Referendum contro le trivelle: sicuri di sapere cosa votare?

Il 17 aprile 2016 siamo chiamati alle urne per il referendum abrogativo sulla concessione di impianti di trivellazione entro 12 miglia marine dalla costa.

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Un referendum storico quello del 17 aprile 2016: per la prima volta un referendum è proposto dai Consigli regionali di Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto e non da una raccolta firme.

Il referendum propone l’abolizione del comma 17, terzo periodo, dell’articolo 6 del dlgs n. 152 del 2006, limitatamente alle parole: “Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”, ed ha la seguente denominazione: “Divieto di attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per titolo abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento“.

Il quesito riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto (i nuovi impianti sono già vietati)  entro le 12 miglia dalla costa, e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri).

Occorre fare alcune doverose premesse: buona parte delle 66 concessioni estrattive marine che ci sono oggi in Italia si trovano oltre le 12 miglia marine, e non sono quindi coinvolte dal referendum. Il referendum riguarda soltanto 21 concessioni che invece si trovano entro questo limite: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.

Se dovesse vincere il Sì entro dieci anni questi 21 impianti dovranno chiudere e si impedirà l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti una volta scadute le concessioni.notrivlicata

Perché votare sì: per il turismo; per l’ambiente; per i rischi sanitari e ambientali.

Puntare tutto sulle poche gocce di petrolio presenti sotto i nostri fondali vuol dire condannare il Paese alla dipendenza energetica dalle fonti fossili e dall’import, danneggiare il turismo, la pesca e le economie costiere, penalizzare le fonti rinnovabili. Affidarsi ai petrolieri vuol dire non far crescere l’occupazione, tenere le casse pubbliche a secco, smentire gli impegni che l’Italia ha preso dinanzi al mondo intero per la salvaguardia del clima. È un fallimento certo” dice Greenpeace.

 

Anche Ficarra e Picone hanno invitato tutti i fan a votare sì al referendum.

Ma c’è chi sostiene il No: come il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS.

Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo sicuro di limitare l’inquinamento: l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10 per cento del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni.
Una vittoria del sì avrebbe poi delle conseguenze sull’occupazione, visto che migliaia di persone lavorano nel settore e la fine delle concessioni significherebbe la fine dei loro posti di lavoro.
L’aspetto “politico”, infine, è una delle principali ragioni per cui il referendum è stato criticato. Il referendum, secondo gli “Ottimisti e razionali”, è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili.

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Molte polemiche sono nate anche per la decisione di non spostare a giugno il referendum. Il Governo infatti ha deciso di evitare l’election day: avrebbe potuto accorpare il referendum alle elezioni amministrative del 6 giugno, facendo di  fatto risparmiare almeno 300 milioni di euro, il costo della macchina organizzativa che mette in moto prefetture, seggi, personale e così via.

 

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