R.I.P. Umberto Eco: un’eredità culturale tutta da disegnare

Umberto Eco, tra i massimi filosofi ed esperti di comunicazione e linguaggio del Novecento italiano,  è morto nella notte a Milano a 84 anni.eco-con-elio-alla-milanesiana-2

Umberto Eco è morto nella notte a Milano. Nato ad Alessandria 84 anni fa, inizia una promettente gioventù nell’Azione Cattolica, ma  per reazione diventa ateo e illuminista. Quale l’eredità dello studioso? Forse il momento delle celebrazioni è sempre il meno indicato per analizzare obiettivamente il lascito della persona scomparsa.
Il filosofo Gianni Vattimo: “E’ vero, è stato il mio ultimo padre, lo ribadisco, ma non potrei scrivere un necrologio su di lui, perché non credo abbia detto cose nuove in filosofia”.

Umberto EcoEsperto di comunicazione, bibliofilo, nominalista, semiologo, relativista, linguista, opinionista, editorialista, presenzialista radical-chic, Umberto Eco era consapevole della potenza comunicativa degli slogan.

Di formazione cattolica era diventato, per reazione, illuminista: è stato un grande erudito.  Per decodificare i suoi romanzi bisogna disporre di una cultura trasversale, ma analizzò anche il linguaggio televisivo di Mike Bongiorno che colto non era, ma faceva successo. Negli stessi anni che si potrebbero chiamare avanguardia dell’avanguardia, Eco ha scritto “La fenomenologia di Mike Bongiorno”.

Scrittore e corsivista,  esperto di libri antichi, bibliofilo, poliglotta, studioso di semiotica professore universitario. Studiò San Tommaso e la scolastica, quel santo che lo rese ateo, avrebbe detto:  “mi ha miracolosamente curato dalla fede”.

Si occupò di fumetti e scrisse “Come si fa la tesi di laurea”; ai tempi delle lotte studentesche e operaie scrisse anche sul Manifesto, ma invitava a leggere Ezra Pound. Chi non lo ama ricorda il suo nome tra gli 800 firmatari del manifesto contro il commissario Calabresi.

Su ognuno degli appellativi di Umberto Eco, appena scomparso, c’è tanto da dire e tanto sarà detto: ma il momento delle celebrazioni è sempre il meno indicato per analizzare in maniera obiettiva il lascito della persona scomparsa.

umberto-eco-biografia-01Attingeva direttamente alle fonti per verificare se la vulgata dei grandi del pensiero coincideva veramente con il significato dei testi che sono arrivati fino a noi.

La sua capacità di anticipare il futuro lo ha portato a rendere affermazioni poi divenute comuni che, proprio perché ormai ovvie, passeranno:  non fu il solo, né il primo a “pensare che Internet abbia dato la parola a legionari di imbecilli“. Ma non tutti posseggono un’allure tale da permettergli di dare dell’ imbecille agli altri senza suscitare il senso dell’offesa.
Ecco: Umberto Eco usava molti aggettivi qualificativi, non sempre piacevoli e in contesti in cui non tutti ne coglievano l’ironia. Il semiologo negli ultimi tempi aveva attutito la  sua adattabilità all’interlocutore.

Si dice che Mike Bongiorno, dapprima offeso, pianse e poi replicò sostenendo che lo studioso intendeva farsi pubblicità sull’onda del successo del telequiz.

Affrontò anche  tematiche da bar dello sport:  era diventato egli stesso un’ icona pop e ne gongolava. E anche il pop ne aveva beneficiato dall’elevazione a cultura di certi suoi temi.

Filosofo della parola, alcuni studiosi lo ricordano come uno tra i più influenti intellettuali ed esperti di comunicazione e linguaggio del Novecento italiano. Il suo pensiero non lo conoscono tutti o forse non è conoscibile:  e si fa fatica a ricordare qualche suo grande messaggio.

Ha scritto di tutto: ma poiché certe tematiche (comunicazione, pubblicità, tecnologia, internet) furono da lui annunciate in lungo anticipo sui tempi, accadrà anche per lui quello di cui i nichilisti come lui sogliono lamentarsi: perché egli fu nichilista, senza però dirlo e divertendosi a disseminare segni  (semeion) e  tracce in ogni suo scritto – sia erudito che pop – preferendo però sorridere sornionamente sotto i baffi  che nel frattempo si era fatti crescere.

Dicendo che di lui rimarrà il messaggio del nulla, non si vuole affatto sminuire il personaggio o ridimensionare la sua vasta ed insaziata erudizione: si intende solo far risaltare che egli  ha raggiunto lo scopo che si era prefissato.

C’è, infatti, un filo conduttore in questo scrittore, grande studioso e versatile comunicatore: “tutto è falsificabile”, andava ripetendo Eco nei suoi numerosi convegni, dibattiti e incontri accademici, e nei suoi scritti.  Gli strumenti di comunicazione servono in fondo solo a mentire e la vita stessa è un gioco senza importanza.

Ha predicato il nulla.
Diceva che nulla sapeva e nulla si aspettava di trovare.
Ha diffuso il nulla. 

imageNon possiamo attendere grandi lasciti… un teorema confermato anche dal filosofo Gianni Vattimo: “Ero affascinato dalla sua genialità, ma non sono mai stato invidioso di lui. E’ vero, è stato il mio ultimo padre, lo ribadisco, ma non potrei scrivere un necrologio su di lui, perché non credo abbia detto cose nuove in filosofia. Le ha dette, più che altro, in semiotica ma, poiché di semiotica non capisco nulla, ugualmente non potrei scrivere una riga”.

Tolto il personaggio rimarranno i libri: continuerà sempre a fare tendenza esporne qualcuno, in bella vista nello scaffale, magari senza che sia stato letto, ma le citazioni di essi non abbonderanno.

Ha scritto Guido Vitiello:  “Quando penso a Umberto Eco non mi viene in mente nulla. Possibile? Eppure ho letto tutti i suoi libri.  Nemmeno un mozzicone di frase”.

Tout se tient. Traspare subito che la filosofia sottesa al Nome della Rosa non è l’occamismo, neanche il relativismo ma un allegro nichilismo.

L’esametro “Stat rosa pristina nomine, nuda nomina tenemus” con cui si conclude il romanzo lascia intendere che il primo nome spettante alla rosa è quello di Dio.

Ma solo il lettore acculturato riesce a ricavarne la piena portata collegandola alla frase tedesca di poche righe sopra: Gott ist ein lautes nichts («Dio è un puro nulla»: nel senso di caos primordiale e finale).

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