Mario Biondino, l’attore di teatro che non amava il teatro

Mario Biondino, l’attore di teatro che ama stare sul palco sin dai tempi non sospetti, nonostante non amasse il teatro, la causa fu una banalissima crisi personale. Non gli piace il termine passione per il teatro. È inflazionato da decenni, quasi di cattivo gusto, e poi il teatro è scomodo e in alcuni casi ti fa diventare masochista

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Mario Biondino, l’attore di teatro che ama stare sul palco sin dai tempi non sospetti, nonostante non amasse il teatro, la causa fu una banalissima crisi personale. Non gli piace il termine passione per il teatro. È inflazionato da decenni, quasi di cattivo gusto, e poi il teatro è scomodo e in alcuni casi ti fa diventare masochista.

Oggi il teatro è la sua vita, nel senso anche fiscale del termine, ed è sempre felice quando produce qualcosa che ritiene interessante per se stesso e per gli altri, come quando va vedere un collega nelle vesti di spettatore e lo fa ridere o riflettere su quello che ha visto. Mario sostiene che il teatro dà tanta soddisfazione, una soddisfazione talvolta difficile da spiegare, in alcuni casi è intrinseco con i fallimenti che non possono mai mancare. A quindici anni gli hanno insegnato le basi del metodo Stanislavskij e a fumare. Chi non hai mai iniziato a fumare a quindici anni? Certi episodi ti svezzano alla vita. Mario ha un ricordo della sua adolescenza legato al mondo del teatro che non dimenticherà mai, un evento che gli causò una scarica di adrenalina addosso come quella prima volta che salì sul palco. Lavorava con uno degli ultimi degli allievi di Strehler, ancora in vita, in uno spettacolo dove aveva un ruolo talmente marginale che nelle repliche successive venne tagliato. A due o tre mesi dal debutto (era una compagnia organizzata come una scuola), fu sollevato dal suo ruolo e passò direttamente nella parte di protagonista.

Mario, fare l’attore è una scelta professionale o è una scelta di vita? E se è stata una scelta professionale, come deve essere il mestiere dell’attore ai giorni nostri?

La nostra è un’epoca per nulla facile per il teatro, come lo è per la maggior parte delle forme di espressione artistica. Hanno fatto credere alla gente di non averne bisogno (e dire che c’è tanta letteratura distopica a mettere in guardia contro queste forme d’imbarbarimento di massa). Nel mio caso è stata una scelta quasi obbligata che poi ho cercato di riportare nel sostentamento della mia esistenza. E come m’incazzo quando sento gli attori lamentarsi (e non solo), che si sono imposti quaranta, trenta anni fa, per loro la strada era stata preparata (parlo di clima culturale generale, molto più che per noi attori oggi. Non ci vuole molto a capire che un Carmelo Bene, un GianMaria Volontè, un Lucio Battisti o un Umberto Eco ai loro esordi, nomi illustri del mondo del teatro, del cinema, della musica o della cultura, ebbero un percorso facilitato e gratificante.

Oggi faticherebbero più di me a ritagliarsi una fetta di visibilità. E certo io che non sono migliore di nessuno di loro.

Sei nato ad Anzio, un luogo baciato dal mare, mentre oggi vivi a Roma per lavoro, o forse per altre esigenze tue personali. Sei riuscito a farti spazio nel mondo del teatro grazie alla tua bravura o alla tenacia tipica di chi ha un sogno nel cassetto?

Diciamo che dal punto di vista della produzione ho cercato sempre di non essere per pochi o semplicemente autoreferenziale, semmai di tenermi aperto al confronto, a farmi influenzare dai miei colleghi e a dialogare col mio tempo (volenti o nolenti tutti parliamo del nostro tempo con il suo linguaggio e gli schemi di pensiero). Dal punto di vista umano credo di essere un uomo tenace che ha avuto la fortuna (perché di fortuna si tratta – conosciamo tutti qualcuno che reputiamo migliore di noi) di incontrare persone che credevano in me, aiutandomi a non buttarmi via ma a perseguire l’obiettivo che mi ero prefissato. Non credo nel modello competitivo (lasciamolo ai talent show e che se ne ritornino da dove sono venuti). Oggi più che mai, secondo me, il modello vincente è quello collaborativo. Ci hanno detto di essere tutti protagonisti e che da soli possiamo arrivare dove vogliamo. Il più delle volte è una bugia per farci comprare un cellulare nuovo. Quanto a Roma, ci vivo da ormai cinque anni per motivi strettamente lavorativi. Non rinnego le mie radici, anche perché credo che non sia la città in cui sei nato a renderti un provinciale, anzi, rivendico sempre di essere concittadino di un grande artista come Nerone (oltreché di Roger Waters).

