Sicilia, nuove Usca per contenere il Covid e una “cintura di protezione” a Palermo, Catania e Messina

In Italia solo 610 Usca sulle 1.200 previste, restano molte criticità.

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Le Unità speciali di continuità assistenziale USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale, art. 8 dl 14/20 del 9 marzo 2020) sono volte a implementare la gestione emergenza sanitaria per l’epidemia da Covid-19 nell’ambito dell’assistenza territoriale e hanno il compito di gestire a domicilio i pazienti sospetti o accertati Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero, nascono a supporto dei Medici di famiglia, di Guardia Medica e Pediatri, che richiedono il servizio, non è attivabile dal singolo cittadino.

L’assistenza a domicilio, chiarisce Franco Luca, Capo dipartimento Asp di Catania “tramite le unità speciali viene assicurata a pazienti sospetti o accertati Covid-19, paucisintomatici, che presentano sintomi respiratori lievi tali da consentire la loro permanenza a casa o pazienti che sono stati dimessi da una struttura ospedaliera, invece l’asintomatico passivo lo prendono in carico telefonicamente”.

Nel picco della seconda ondata dell’epidemia di Covid, le Regioni stanno cercando di accelerare l’istituzione delle Usca che, stando ai tempi previsti dal Decreto di marzo, avrebbero dovuto essere attivate a 10 giorni dall’entrata in vigore della legge. Non tutte le Regioni sono in regola in Italia solo 610 Usca sulle 1.200 previste e troppo spesso usate per altri compiti .

La Corte dei Conti, alcuni giorni fa in audizione sulla Manovra davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha bacchettato le Regioni affermando che la media delle Usca a livello nazionale era inferiore al 50 per cento.

Il sindacato medici italiani (Smi) ha fornito i dati di alcune Regioni  e sembra  che un certo progresso sia stato fatto per recuperare il notevole ritardo: in Calabria una Usca ogni 100mila abitanti (anziché 50mila); in Campania una ogni 200mila abitanti; in Umbria, Friuli, Piemonte, Liguria, Emilia, Basilicata il risultato è stato raggiunto; in Toscana più Usca dello standard nazionale: una ogni 30.000 abitanti; in Puglia stanno partendo solo ora.

Le Usca insomma sono state create  per alleggerire la pressione sugli ospedali ed evitare che i medici di base, la maggior parte in età avanzata, sia messa a contatto con malati Covid; il segretario nazionale della Fimmg, Silvestro Scotti, fa notare “non abbiamo dalle Regioni alcun dato sui reali tassi di assistenza domiciliare ai pazienti da parte delle Usca, quali siano le effettive mansioni, e ci risulta che spesso vengano utilizzate per altre attività dai Dipartimenti di prevenzione, per esempio per il tracciamento. I pazienti in isolamento continuano a chiamare i Medici di famiglia”. Resta così il nodo delle visite a casa.

Il Tar del Lazio, in questi giorni, ha accolto il ricorso Smi contro la Regione, affermando che l’assistenza a domicilio dei pazienti Covid non spetta al medico di medicina generale ma alle Usca. Adesso sia la Regione che la Conferenza Stato-Regioni si sono costituite in giudizio.

In Sicilia il Presidente della Regione Nello Musumeci ha autorizzato le tre Asp provinciali delle aree metropolitane (Catania, Messina e Palermo), a implementare il numero delle Usca già istituite, fino al raggiungimento dello standard di una unità ogni venticinquemila abitanti e per tutte le altre provincie una Usca ogni 50mila abitanti.

Le Asp potranno fare ricorso al nuovo personale sanitario per l’avvio dello screening epidemiologico e,  per la scuola,  è confermata la figura delle Usca scolastiche.

L’Asp di Catania, con sforzi enormi, grazie al coordinamento del dirigente Franco Luca, ha messo in campo una strategia che prevede “un ulteriore aumento delle squadre Usca in città e in provincia e il potenziamento delle linee telefoniche. Perché in questa fase – afferma – c’è l’esigenza di dare una risposta più celere ai medici di famiglia”. Le Usca hanno il ruolo di ponte di collegamento tra paziente e dipartimento prevenzione dell’Asp e si occupa delle certificazioni di isolamento e guarigione.

In tutta la provincia operano 41 squadre Usca, di cui solo 13 a Catania. In media un’équipe composta da due medici (o un medico e un infermiere) che partono alle 8 del mattino e rientrano alle 20 di sera, riuscendo a eseguire 60-70 tamponi domiciliari al giorno e operano anche con 18 strutture residenziali”.

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“Guardando i numeri dei contagi giornalieri e considerando che le Usca – argomenta il dottor Luca – a domicilio devono eseguire oltre ai tamponi di controllo dopo i 10 giorni di isolamento fiduciario, i molecolari di conferma dopo un rapido positivo e anche quelli sui coabitanti è facile fare un calcolo matematico di quanto personale occorrerebbe per potere essere in linea”. 

“Un aiuto arriva anche dal tampone rapido antigenico, che dà il risultato in 10 minuti, se il paziente risulta positivo si procede con quello molecolare che opera la ricerca sul’Rna, più positivi tracciamo, ribadisce il dott. Luca, più molecolari dobbiamo fare e i laboratori sono ingolfati poiché ogni giorno facciamo 1.400 tamponi. Un aiuto e un potenziamento per avere la processazione immediata arriva grazie al sacrificio dei laboratori di virologia e dai primari di: Policlinico di Catania diretto dal dott. Guido Scalia, San Marco prof.ssa Sabrina Grassi, Caltagirone dott. Fangetta Filippo e ancora un aiuto dal Garibaldi e Cannizzaro. Per il drive in è stata aperta un’ala dell’ospedale Ascoli Tomaselli”.

“Non c’è un protocollo terapeutico, ma il comitato tecnico-scientifico ha emanato le linee guida per i domiciliari da inviare ai medici di medicina generale ma anche ai giovani laureati che operano nelle Usca. “Da tempo abbiamo chiesto a Palermo di poter stilare un protocollo terapeutico Covid a domicilio. Questo – conclude Luca – non solo aiuterebbe l’operatore sanitario ma farebbe sentire il positivo in isolamento più seguito”. Un dato, anche a livello psicologico, da non sottovalutare.

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