Nicola Santini, l’esperto di bon ton a “Detto fatto” su Rai 2

Lo vedremo in tv ogni settimana, dopo essere entrato a fare parte del programma condotto da Bianca Guaccero

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Insegna il bon ton ad alto tasso di irriverenza. Odia il politicamente corretto e, dice, esce meno di Mina. Nicola Santini, che da quest’anno è entrato far parte della nuova famiglia di “Detto Fatto”, condotto da Bianca Guaccero, è esattamente come si vede in televisione: schietto, autoironico, tratta argomenti seri con leggerezza e argomenti leggeri con una serietà quasi scientifica. Le buone maniere sono il suo pane quotidiano: allo Ial di Trieste, dove insegna, in tv, dove lo vediamo ogni settimana, e sulla carta stampata. In uscita il suo sesto libro, “Parole Sante” spiega come chiamare le cose con il loro nome.

Nicola, sei un giornalista, un opinionista televisivo e uno dei massimi esperti di galateo in Italia. Com’è nata la tua passione per il bon ton?

La mia passione per le buone maniere è nata di pari passo alla mia passione per i viaggi. Ho sempre amato, con una curiosità quasi infantile, guardare cosa c’era oltre me, oltre la mia cultura o le mie radici. E non ci ho messo molto a capire che Paese che vai usanza che trovi. E che le buone maniere cambiano a seconda di dove ti trovi. Con quelle convinzioni che ti accompagnano quando hai 20 anni, ossia che quando una cosa ti piace hai l’assoluta certezza che piaccia anche agli altri, ho deciso di trasformare questo interesse in una professione, proprio in quel periodo storico in cui in televisione venivano sdoganate le parolacce, le liti, le polemiche in tutte le fasce orarie. Una scelta controtendenza, che nel mio caso ha premiato.

Non è facile vedere in tv una persona giovane parlare di galateo. Che cosa rimproveri degli italiani nelle loro non buone maniere in tavola?

Parlo di Galateo in TV ormai da diversi anni, quasi 20, eppure risulto ancora il più giovane, chissà per quanto. Rimprovero agli italiani di essere troppo affettati, di perdere di spontaneità perché pensano che le buone maniere siano non un modo di essere a pari di una seconda pelle, ma un accessorio da indossare a seconda delle circostanze e delle persone con le quali si siedono a tavola. Nulla di più sbagliato. Perché poi diventa una recita. Per dirla in parole povere, mangiano con i gomiti a casa puntati sul tavolo e poi perché qualcuno glielo ha detto o lo hanno visto in TV cercano di ricomporsi solo quando ci sono occasioni speciali, o ci sono occasioni speciali, come il matrimonio della figlia, però non essendo allenati poi risultano formali.

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Da quest’anno fai parte del cast di “Detto fatto” con lo spazio “Da trash a chic”, con Bianca Guaccero e Giovanni Ciacci. Qual è stata la tua emozione quando hai saputo dell’ingaggio televisivo?

Conosco da tempo Giovanni Ciacci, e lo stimo da sempre come un grande professionista, mentre Bianca la conoscevo soltanto come attrice e mi domandavo come sarebbe stata alla conduzione e soprattutto se tra di noi sarebbe scoccata la scintilla giusta. Un po’ per incoscienza un po’ per scaramanzia non ho voluto vedere nemmeno una puntata fin quando non è stato il mio turno, a 20 giorni circa dall’inizio del programma. Ci siamo incontrati con Bianca praticamente 3 minuti prima della registrazione della rubrica, è bastato uno sguardo e ci siamo capiti subito.  E dunque Una padrona di casa eccezionale, perché conosce la regola principale del galateo che quella di essere e mettere a proprio agio chiunque in qualsiasi circostanza. Compresi quelli appena arrivati.

Qualcuno ha scritto che sei la massima espressione del garbo, della gentilezza, e i tuoi consigli funzionano non solo a suon di share. Nicola, cosa ti fa arrabbiare quando sei a cena e vedi roba da far venire i brividi?

Non tollero i rumori. Chiunque faccia rumore mentre mangia mette a dura prova il mio sistema nervoso. Poi non amo chi mangia di fretta, chi fuma poco prima di sedersi, portando una scia che inquina i profumi dei cibi e non amo le apparecchiature pretenziose.

Sei un tipo che dice apertamente quello che pensa, fregandosene dei presenti, oppure fai finta di nulla con un sorriso a denti stretti?