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Per un attore sono importanti i social network per il proprio lavoro? E se lo sono, tu li vivi in maniera costruttiva o solo per distrazione?

L’unico social su cui sono ufficialmente iscritto è facebook. L’ho fatto per lavoro, anche se nel tempo è diventato più una distrazione che altro. Non credo che il valore sia nella diffusione di un’idea artistica o del suo ideatore che possa trasmettersi attraverso quei canali. La prima è denunciata dalla sua opera e alla “fama”, siamo sinceri, se non passi per la televisione è difficile davvero che qualcuno (che non sia tua zia, il vicino di casa di tua sorella, la nonna della cognata della madre del lattaio ecc) riesca a conoscerti, e lo dice uno che in televisione non c’è ancora mai passato.

Quali sono state le figure che hanno influenzato la tua curiosità artistica e qual è stata l’esperienza più indicativa della tua carriera?

Ho avuto tanti modelli, li ho amati e infine traditi tutti. Il nostro cinema e il nostro teatro sono riserve di grandi personalità. Io nasco come attore, solo in seguito mi sono messo alla regia e infine alla scrittura (non dico sia la strada per tutti ma per me essermi messo alla penna è stato il risultato di almeno dieci anni di esperienza sul palco) e ho cercato e cerco ancora di imparare (anche per via negativa – cioè dire “benissimo, questo non mi piace”) da più persone che posso. Ho collaborato con attori, registi, drammaturghi, cantanti e musicisti, persino con una coppia così originale del nostro panorama com’è quella di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, il primo performer e la seconda scultrice. Forse le esperienze che hanno sviluppato la mia curiosità artistica sono tutte da ricercarsi nell’infanzia. Sono stato un bambino che spesso s’isolava dal resto del gruppo, questo mi ha portato a osservare i miei coetanei, a studiarli e ritornare a casa buttandomi nella lettura, nei fumetti, nella narrativa e in una piccola raccolta economica di Shakespeare.

Mario, qual è il tuo lavoro teatrale che ti è rimasto nel cuore? Attualmente sei reduce del successo “Qualcuno di troppo”, per la regia di Flavio Marigliani, andata in scena al Teatro degli Audaci di Roma dal 29 novembre al 9 dicembre. Una storia affatto classica dal triangolo extraconiugale. Ne vuoi parlare?

“Qualcuno di troppo” pur essendo stata un’operazione per me del tutto nuova e che mi ha fatto più di altre aprire a un pubblico più vasto, non è il lavoro cui sono più emotivamente legato. Il mio “Addio porca! (recut)”, rimane per me il picco più alto di sperimentazione personale (oltreché biografica, ciò nonostante non si fanno figli che non si amino, per così dire, e “Qualcuno di troppo”, del quale stiamo già organizzando il tour italiano nella prossima stagione, è una creatura (o creazione) a cui sono molto affezionato ed a cui devo tante soddisfazioni. La storia è quella di una donna (interpretata da Flavia Martino) e di suo marito (interpretato da me) che, durante una cena, scoprono di aver avuto per anni, e tutt’oggi, lo stesso amante. Il terzo protagonista della pièce è interpretato da Andrea De Rosa. Lo spettacolo, scritto assieme ad Andrea Lo Vecchio (e anche lui in scena nel ruolo della Coscienza di questa coppia borghese), abbiamo provato a unire la voglia, che avevamo entrambi, di scrivere una commedia che non ne rispecchiasse tutti i canoni tradizionali, cercando insomma di far ridere ma senza ricorrere ai soliti mezzucci. La storia ci ha permesso di sollevare un tema molto discusso, quello della legittimità dell’amore e delle unioni omosessuali, oltre che temi tipici della mia produzione, come il “metateatro di coppia” (ovverosia i ruoli che la società ci incoraggia a recitare nel rapporto con il/la partner, e spesso decretando la fine del rapporto stesso) e la disponibilità al dolore anche nella sua forma più gratuita e immotivata nell’illusione dell’amore.

La mattina, al tuo risveglio, qual è la prima cosa che fai?

Cerco di ricordare cosa ho sognato…e se non ci riesco penso a cosa mi sarebbe piaciuto sognare.

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