Migranti e territorio: tavola rotonda ai Benedettini

Un filo rosso lega il tema delle migrazioni dei popoli, le rotte che seguono in cerca di un futuro migliore e le reazioni delle popolazioni che si trovano ad accoglierli. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, Enzo Bianco, sindaco di Catania, l’operatore umanitario Giovanni Sciolto (North Syria coordination manager – Mercy corps), la coordinatrice del Centro Astalli Elvira Iovino hanno incontrato studenti e semplici cittadini per parlare di migrazioni e diritti dei migranti.

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Una tavola rotonda per parlare di migrazioni, di guerre, del perché milioni di persone hanno deciso di lasciare tutto e attraversare deserti e mari e, anche, delle persone che ogni giorno le accolgono. Perché ci sono le terre che si lasciano ma ci sono anche quelle dove si arriva. L’incontro, che si è tenuto nell’auditorium “De Carlo” del Monastero dei Benedettini a Catania ha voluto affrontare queste difficili tematiche con chi quotidianamente vive e lavora con i migranti.

L’università, le amministrazioni, gli operatori locali ed internazionali si sono incontrati per confrontarsi sulle politiche e sui problemi concreti connessi alle migrazioni, fenomeno complesso e che, oggi più di ieri, ha assunto dimensioni gigantesche, legato com’è all’esodo di intere popolazioni martoriate dalla guerra.  L’iniziativa è stata promossa da docenti dei dipartimenti di Scienze umanistiche (Laura Bottini, Mirella Cassarino, Marco Moriggi, Cristina La Rosa), di Scienze Politiche e Sociali (Federico Cresti e Daniela Melfa) e della struttura didattica speciale di Lingue e Letterature straniere di Ragusa (Alba Rosa Suriano), con il contributo di Giuseppe Maimone, dottore di ricerca membro del Centro per gli Studi sul Mondo Islamico Contemporaneo e l’Africa.

Riflettere a Catania, in Sicilia, sul tema della migrazione significa certo riflettere sulle problematiche di respiro locale e regionale ma significa altresì ripensare al ruolo dell’Europa e immaginare strategie di cooperazione internazionale.

Lampedusa ha accolto, accoglie e accoglierà ancora, tanti disperati che hanno scelto l’ignoto del mare, su imbarcazioni precarie, per sfuggire alla guerra, alle persecuzioni, alla miseria, alla morte.migranti 3

Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, incontrando i giornalisti, ha raccontato cosa significa e cosa ha significato vivere l’immigrazione, vedere ogni giorno i corpi, dei vivi e dei morti, arrivare sulle spiagge. Ha raccontato la solidarietà della gente di Lampedusa che mai si è tirata indietro quando si è dovuto fare sacrifici anche importanti per salvare vite umane.

La sindaca di Lampedusa non teme il peso delle parole che usa con precisione anche quando suonano dure: “Io vorrei che ci fosse meno retorica quando si parla di Lampedusa. Vorrei vedere un valdostano a Lampedusa durante uno sbarco, cosa farebbe? Vorrei davvero sfidare la destra estrema, facendoli stare per quindici giorni a Lampedusa, per vedere come si chiude il mare, con quale coraggio possono ributtare in acqua bambini, donne incinte, ma anche quelli che vengono definiti “migranti economici”: quando arrivano sono naufraghi e vittime di tratte di esseri umani”.

bianco nicoliniEnzo Bianco, sindaco di Catania (quartier generale dell’Operazione Triton) ha parlato di accoglienza, di dovere all’accoglienza e di diritti.

Ma soprattutto della percezione geografica dell’immigrazione. “La Sicilia tutta è sempre stata luogo d’accoglienza, una terra dove popolazioni diverse si sono sempre integrate. Abbiamo un’indole innata, dovuta proprio alla posizione della Sicilia al centro del Mediterraneo, all’accoglienza. Sono fiero del cuore dei catanesi che hanno accolto, portando beni di prima necessità agli uomini, donne e bambini sbarcati, ma anche un fiore sulle tombe senza nome dei migranti morti in mare e seppelliti nel nostro cimitero“.

Molto significativo l’intervento di Elvira Iovino coordinatrice del Centro Astalli: “Non dobbiamo fare l’errore di considerare queste persone come sacchi da riempire di cose. Questi uomini, queste donne, non sono venuti fin qui per un panino o un paio di scarpe usate: sono qui per avere diritti; diritti innegabili come libertà, diritto alla salute, alla vita. Diritti che spesso avevano nelle loro case e poi, all’improvviso, hanno violentemente perso“.

Giovanni Sciolto, operatore umanitario, ha parlato di qualcosa che spesso si dimentica quando si discute di immigrazione: i luoghi da dove si scappa.

Ci sono degli equilibri geopolitici, dovuti a guerre, carestie, epidemie violentissime, interessi e mire sul petrolio,  persecuzioni religiose e razziali, assenza dei diritti universali: tutti motivi per lasciare la propria casa, i propri affetti, la propria vita.

Si è discusso anche di “paure artificiali” create ad hoc per terrorizzare l’opinione pubblica e infondere la paura del diverso. La creazione dell’emergenza per istigare alla paura e creare consenso.

Si scappa da tutto questo: che senso ha quindi una distinzione tra rifugiati e “migranti economici”? Si scappa per poter avere una vita migliore, diritti essenziali, speranza. Anche se spesso si tratta di speranza infrante sulle spiagge lampedusane o bloccate dal filo spinato macedone.

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