Morto Hiroo Onoda, il soldato giapponese che ignorò per trent’anni la fine della II guerra Mondiale

TOKYO – Giappone   È morto il soldato giapponese che trascorse trent’anni nella giungla delle Filippine in totale isolamento, non sapendo che il suo paese si fosse arreso. 

 

     

É morto d’infarto lo scorso 16 gennaio a 91 anni Hiroo Onoda, l’ultimo tenente a riposo dell’ex Esercito Imperiale nipponico, divenuto – suo malgrado – il simbolo del militarismo del Sol Levante, dopo aver trascorso quasi tre decenni nella giungla delle Filippine, in totale isolamento, eccettuati tre commilitoni, che però sarebbero stati via via uccisi o arrestati, ignorando che la II Guerra Mondiale fosse finita da un pezzo e che il suo Paese aveva firmato la resa. Onoda si è spento ieri in un ospedale di Tokyo, dove era ricoverato dall’inizio del mese per problemi cardiaci.

Inviato nel 1944 sull’isola occidentale filippina di Lubang, un centinaio di chilometri al largo di Manila, l’allora 22enne tenente aveva ricevuto l’ordine d’infiltrarsi al di là delle linee nemiche per compiere operazioni di ricognizione e sabotaggio, senza alcun aiuto o sostegno dall’esterno e, quindi, sopravvivendo in maniera totalmente indipendente, fino a quando non avesse ricevuto nuove istruzioni.

 

 

 

 

 

Istruzioni, però, che non gli giunsero mai…

Un anno dopo, infatti, il Giappone fu sconfitto, ma Onoda non fu informato e continuò, pertanto, a compiere il proprio dovere al servizio del suo Paese, nascondendosi nel folto della foresta tropicale. Visse così per ben 29 anni consecutivi, nutrendosi di frutta, radici e delle rare prede che riusciva a catturare, sfuggendo sistematicamente alle pattuglie della polizia locale e persino alle spedizioni giapponesi mandate a cercarlo, che scambiava per nemiche. Alla fine, però, fu escogitato l’espediente di farlo avvicinare da un suo antico superiore, il maggiore Yoshimi Taniguchi, il quale gli annunciò che l’ordine originario era revocato e che pertanto non aveva più alcuna responsabilità da adempiere: era il 9 marzo 1974 e Onoda aveva già 52 anni. Solo l’ordine del suo vecchio superiore poté farlo desistere dall’antico incarico: così, si presentò nella sua divisa tutta rattoppata, consegnando la katana e la spada di ordinanza, con un fiero saluto militare.

 

 

Rientrato, così, in patria, trovò un Giappone rivoluzionato, senza più l’imperatore-divinità (con Hirokito sempre sul trono), rinato dalle macerie del conflitto e in pieno boom economico. Ammise candidamente di non essersi mai chiesto se la Seconda Guerra Mondiale fosse finita, tanto era fedele ad uno dei principi cardine della ferrea disciplina della “Nakano Gakko”, la scuola degli ufficiali dell’Esercito imperiale nipponico, che recitava ‘Un soldato non deve mai pensare alle cose, deve rispettare gli ordini’.  Ricevette anche il perdono per essersi macchiato dell’uccisione di una trentina di nemici e così fu ricevuto dal presidente filippino Ferdinando Marcos e dalla moglie Imelda. Resto in Giappone solo pochi mesi: nel ’75 si trasferì in Brasile, dove si sposò e gestì con successo una piantagione. Nell’89 tornò a casa e si dimostrò ancora una volta non solo un fedele soldato, ma anche un abile manager di se stesso: creò, infatti, una sorta di “accampamento itinerante”, dove insegnava a giovani e meno giovani le tecniche di sopravvivenza in natura, come accendere un fuoco con i bastoncini di legno e costruire dei ripari. Nel frattempo aveva pubblicato un’autobiografia di successo, dal titolo ‘Nessuna capitolazione: la mia guerra trentennale‘. Nel 96 tornò a Lubang, dove donò 10.000 dollari per finanziare una scuola. Conosceva tanto il cinese quanto l’inglese, utili alle azioni di intelligence combinate agli ordini “di mantenere le posizioni, non commettere seppuku (ovvero il suicidio rituale) e aspettare rinforzi”.

Ci lascia un vero e proprio modello di “amor di Patria e rispetto delle regole”, con il suo indimenticabile inno alla vita. 

 

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