of The Seventh Son

Chi ama il blues sa che Morganfield era il cognome del più grande di tutti, quel Muddy Waters che quasi da solo ha trasformato il blues rurale del Delta in quello elettrico del freddo Nord, Chicago in testa. Larry ‘Mud’ è il primo figlio, 58 anni, e cominciò a pensare alla carriera di musicista solo alla morte del padre nel 1983. Lunga gavetta nei club di Chicago e dintorni, e poi nel 2008 il debutto discografico. Questo è il secondo disco, e la somiglianza di fraseggio vocale e di stile fra i due è quasi perfetta. Ok, non è Muddy, ma in mancanza, e dopo esserci comprati qualsiasi cosa del padre, Mud val bene un giro.

 

Mumford & Sons  – Babel

Capitanati da Marcus Mumford, i cinque inglesi innamorati del folk americano tornano sul luogo del delitto (milioni di copie vendute del primo album Sigh No More) un anno dopo, e non ci pensano proprio a cambiare la formula: canzoni orecchiabili e costruite di alti e bassi, parte meditativa e parte indiavolata, ritmo stompin’ e voci corali, strumentazione ‘traditional’ di banjo e chitarre e contrabbasso e violino che tira come e più di un r’n’r elettrico. A modo loro, incarnano quel ponte invisibile fra la cultura americana e quella inglese, che ogni tanto (dai Beatles in poi) prende una formula d’oltreoceano e la porta in cima alle classifiche. 600.000 americani hanno comprato Babel la prima settimana d’uscita: qualcosa di più di un fenomeno passeggero, che ne dite?

 

Dirty Projectors  – Swing Lo Magellan

Delle decine di indie bands che la critica anglo-americana ama scovare, se non inventare di sana pianta, sono per me fra i più insoliti, e imprevedibili. Nei primi dieci cd (fra album ed EP) della band di Brooklyn l’assunto di partenza è stato estremamente eclettico, incorporando prog e afro, collaborazioni con Bjork e David Byrne, e persino un lavoro su Don Henley degli Eagles. Qui la base è folk-pop, canzoni brevi con melodie nette, ma nelle mani di David Longstreth e dei suoi cinque compari tutto ciò diventa qualcos’altro, perché il Proiettore trasforma le immagini, e diventa un kaleidoscopio di molti colori differenti, alcuni in armonia, altri dissonanti, a volte acustici a volte elettrici, ma mai banali.

 

LaVette BettyeThankful N’ Thoughtful

Il genere di disco che Tina Turner non fa più da troppo tempo.
Una manciata di cover, a volte anche apparentemente lontane dal r’n’b, riportate a nuova vita – nera e viscerale – da una sessantaseienne che ha trovato negli ultimi 10 anni tutto il riconoscimento che le era mancato da giovane.
Bettye ci mette anima e corpo, sangue e passione, e le percorre come fossero strade nuove. Toccante.                                

 

 

 

Altri 10 Top che non dimenticheremo

Young Neil & Crazy Horse                – Psychedelic Pill

David Byrne & St. Vincent                 – Love This Giant

Meshell Ndegeocello            – Pour Une Ame Souveraine – A Dedication to Nina Simone

Of Monsters and Men                       – My Head Is An Animal

Melingo                                              – Corazon & Huevo

Toure-Raichel Collective                – Tel Aviv Session

Lianne La Havas                               – Lost & Found

Ilhan Ersahin                                     – Istanbul Sessions

Natalie Duncan                                 – The Devil In Me

Kendrick Lamar                               – Good Kid,M.A.A.D.City

  

PS: Canzoni dell’anno

Follia Collettiva                                   PSY – Gangnam Style

Pop                                                     Carly Rae Jepsen – Call Me Maybe

Italiana                                                Nina Zilli – Per Sempre

Cantautore                                         Leonard Cohen – Going Home

Dance                                                Swedish House Mafia – Don’t You Worry Child

Indie                                                   Of Monsters and Men – Little Talks  

 

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