Planck e la nuova mappa del Cosmo: l’Universo è più vecchio del previsto

Il satellite europeo Planck, lanciato in orbita il 14 maggio 2009, mostra che lo Spazio ha circa 13,82 miliardi di anni e non 13,7. Presentata a Parigi la nuova mappa del Cosmo: l’Universo è più vecchio del previsto.

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha esposto a Parigi, il 21 marzo scorso, il risultato, descritto in 30 articoli, fornito dal Telescopio Spaziale Planck. Tali dati, a quanto pare, da un lato confermerebbero le teorie di riferimento della cosmologia e dall’altro metterebbero in discussione la nostra conoscenza dell’Universo, aprendo un nuovo capitolo per la fisica.
Complessivamente costato 500 milioni di euro, Planck è il risultato di una collaborazione internazionale che coinvolge oltre cento istituti di ricerca fra Europa, Stati Uniti e Canada.
La straordinaria qualità del ritratto dell’Universo neonato ottenuto da Planck – dichiara il direttore dell’ESA, Jean-Jacques Dordainci permette di rimuovere uno ad uno i suoi strati fino alle fondamenta. E quel che ne emerge è che il nostro modello del cosmo è ben lungi dall’essere completo”.
I dati raccolti da Planck confermano la teoria della rapida espansione dell’Universo, permettendo di ridefinire il valore della costante di Hubble, che indica la velocità di tale espansione, in 67,15 chilometri al secondo per Megaparsec anziché 74,3. Si desume, quindi, che il cosmo abbia 13,82 miliardi di anni e non 13,7 come si credeva.

Osservando l’eco del Big Bang, ossia la radiazione cosmica di fondo, è possibile rilevare regioni con leggere differenze di densità che, probabilmente, potrebbero essere embrioni di stelle e galassie, evidenziando, inoltre, che le percentuali delle materie e delle energie oscure sono più abbondanti del previsto.
Dal suo lancio in orbita, avvenuto il 14 maggio 2009, il satellite ha scoperto il lato invisibile dell’Universo, impenetrabile ai telescopi ottici, grazie a strumenti di altissima precisione sviluppati per misurare il fondo cosmico di radiazione, ovvero quello che resta della prima luce che si è accesa nell’Universo.
Ora bisogna comprendere che cosa l’abbia messa in moto, pochissimi istanti dopo il Big Bang”, dichiara Nazzareno Mandolesi, membro del Cda dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e associato dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), responsabile dello strumento LFI (Low Frequency Instrument) di Planck, il quale consente di rilevare segnali dell’ordine del milionesimo di grado.

L’Italia ha contribuito anche al secondo strumento di Planck, HFI (High Frequency Instrument), di cui responsabile per la parte italiana è l’astrofisico Paolo de Bernardis dell’università Sapienza di Roma, progettando e sviluppando il sottosistema di pre-amplificazione criogenica grazie al quale il telescopio può lavorare a un decimo di grado dallo zero assoluto.
Attraverso questi sistemi altamente sviluppati, la mappa di Planck ha evidenziato alcune peculiarità inspiegabili che, per essere comprese, potrebbero richiedere una nuova fisica in quanto non rispecchiano le attuali teorie.

I risultati ottenuti sin’ora riguardano solo i primi 15 mesi di missione, “abbiamo ancora molti dati nel cassetto” afferma Marco Bersanelli, uno degli scienziati responsabili del Low Frequency Instrument, specificando che lo strumento sotto la guida italiana è tuttora in funzione. Infatti, l’anno prossimo gli scienziati offriranno i dati completi del progetto. Ne scopriremo delle belle!

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