O dico quello che penso o rimango in silenzio, lasciando all’indifferenza il compito di commentare. Difficilmente mi vedrete sorridere a denti stretti. Però non potrei mai affermare di fregarmene dei presenti. Credo che il rispetto delle persone che siedono al tuo stesso tavolo, comprese quelle che decidono di non rispettare te, sia fondamentale. Non metterei mai i padroni di casa in imbarazzo, per esempio. Credo che anche la sincerità a tutti i costi sia un modo per celare l’incapacità di controllare se stessi, che non è sempre sinonimo di forza e di sicurezza. È, al contrario, un regalo gratuito delle proprie debolezze che si fa a un interlocutore che nella maggior parte dei casi non merita una tale confidenza.

Hai conosciuto da ragazzino Marina Ripa di Meana che è stata una delle tue migliori amiche. In un’intervista hai raccontato che lei ti ha spiegato come si beve un cocktail, a sorsi e non come se fosse un bicchiere d’acqua. Quali sono i tuoi ricordi dell’eccentrica Marina, e se ti sono serviti i suoi consigli nel tuo lavoro

Tutto vero. La prima volta che sono uscito di sera, avendo circa 14 o 15 anni ed il permesso proprio perché ero con Marina, amica anche dei miei genitori. Andammo alla Capannina di Forte dei Marmi e presi lo stesso cocktail di un suo amico che era uscito con noi. Se non ricordo male un banale Vodka Lemon che buttai giù in un lungo sorso. Da lì il primo diktat: “se vuoi ballare e non traballare, sorseggia!”. Da Marina ho imparato tantissime cose, sicuramente mi ha trasmesso i fondamenti della democrazia dell’eleganza. La sua capacità di mescolare l’alto con il basso, la pattumiera con il lusso più estremo, ma soprattutto il bisogno di regalarti dei lussi e dei riti quotidiani indipendentemente dai mezzi economici o dalla posizione geografica, da godere in solitudine. Per centrare se stessi senza aver bisogno di niente e di nessuno. Quanto al lavoro, la cosa più importante  che mi ha trasmesso è stata quella di saper capitalizzare le proprie passioni, senza temere che non diano un tornaconto sufficiente. Se fai quello che ti piace prima o poi ti darà anche il pane quotidiano. E se non te lo dà, ti sei divertito.

Nessuno mai avrebbe immaginato che i social network potessero cambiare la nostra vita di tutti i giorni. Siamo diventati più irrispettosi o ci siamo adeguati a un mondo virtuale fatto di like e sorrisi?

Siamo diventati più pigri. Più creduloni. E più fifoni. Con uno smartphone davanti la gente riesce a inventarsi una vita che nella maggior parte dei casi non esiste e non è sostenibile. E nessuno si pone il problema di ciò che sta leggendo o guardando. Poi, però, quando si tratta di incontrarsi faccia a faccia gli eroi diventano timidi, e quella confidenza che si è sviluppata dal leggersi o guardarsi quotidianamente si dissolve in una schermatura piatta che non porta da nessuna parte. In un’ipotesi di Ritorno al Futuro 3.0 credo che qualcuno cercherà forme di vita offline.

Hai vissuto a New York, la grande mela, gli americani come sono messi a bon ton?

Sono solo apparentemente più soldi e informali di noi. In realtà sono estremamente rigidi per quanto riguarda le loro regole con le loro manie. Però diciamo che il bon ton, inteso come tale trovando la sua massima espressione in Martha Stewart, non ha scelto l’America come patria ideale. Però posso dire che l’unico posto al mondo dove 5 minuti dopo che ho appoggiato le valigie sono già pronto a sentirmi parte della città, senza tempi di recupero.

Sei severo anche nel tuo privato? Oppure a casa tua o nella tua vita regna il disordine?

Ci sono cose su cui sono estremamente severo, o forse sarebbe meglio dire intransigente, però c’è sempre una parte di me che prende in giro l’altra: il mio bisogno di sdrammatizzare mi accompagna in ogni momento della mia vita. Le persone intorno a me lamentano il mio disordine, in realtà io preferisco chiamarlo caos creativo. Che comunque ha un perimetro definito, non riuscirei a vivere nel disordine o circondato di cose che non hanno un posto. A mia discolpa dico che vivere tra tre città che distano minimo 250 chilometri l’una dall’altra (Trieste, Milano, Camaiore, ndr) non è per niente facile, perché vuol dire sempre arrivare con la consapevolezza dover andare via pochi giorni dopo, il che non contempla la classificazione delle camicie per tono o l’ordine immediato delle note spese. Compro uno spazzolino da denti ogni due settimane, idem per il carica batterie del telefono, non pervenuto il numero di occhiali da sole che ho perso nel 2018…ma alla fine va sempre tutto bene e se non va tutto bene significa che non è la fine.

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