Pippo Fava, 37° anniversario dell’assassinio del giornalista siciliano

Giuseppe Fava è uno dei simboli della lotta contro la mafia. La Sicilia lo omaggia ricordandone la morte, avvenuta il lontano 5 gennaio del 1984 a Catania, per mano di Cosa Nostra.

Uomo dai grandi valori, scrittore, giornalista, sceneggiatore e saggista di origine siracusane, apprezzato da tutti per la sua professionalità e il suo coraggio. Nacque nel 1925 a Palazzolo Acreide, un piccolo comune della provincia di Siracusa. Si laureò in Giurisprudenza a Catania, divenendo in seguito giornalista professionista. Fondò la rivista mensile "I Siciliani", diresse il Giornale del Sud, quotidiano nato nel 1980 e collaborò con altre testate giornalistiche come Tuttosport e La Domenica del Corriere in cui si occupò di diversi temi, tra i quali anche il cinema e lo sport. Nel 1966 vinse il Premio Vallecorsi con Cronaca di un Uomo e nel 1970 il Premio IDI con La Violenza. Il suo giornale, invece, nacque appositamente per trattare tematiche relative a Cosa Nostra, infatti la sua principale missione fu il giornalismo d'inchiesta. Fava denunciò pubblicamente la mafia scrivendo l'articolo dal titolo "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa", i cui protagonisti furono appunto quattro imprenditori appartenenti al clan Santapaola.

Si può quindi dire, che "I Siciliani" fu un giornale incensurato che mostrò oltretutto immagini di personaggi corrotti. Giuseppe Fava ebbe sempre un concetto etico del giornalismo, ritenendo che in una società libera e democratica, questo rappresentasse la forza della società, e che la verità nel giornalismo sia considerata essenziale poiché aiuta a eliminare la corruzione. Una settimana prima della sua morte rilasciò un'intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Film Story, in cui dichiarò: «Io vorrei che gli italiani sapessero, che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da 30 secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono in questo momento quelli che sono ai vertici della nazione. Il problema della mafia è un problema più tragico e importante, un problema di vertice nella gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale e definitivo l'Italia.»

Si pensa che siano state probabilmente proprio queste parole, queste dichiarazioni, a portarlo alla morte quel 5 gennaio poco dopo le 22:00, causata da cinque colpi di arma da fuoco alla nuca, mentre si dirigeva verso il Teatro Stabile di Catania per prendere la nipotina. Cosa Nostra seguì tutti i suoi movimenti per poterlo mettere a tacere definitivamente. Durante un'intervista, la figlia Elena Fava disse che l'unico attimo di conforto fu sapere che il padre non si rese conto di morire, mentre il figlio Claudio Fava, invece, che lo uccisero perché era intollerabile il fatto che un uomo come Giuseppe Fava potesse rimanere vivo. Questo perché la sua esistenza diventò piuttosto scomoda per la mafia, considerato che il giornalista riportava i fatti privi di qualunque censura. La sua lotta e il suo impegno per il bene comune gli sono state fatali, ma nonostante ciò mai dimenticati, perché Fava amava la sua terra e non accettava che venisse calpestata. È difatti inaccettabile che in un Paese libero non sia consentito raccontare la verità e che questo sia pagato con la vita, la vita che hanno perso tutti gli uomini dotati di senso della giustizia come Fava, Impastato, Falcone, Borsellino e molti altri. La Fondazione Giuseppe Fava porta avanti ancor oggi l'attività antimafia e si propone di organizzare eventi teatrali e non, e convegni rivolti specialmente alla scuola.

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