Lo sport invaso dal doping

Da Maradona a Contador, da Pantani alla Russia. Sono ormai troppi i casi di doping tra gli atleti, con la collaborazione di medici ed escamotage

Uso (o abuso) di particolari sostanze o medicinali con lo scopo di aumentare artificialmente il rendimento fisico e le prestazioni dell’atleta. In una sola parola, doping. L’origine del termine è da attribuire alla parola inglese “dope”, una mistura di thé e vino bevuta dagli schiavi neri per rimanere svegli e attivi, in modo da poter rendere meglio nei lavori a cui erano costretti a dedicarsi. Negli anni il significato di “doping” ha assunto sempre maggior rilevazione soprattutto nel mondo sportivo, rappresentando un metodo illecito sia nel campo della medicina che, soprattutto, nell’etica sportiva.

È infatti automatico il ragionamento secondo cui assumere sostanza che aumentino le capacità di un atleta, vada a scontrarsi inevitabilmente sul concetto puro di sport, che si basa sull’uguaglianza e sul rispetto dell’avversario. Il primo caso di doping si ricollega addirittura al lontano 668 a.C. quando, a detta degli scritti di Galano, gli atleti romani ingerivano sostanze eccitanti simili a funghetti allucinogeni per migliorare le proprie prestazioni. Naturalmente col progresso che ha investito il campo medico e quello farmaceutico, si sono fatti strada nuovi composti chimici quali oppio, alcool, caffeina, nitroglicerina e trimetil (quest’ultima causa della morte del ciclista Linton nel 1886); per questo motivo le leggi sportive hanno vietato l’uso di sostanze dopanti, limitandone l’utilizzo e obbligando gli atleti a controlli serratissimi a intervalli irregolari.

Questi controlli hanno portato gli atleti, purtroppo, a cercare sempre più “scorciatoie” per assumere sostanze proibite e riuscire a nasconderle ad esami e controlli. Per questo motivo, nel 1998 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e le diverse federazioni sportive nazionali hanno collaborato al fine di creare un organo dedito alla tutela dei valori sportivi attraverso una rigida politica anti-doping, fondando quello che oggi è conosciuto come WADA (Agenzia Mondiale Anti-Doping). Quest’agenzia svolge il proprio lavoro compilando e aggiornando regolarmente un elenco di quelle che sono le sostanze consentite per il regolare svolgimento dell’attività sportiva. I casi in ambito sportivo sono troppi, probabilmente non basterebbe un’intera pagina per citarli tutti; ma alcuni hanno davvero del clamoroso, considerando il livello dei soggetti accusati.

Nel calcio è toccato al più grande di tutti i tempi, l’argentino Diego Armano Maradona, che subì una doppia squalifica causata dal doping: la prima volta nel 1991 quando fu trovato positivo alla cocaina (fatto che determinò la fine della sua carriera al Napoli). La seconda risale ai mondiali del 1994 quando, poco prima della chiusura del girone, risultò positivo all’efedrina, con conseguente squalifica del calciatore ad opera della FIFA dalla competizione. Stesso sport ma, se possibile, sorte peggiore per Adrian Mutu; il calciatore ai tempi del Chelsea fu infatti trovato anch’esso positivo alla cocaina, che gli procurò una squalifica di sei mesi con l’aggiunta di una multa di 20.000 €.

La società inglese decise quindi di rivalersi sul calciatore per il danno causato al club, vincendo una causa che costrinse l’ex calciatore di Juventus e Fiorentina a pagare una multa di 17 milioni di euro. Uno dei casi più clamorosi di doping è però quello dell’ex ciclista Alberto Contador, vincitore di tre Tour de France, due Giri d’Italia e una Vuelta. Lo spagnolo venne sottoposto a un controllo anti-doping nel 2010 e gli esami evidenziarono nelle urine una piccola quantità di clenbuterolo, una sostanza che aiuta a bruciare grassi e a rafforzare i muscoli, ovviamente proibita dai regolamenti sportivi. Contador venne squalificato retroattivamente e, per questo, gli furono revocate le vittorie del Tour 2010 e del Giro 2011. Per non parlare poi di Marco Pantani, storico ciclista italiano che venne escluso dal Giro 1999 a causa di un valore di ematocrito nel sangue superiore alla soglia consentita, che gli costò una squalifica di 15 giorni. L’episodio segnò profondamente la vita di Pantani che, dopo essere entrato in depressione, morì il 14 febbraio per overdose di cocaina.

Per finire il caso Russia, nel quale pare sia coinvolto lo stesso Stato. La richiesta è quella di squalificare gli atleti russi dalla prossima olimpiade, oltre a richiedere la restituzione delle medaglie già conquistate. Una situazione che farà sicuramente discutere e per la quale si attendono ulteriori sviluppi, dopo le smentite di rito della federazione.

Il fenomeno del doping ormai è sempre più diffuso nello sport, soprattutto “grazie” a  quei medici che, in accordo con gli atleti, riescono ad eludere i controlli prescrivendo sostanza proibite ma che non risultano agli occhi delle commissioni anti-doping. È una macchia enorme che grava sullo sport, ma non sarà affatto facile ripulirla perché ormai gli interessi economici superano di gran lunga l’etica, morale e sportiva, di un atleta. Evviva lo sport, forse.

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