Mediterraneo, Europa: scenari in mutamento

La tavola rotonda, svolta nella facoltà di Scienze politiche, a Catania, dal titolo “Mediterraneo in guerra, crisi dell’Europa”

 

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Interessante ma, soprattutto, preoccupante. La tavola rotonda dal titolo “Mediterraneo in guerra, crisi dell’Europa” è stata occasione per un dialogo pubblico sicuramente molto stimolante, perché la qualità e il genere di informazioni trattate erano veramente distanti dal chiacchiericcio medio di prassi. Tutto ciò sarebbe avvincente, se non fosse che queste informazioni, oltre ad essere interessanti, sono gravi e preoccupanti.

Con la regia organizzativa dell’infaticabile Mario Forgione, responsabile della Biblioteca della Città Metropolitana, la tavola rotonda si è sviluppata con gli interventi di Federico Cresti e Sara Gentile dell’Università di Catania e di Fabio Mini, ex comandante della Nato in Kosovo, che hanno interloquito e commentato la relazione proposta da Lucio Caracciolo, direttore di Limes, importante rivista di geopolitica in lingua italiana.

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Senza far sconti e andando direttamente al cuore degli argomenti, Caracciolo ha definito l’Italia “un Paese strategico senza strategia” e l’Europa un sistema senza struttura in cui vige la regola “ciascuno per sé e nessuno per tutti”. Questa apertura della relazione, tanto intensa da risultar quasi brutale, introduce al clima attuale in cui le esagerazioni dell’individualismo, della personalizzazione della politica e del leaderismo populista manifestano tutta la loro naturale inclinazione ad accelerare il disfacimento degli equilibri che hanno caratterizzato e tenuto sistemicamente l’Europa e l’Occidente.

In questa situazione di decostruzione, il Vecchio Continente si trova in mezzo a tre crisi: quella del Mediterraneo e quella dei Balcani, con le loro conseguenze migratorie; e quella dell’Europa stessa, priva di coordinamento delle politiche di sicurezza e delle forze armate. Sotto quest’ultimo aspetto, il direttore di Limes ha sottolineato che tutta la politica dell’Unione Europea si è in genere risolta in un allineamento delle altre forze armate al comando tedesco, consegnando così alla Germania il ruolo di “Paese àncora”.

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Questo è valso fino alla decisione del settembre 2015 di Frau Merkel di dar luogo all’apertura ai rifugiati della Siria, che ha creato le premesse per l’insorgere di quel populismo che ha utilizzato a fini elettorali questa scelta e i cui risultati, sino ad ora, sono tutt’altro che trascurabili, trattandosi del rovesciamento del governo inglese e della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, influenzando persino le elezioni americane, dove la campagna elettorale che ha portato Donald Trump alla White House è stata fortemente segnata dalla declamata decisione di costruire un muro per bloccare l’immigrazione dal Messico.

Simili intenzioni (tra cui il muro voluto da Orban in Ungheria, l’emergere della destra nazionalista di Hofner in Austria, il neo-sciovinismo della Francia di Marine Le Pen, nella medesima Germania)  nell’analisi degli intervenuti, appaiono più come dichiarazioni di principio e affermazioni di forza, piuttosto che soluzioni sostenibili non già nel lungo, ma anche soltanto nel medio periodo. D’altra parte, la globalizzazione è un processo tutt’altro che completato, con un impressionante numero di stati e, soprattutto, di persone, che sono ancora escluse dalle interdipendenze della globalizzazione. Inoltre, non può essere trascurata l’aleatorietà della copertura istituzionale di alcuni Stati che non esistono ormai se non sulla carta, come la Bosnia Erzegovina, il Kossovo, la Transnistria, la Libia, con molte riserve sulla tenuta dell’Algeria e sul vero volto dell’Egitto, senza dire dei Paesi dell’Africa subsahariana e tacendo della questione Israele-Palestina.

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Osservando dalla prospettiva di casa nostra, da questa Sicilia che è oggettivamente il centro geografico del Mediterraneo, la relazione di Caracciolo ci mette di fronte ad una realtà agghiacciante che ci vede circondati da un sistema ingovernabile che nella lettura strategica viene definito “caoslandia”, un sistema di Paesi sottratti alle istituzioni, oggetto di controllo da parte di frange di eserciti e di gruppi più o meno criminali.

Gli intervenuti non hanno potuto far a meno di constatare che, mentre tutto ciò prosegue inesorabilmente, mentre siamo seduti su di una polveriera, nel frattempo la politica italiana continua in modo scanzonato a preoccuparsi principalmente di leadership televisive, con una irresponsabilità purtroppo aggravata da una lasciva corruzione allarmante.

La vera domanda – che il pubblico attento e competente non ha mancato di esprimere – è: «Possiamo fare qualcosa per invertire queste tendenze?»

Qualche bozza di risposta si è manifestata, sia pure come orizzonte incerto, come tentativo di portare queste istanze ad una maggior presenza nell’agenda politica nazionale e, soprattutto, europea. Ma si tratta di temi difficili da trattare, che si prestano a differenze di opinione e di visione politica, divergenze su cui è sempre in agguato la tentazione della risposta facile, tipica del populismo che, attraverso semplificazioni sbrigative, rischia di far prevalere soluzioni peggiori del problema che pretendono di curare.

Nel bene e nel male, tutto passa per il rinnovamento dell’Europa. Nell’analisi di Caracciolo, tuttavia, il panorama è poco confortante, perché, ad oggi, “l’Europa degli idealisti, l’Europa come solidarietà e progresso, è saltata”. Eppure, proprio per questo, ce n’è più che mai bisogno.

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