Si è concluso il Premio “Efesto – Città di Catania”

Il Teatro Musco ha ospitato la premiazione del concorso nazionale di poesia “Efesto-Città di Catania”, giunto alla seconda edizione

Il Premio – fortemente voluto dal dottore Santino Mirabella, il Magistrato – Poeta del Tribunale di Catania – si è articolato in tre sezioni, ciascuna con un proprio vincitore: poesia in lingua – sezione A “Edo Gari”; racconto breve-sezione B “Ercole Patti”; testo teatrale – sezione C “Mariella Lo Giudice”. Ha ricevuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica.

Santino Mirabella è stato l’entertainer della serata, affiancato da una giovane e talentuosa autrice di format televisivi, Michela Italia. Dinanzi, un parterre d’eccezione con Pippo Pattavina, Miko Magistro, l’assessore Angela Mazzola; assenti, ma giustificati, Pippo Baudo e Franco Battiato (entrambi all’Estero per motivi professionali). E, naturalmente, la partecipazione di Tuccio Musumeci: il suo talento artistico ha conquistato tanto Santino Mirabella, oggi diviso tra la professione di Magistrato e l’attività di poeta e scrittore; quanto Michela Italia, laureata in Lettere Moderne con una tesi dedicata proprio all’attore catanese, scritta sotto la supervisione della professoressa Sarah Zappulla Muscarà, esperta in storia del teatro siciliano.

Sergio Pensato, poeta, recensisce il premio di Poesia “Città di Catania”

Si è concluso il PREMIO EFESTO CITTA’ di Catania. Il momento difficile di crisi storica riverbera un certo impaccio sull’intero sistema della cultura nel nostro Paese. Eliot diceva settanta anni or sono che una piuma di piccione, cadendo su Piccadilly Circus in orario di punta, si sarebbe poggiata sul capo di un poeta moderno. Ma il grande poeta voleva sorridere, piuttosto che essere amaro. C’è chi elogiò, da un pulpito ben alto, le canzonette che si scambiavano per strada, affermando che senza la musica più umile non sarebbero esistite le grandi sinfonie. Non sono discorsi consolatori, né tanto meno di circostanza. L’arte va praticata con amore, l’arte va partecipata. Altrimenti sarebbe imbalsamata e via via dimenticata. Non ci sarebbero le cime, se esse non poggiassero sulle falde annose della montagna; né dobbiamo considerare il grande artista come un eletto lontano dal consorzio umano. Ma per fortuna, almeno per canto e poesia, non mancherà mai pane per il forno. Se parlo di impaccio del sistema culturale non lo faccio a torto dei tanti autori e di quanti tra loro siano promettenti: il punto è che poi li aspetta una via impervia per diffondere la loro opera, e non c’è figura o istituzione che li accompagni oggi nell’impresa di migliorarsi, prima ancora che nel cogliere un successo meritato. In un film recente una macchietta che burlava addirittura Hemingway diceva a uno scrittore debuttante che tutti gli scrittori si odiano e fanno quindi la fossa ai colleghi; esortando poi il protagonista a non fidarsi neppure di lui. E mettiamo punto. Ma il mondo tradizionale dei mecenati, degli accademici illuminati e disinteressati, degli editori parte in causa sembra essersi eclissato per sempre. Lo scrittore si trova ad affrontare un mercato il cui indotto è già stretto, con due opzioni logoranti: tentare la porta di un grande editore, oppure navigare a vista nelle secche di una agguerritissima piccola editoria, il cui modesto profitto legittima poca copertura e visibilità del testo e del suo autore. Se c’è la scorciatoia del mercato virtuale, è pure vero che occorre promuovere un libro, per farlo conoscere ed apprezzare. Oggi la cosa più difficile, se già non ce ne fosse d’avanzo, è stabilire un contatto col pubblico, crearsi i propri lettori. Internet è un modo nuovo e promettente, soprattutto perché trasmette il nuovo supporto ebook: ma reca, come qualsiasi innovazione radicale, pure problemi e contraddizioni da risolvere. Alcuni sono strutturali al medium, primo tra tutti il rumore: se è vero che è facile inserire qualsiasi cosa in rete, poi si tratta di non perderla come l’ago nel pagliaio. Ma intanto sono in tanti a voler scrivere e pubblicare, questo è un bene. Bene pure i concorsi, quando non siano strumentali a calcoli che con l’arte c’entrano poco. Questo premio mi ha sorpreso per il buon livello dei premiati, il che mi lascia sperare che il livello generale dei testi presentati fosse abbastanza sostenuto.
Mi ha impressionato più favorevolmente il terzo classificato della sezione A, Olimpia Pantò.
“Sarò ancora” è una lirica tradizionale, ma elegante e polita. Se è difficilissimo dire qualcosa di nuovo, è pur vero che è importante saper dire. Personalmente, da vecchio del mestiere, avrei usato qualche malizia di stile, concluso un po’ diversamente. Ma non l’ho scritta io –mi dico- e rispetto l’integrità dell’autore e della sua opera. Spero di poter leggere l’opera di Pantò in un libro suo, un contesto ampio che mi permetta di conoscerla. Ho il dovere di riferire le stesse parole al primo classificato della sezione B, Teresa Riccobono, anche se mi ha impresso un velo di freschezza originale più sottile che la Pantò: per entrambe poesia facile nel senso migliore, come acqua viva. Mi è sembrato, e perdonate la gratuità dei miei giudizi, un po’ a sorpresa il risultato della prima classificata nella sezione B, Emanuela Rosolia Tolomeo, che qui elogio. Il che dimostra che a saper essere semplici –e non è affatto scontato esserlo- non si sbaglia mai. Per tutti il plauso di aver saputo evitare la cantilena fiore-cuore-amore, mostrando comunque una autentica dignità letteraria. Gli altri classificati sono Anna Perrella, secondo posto nella sezione B; nella sezione A secondo ex equo per Donato Ladik, Alessandra Chiavegatti e Alessandra Distefano.

Auguro lunga vita e prosperità al Premio.

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