Madama Butterfly al Bellini di Catania, l’illusione che si fa tragedia

Gradita al pubblico la celebre opera pucciniana, con la direzione di Gianna Fratta secondo una impostazione coeva del periodo storico.

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L’esotico fascino dell’estremo Oriente, la passione naturistica per il secolo nuovo, gli avvenimenti del quotidiano: tutto ciò confluì nella fecondissima e creativa mente di Giacomo Puccini, unitamente ai librettisti (nonché scrittori illustri e illuminati) Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, nel concepire quella “tragedia giapponese” che sarebbe stata “Madama Butterfly”, debuttante nel febbrajo del 1904 alla Scala e subitamente fischiata, sappiamo dalle memorie per congiure antipucciniane, se è vero che tre mesi dopo a Brescia, e fu un trionfo mai cessato sino ad oggi, ebbe lusinghiero successo. S’era da poco iniziata la guerra russo giapponese per il governo della Manciuria ma soprattutto per il predominio sul mare dell’Impero del Sole Levante, il quale -sconfiggendo sonoramente l’agonizzante monarchia Tzarista in una inaspettata, per la pubblicistica dell’Europa (che si informava solo attraverso i giornali, non essendoci ancora la radio) pugna navale degna di Caio Duilio a Tsushima nel 1905, ove rifulse il genio dell’ammiraglio Togo e si mostrò quale debolezza aveva la immensa e vulnerabile  Russia che di lì a poco sarebbe crollata sotto i colpi del geniale colpo di stato leninista (anche perchè, come accadde altre volte nel XX secolo, l’Occidente non vòlle e non seppe arditamente supportare l’unico uomo che avrebbe potuto impedire la dittatura comunista, ovvero Kerenskij); in questo clima, che l’Italia da poco retta dal giovine Sovrano “venuto dal mare”, Vittorio Emanuele III, dopo l’assassinio del “Re buono” Umberto I, affrontava con la serenità apparente dei nuovi lumi (mentre covavano rigurgiti sociali e socialisti, precocemente accennati dal De Amicis e dal Rapisardi, che sarebbero sfociati nelle rivolte di piazza e, dopo il reducismo del primo dopoguerra, nella scelta delle camicie nere…) nasce l’opera del compositore toscano. Il quale, insignito dell’Ordine della Corona d’Italia (nel 1919 diverrà Grande Ufficiale), vòlle dedicare la Butterfly alla Regina Elena di Savoja e del Montenegro, contribuendo così al prestigio di musica e monarchia, nel solco della tradizione artistica della Regina Margherita.

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La Butterfly catanese, di cui la prima s’ebbe nel primaveril clima del dieci maggio, il mese delle rose e -per chi vi crede- della Vergine Madre, vide la regìa del locale ingegno Lino Privitera, che ha all’attivo numerose esperienze artistiche (notevole quella di regista in Pagliacci al Garibaldi di Modica l’anno scorso) e la direzione orchestrale del Maestro Gianna Fratta: citiamo prima loro poichè è d’uopo affermare che, se le scene furono “minimal” e ispirate a quel gusto vagamente liberty in uso all’epoca dei fatti, ci poteva esser peggio da aspettarsi, indi la sufficienza è assicurata. Sul Maestro Fratta, che continua il suo percorso di perfezionamento nella crescente presenza delle figure femminili alla direzione d’orchestra (e ne abbiamo esempio autorevolissimo, con la bacchetta superlativa del Maestro Speranza Scappucci, orgoglio italiano in diversi e prestigiosi teatri esteri) v’ha da dire che più volte la notevole potenza orchestrale ch’ella infuse al corpo musicale, già rodato e dalle ampie doti, dei professori del Bellini, superò ampiamente le voci degli artisti (il che, obiettivamente, specie nel primo atto non fu un male…), fatto non apprezzabile di cui invero nel secondo atto ingliobante il terzo, la direttrice si riscattò abilmente.

