Referendum per l’aborto, l’Irlanda dice sì alla legalizzazione

Con il 68% di SI e il 32% di NO il mese scorso in Irlanda si è concluso un cammino iniziato nel 1995 con l’introduzione del divorzio, nel 2015 con l’approvazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso fino ad oggi con il divieto più restrittivo d’Europa: l’aborto

 

L’ Irlanda “è un paese cattolico”. Tanto è cattolico, che vi si può morire perché i medici rifiutano un aborto, anche se è in pericolo la vita di una madre. Succede, quando la legge si adegua alla dottrina cattolica. Savita Halappanavar non era né irlandese né cattolica, ma indiana e hindu ed ha trovato le forze e il coraggio di farlo notare ai medici. Ma la legge è uguale per tutti e tutti la devono rispettare, anche se non si è tali o ci si rimette la vita. È la storia rivelatrice di quanto le ideologie no-choice, in nome della “difesa della vita”, neghino l’autodeterminazione e mettano a rischio la vita stessa delle donne, anche con conseguenze tragiche. E tutto ciò per compiacere le gerarchie ecclesiastiche, sostenitrici di una dottrina su interruzione di gravidanza, sessualità prima del matrimonio e contraccezione, che non viene rispettata nemmeno dalla maggior parte di coloro che si dichiarano cattolici. Qui entra in gioco la classe politica e i medici, in paesi fortemente condizionati dalla Chiesa come l’Irlanda e l’Italia stessa.

I dottori le avrebbero detto “questo è un paese cattolico” e lei avrebbe risposto “non sono cattolica, né irlandese.”

Savita, era incinta alla diciassettesima settimana. Purtroppo si accorge che sta perdendo spontaneamente il feto e si rivolge al locale University Hospital. Lei e il marito, l’ingegnere Praveen Halappanavar, chiedono ripetutamente ai medici di intervenire con un aborto terapeutico ma, essendo questi obiettori si rifiutano di agire, perché il cuore del feto batte ancora. La donna entra in ospedale il 21 ottobre e solo dopo circa tre giorni i medici intervengono, dopo aver atteso che il feto fosse morto per rimuoverlo. Ma intanto la mancanza di un tempestivo intervento, che molto probabilmente avrebbe salvato la giovane, ha per lei conseguenze fatali. La donna muore infatti di setticemia.

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Il tristissimo episodio ha destato grande imbarazzo nel mondo politico, tanto che si moltiplicano le richieste per aggiornare la normativa sull’interruzione di gravidanza in Irlanda, anche con proteste da parte di laici e donne. Il 26 maggio scorso in Irlanda i SI sono stati  68% ( a fronte di un 32% di contrari) secondo l’exit poll realizzato dall’Irish Times, ancora di più – 69,4 contro 30,6% – secondo il sondaggio post-voto realizzato dalla televisione Rte. E a trainare la vittoria non sono stati solo, come era prevedibile, giovani, donne e centri urbani, ma anche le zone rurali sottosviluppate culturalmente.

In tutti e tre i casi,dal 1995 al 2018, la Chiesa cattolica irlandese si è opposta a chi voleva modernizzare il Paese. In tutti e tre la Chiesa ha perso. Due decenni di progresso economico, infiltrati da una grave crisi, hanno trasformato l’isola di Joyce.

È stata soprattutto una battaglia sui diritti all’autodeterminazione delle donne, sul diritto di libera scelta. Il bando irlandese all’aborto impediva l’interruzione della gravidanza in quasi tutti i casi, anche dopo uno stupro o un incesto, anche in presenza di anomalie che portano alla morte del feto puniva l’aborto con pene fino a 14 anni di carcere, contenendo  inoltre un paradosso ipocrita: permetteva alle donne di abortire all’estero, con una media di 3.500 irlandesi all’anno che andavano a farlo per lo più in Inghilterra. Quindi un diritto riservato solo a chi poteva affrontare le spese.

Coloro che consapevolmente scelgono di interrompere una gravidanza non hanno ripensamenti né ricadute. La necessità di avere accesso all’aborto è importante per la salute stessa delle donne. Pure in Italia, dove le percentuali di ginecologi e  obiettori, hanno raggiunto livelli tali da rendere pressoché inapplicabile la legge 194.  Anche l’ Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) cerca di fare la propria parte, sostenendo la campagna Il buon medico non obietta e mobilitazioni pro-choice come #save194.

Il nuovo premier Leo Varadkar, entrato in carica nel giugno di un anno fa, figlio di un immigrato indiano, apertamente gay, è stato l’agente del cambiamento. Dal suo insediamento ha promesso un referendum sull’aborto. Durante la campagna referendaria si è battuto per la vittoria del sì all’abrogazione dell’ottavo emendamento, ossia dell’articolo della costituzione che legifera il divieto d’aborto. E ha promesso che, in caso di vittoria del sì, presenterà al più presto in Parlamento una legge per il diritto all’aborto fino alle prime 12 settimane di gravidanza, estendibile a un periodo più lungo per caso particolari. Sebbene tutti i partiti irlandesi, di governo e di opposizione, fossero schierati con Varadkar per il SI, c’era una forte incertezza sull’esito della consultazione. La campagna del NO ha potuto contare su finanziamenti di gruppi anti-abortisti americani. Una campagna che ha usato messaggi estremi, spesso fuorvianti, definendo l’aborto una “licenza di uccidere” con un influente chiesa cattolica sullo sfondo. Ma l’Irlanda è oggi più laica di un tempo, anche a causa degli scandali per gli abusi sessuali in scuole e orfanotrofi religiosi che hanno danneggiato la reputazione della Chiesa.

Ciononostante, “nessuno si sarebbe aspettato un risultato simile”. È praticamente la stessa percentuale, circa due terzi dei votanti, che tre anni fa approvò il matrimonio gay. L’Irlanda non sarà quella di una volta e darà un segnale forte sui diritti delle donne anche fuori dai suoi piccoli confini.

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