Pete Best: fenomenologia dell’occasione perduta

Un talentuoso batterista alle prime armi, Pete Best, che si unì ai Beatles nel periodo amburghese, nel pieno di una tournèe snervante e anfetaminica

Era bello, con quei furbi occhi volpini ed il ciuffo vaporoso in voga in quegli anni. Con il suo fascino surclassava Lennon e McCartney nell’ammirazione di un pubblico femminile dagli ormoni saltellanti. Pete Best è l’emblema dell’occasione perduta, del treno che ormai è partito e non resta che il grigiore del suo fumo in lontananza. Talentuoso batterista alle prime armi, si unì ai Beatles nel periodo amburghese, nel pieno di una tournèe snervante e anfetaminica. La pelle dei giubbotti da teddy boy mischiata con il sudore cozzava con il suo carattere taciturno, lontano dalle bizzarre odissee rock&roll. Il dissacrante sarcasmo di Lennon e compagni non apparteneva al bagaglio del giovane Pete, sin da subito fuori luogo nel contesto beatlesiano. Prediligeva una cullante solitudine, mentre il resto della band socializzava col mondo germanico, tra viaggi drogherecci e ambizioni sfrenate.

Tuttavia le crepe del periodo tedesco eran nulla in confronto alla notizia che avrebbe ricevuto nella sua perfida Albione. Durante il primo provino ad Abbey Road dei Beatles, datato Giugno 1962, il produttore George Martin puntò il suo personale occhio di bue sull’affascinante, ma estraneo batterista. Pete Best fu ritenuto inadatto, come un animale selvatico fuori dal suo habitat. Non tanto per una carenza di doti tecniche, data la sua ottima abilità alla batteria, quanto per l’amalgama mai del tutto creata con gli altri componenti della band. Pete è stato un ottimo ingrediente nella ricetta sbagliata, quando il suo destino ha voluto prendersi beffa di lui, nel più classico gioco delle sliding doors. Lennon e McCartney furono costretti a licenziarlo, assumendo al suo posto un buffo uomo pieno di anelli al dito, tale Ringo Starr, forse più sgraziato e grossolano, ma di certo un tassello fondamentale per completare un puzzle chiamato Beatles. Da quel momento è partita l’ascesa inarrestabile del gruppo di Liverpool, che si è consacrato in cima ad ogni vetta immaginabile nel mondo della musica.
Ma questa è un’altra storia. Il nostro occhio resta puntato su Pete, su un’occasione mancata e sul cinismo della vita. Ha provato per anni a restare nell’ambiente musicale, fondando nuove band senza fortuna, fino alla resa finale e ad un posto fisso in un ufficio di collocamento di Liverpool. Un sogno spappolato,  una ferita costantemente stuzzicata per il resto della sua vita. Epiteti quali “Beatles mancato” gli son rimasti incollati addosso come la pelle di quei giubbotti ad Amburgo. Con gli anni è diventato il simbolo del “quasismo”. Quasi batterista della band più famosa di tutti i tempi, quasi in cima al mondo, quasi ricco sfondato, quasi felice… E non possiamo non nutrire sentimenti di comprensione  per chi è arrivato ad un passo dal cielo, sfiorandolo con un dito, per poi ritrovarsi catapultato nella sterile realtà quotidiana, come un uomo qualunque. “Non voglio essere Pete Best” ha sostituito il “carpe diem” oraziano nell’esortazione a non perdere quel treno, provando ad afferrare quei residui di fumo, così lontani eppure tangibili, nitidi nella realtà di questo mondo-stazione.

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