La storia della farfalla geisha che per amore si strugge, “un po’ per celia e un po’ per non  morir”, gli avvertimenti del console americano Sharpless, la caratura umanamente indegna di Pinkerton, son fatti noti, l’opera è tra le più rappresentate e di successo al mondo. Vero è che per la sensibilità femminile del XXI secolo, come ci si faceva appassionatamente notare, una tale sottomissione da parte della ragazza, vieppiù quindicenne, alle volubili voglie dello “yankee” d’oltre oceano, il quale peraltro la umilia tornando con la nuova sposa americana, è ai dì d’oggi del tutto inconcepibile; ma la trama è da leggere con le lenti, anzi col pince-nez, del primo Novecento, anni di profonda influenza maschile sulla società e del resto devesi considerare, cosa che pare difficile da ammettere sotto il risvolto della Psiche ma così è, che talune donne amano quel  ruolo quasi masochistico, seppure estremizzato nella tragedia della illusione, perchè di questo sostanzialmente si tratta, delineata nell’opera pucciniana. E’ una illusione senza fine, che neanche la morte e il “seppuku” riesce a troncare e che prefigura, per chi vede intiera la tragedia della prima metà del XX secolo, i samurai che come ciliegi in fiore, si gittavano in nome del Mikado sulle navi americane nella parte finale della seconda guerra mondiale, quella che precedette, a Hiroshima e proprio a Nagasaki teatro della tragedia, la deflagrazione nucleare, mai più ripetibile, come tutti da allora speriamo.

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Daria Masiero fu una accettabile Cio Cio San, all’inizio stentata ma poi librante il volo, proprio come la farfalla del testo: un volo che invero non pervenne a quelle altezze che il ruolo ha segnato negli annali della lirica mondiale, ma non per questo ci tratterremo dall’apprezzare lo sforzo del soprano, che fu laudevole specie nell’aria “un bel dì vedremo”.  Di Raffaele Abete nel ruolo tenorile di Pinkerton, che dire: egli nell’estate scorsa a Taormina interpretando il duca di Mantova nel Rigoletto, fu da dimenticare, anzi da sorvolare, come scrivemmo, nelle celebri arie verdiane. Qui in parte ha retto il ruolo ben diverso imposto dalla partitura, anche se la qualità della voce non può andare oltre un certo limite. Il pubblico catanese, mai tenero e mai severo, alla fine concesse i formali cinque minuti di orologio di applausi della prima  e nulla di più, alzandosi contemporaneamente per uscire e non permettendo il bis dell’apertura del sipario: è già una risposta.   Buone prestazioni vocali ebbe Enrico Marrucci (il Console), così Ilaria Ribezzi (Suzuki) e anche la nostra Sabrina Messina, nella piccola parte di Kate Pinkerton. Coro del teatro sempre all’altezza della situazione, diretto dal Maestro Petrozziello; i video che corroborarono le scene senza infamia e senza lode, così il balletto, a tratti anche un po’ soporifero.   Pubblico del teatro non ampio (lo zoccolo duro dei melomani catanesi conosce bene Puccini…) ma che si rinfoltì tra il primo e secondo atto, non riempiendo tuttavia se non sino al secondo e in parte terzo settore, escludendo i loggionisti, che non sono comunque più quelli di una volta. Presenti esponenti dei Rotary clubs e degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoja.

Concludendo, in attesa -mutatis mutandis, perchè anche la situazione programmatica del Bellini deve cambiare, come è stato recentemente affermato- della ripresa autunnale e nei prossimi mesi “svernando” i melomani a Taormina o in altri lidi siculi o del Continente, può dire una donna a un uomo, come afferma Cio Cio San e con linguaggio simbolico tanto caro all’illuminato Puccini (ed ai librettisti), “voi siete per me l’occhio del firmamento”? Sì, a patto che ella lo sia anche per lui, nella perfetta bilancia  delle energie, del tutto Amore ed Armonia.

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