Lieto ritorno del Pirata, opera celebre belliniana nel suo teatro catanese

Nel giorno anniversario della morte del Cigno, il teatro ha voluto allestire la rappresentazione che riscosse buoni consensi.

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L’opera Il Pirata fu un grande successo della stagione autunnale del teatro alla Scala di Milano, sin da quel 27 ottobre del 1827 che ne vide il trionfo con un tripudio unanime di consensi: iniziava in tal modo il gran volo del Cigno catanese, il ventiseienne Vincenzo Bellini, che la sorte volle arrestare, sulle sponde della Senna, otto anni dopo, fiore troppo presto estinto e caro alle sacre memorie dell’Umanità, della Patria e della città nativa.   Proprio Catania ha voluto riprendere la difficile, per la concezione vocale il testo e la partitura, opera non solo per la riapertura (con i dubbi che la Regione siciliana lascia alle sorti future del teatro lirico catanese ed a tutti gli appassionati) della stagione dopo la pausa estiva, ma anche nella concomitanza del 184° anniversario della morte di Bellini. Indi fu il 23 settembre di un caldo particolarmente intenso, diciamo pure africano (forse non c’era al tempo del nostro autore) che i temerari in gran parte riempirono la platea ed i palchi del teatro, per assistere alla prima della celebre opera. La quale è per chi non lo sapesse (e molti catanesi di questa generazione diversamente da quelli del passato, dai barbieri ai docenti universitari- non lo sanno…) eternata, insieme alle altre tre celebri, con la figura del Pirata Gualtiero alla base del monumento a Bellini, opera di Giulio Monteverde, pòsto nella piazza Stesicorea sin dal rientro della salma del sommo musicista a Catania, nel 1876. Opera di ambientazione siciliana, il Pirata costituì una grande soddisfazione non solo per il biondo e dagli azzurroverdi occhi Vincenzo, ma anche per il numeroso suo “clan” familiare, sempre avido di notizie del nostro (e di denaro: erano poveri, i Bellini musici…): soprattutto per il nonno Vincenzo Tobia, il vero artefice delle fortune del giovane, che dalla sua abitazione al pianterreno di via Santa Barbara lato nord, ove ospitò il ragazzo per avviarlo al cembalo ed alla musica, potè gioire prima di volare in cielo (due anni dopo) del trionfo, come se una parte di esso fosse sua, e in qualche modo lo era. Il vero centro storico di Catania, cioè la via Vittorio Emanuele (allora strada Reale), potè udire per molti anni la voce e le melodie del ragazzo prodigio, nonché i suoi amori, spesso infelici, sovente segreti (si pensi a Marianna Politi), probabilmente lussuriosi e comunque tragici.

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Questa trama, che segna non solo, come è stato scritto da illustri musicologi e capì subito quel genio che era il Cavaliere Gioacchino Rossini (anche Bellini diverrà Cavaliere, ma della Legion d’Onore di Francia, primo italiano ad esserne insignito: oggi la decorazione è nelle mani di Sant’Agata…), la rivoluzione musicale del romanticismo italiano, a cui attinsero tutti i grandi del dopo, da Verdi a Puccini, è infatti un miscuglio di tragicità e dolore, concludentesi con la morte di tutti i protagonisti. Un amore infelice che finisce in tragedia, come Bellini ha abituato i suoi ascoltatori sovente: può piacere come non piacere, e a molti non piace, ma la musica di Bellini, che fece innamorare persino Wagner, va di là da ogni immaginazione umana.

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L’edizione catanese del 23 settembre, svolta in uno scenario di grandi occasioni (presente il Sindaco Pogliese a nome della città che doverosamente deve rendere il giusto omaggio al suo figlio più illustre) fu buona nella sostanza, manchevole per altri versi. Nel dettaglio, la protagonista del primo cast come Imogene, Francesca Tiburzi (nel secondo cast la buona voce di Letizia Vitelaru) ha svelato ottime doti di baricentro vocale, destreggiandosi in maniera fluida attraverso i due atti con grande signorilità e buona presenza scenica, superando senza drammi persino lo scoglio di “col sorriso d’innocenza”: laddove altre ben celebri voci, come Montserrat Caballè e Lucia Aliberti volarono alto, ella comunque riuscì a rendere il personaggio in maniera degna, come il pubblico le ha riconosciuto, nell’applauso più sentito dei pochi minuti finali.   Francesco Verna fu Ernesto, un baritono convincente dalla voce tondeggiante ma accettabile, con poche sbavature. La delusione fu invece il Gualtiero di Filippo Adami (differentemente dalla chiara espressività musicale di Deniz Leone, Gualtiero nel secondo cast), troppo fragile, calante e non al passo con l’importantissimo personaggio, in maniera piuttosto evidente sin dal primo atto: dispiace perché il Pirata merita non certo il Giambattista Rubini della prima scaligera del 1827 che non ci potrà più essere, ma almeno una voce adeguata, che non sia Corelli ma di più che buon livello. Piuttosto convincente e determinato nel piratesco ruolo di Itulbo, il nostro Riccardo Palazzo, che si cimenta con la versatilità che gli è congeniale, nel ruolo belliniano, dopo i successi pucciniani di Turandot, sempre col garbo e la fresca ironia scenica che lo contraddistingue. Come ha reso bene la Adele interpretata da Alessandra Oikonomou, così il basso Sinan Yan nel ruolo del Solitario Goffredo.  Laude magna all’appassionato coro del teatro, ben diretto dal Maestro Luigi Petrozziello, come alla bacchetta del direttore Miguel Ortega che ha armonizzato l’orchestra del Bellini, già di grande esperienza, nella sinfonia d’inizio dell’opera, notissima e ritmata, come per tutta la partitura. Regìa di Giovanni Anfuso, scene (un pochetto scarne) di Giovana Giorgianni, costumi (criticati dal pubblico, a volte) di Riccardo Cappello.  Vario e numeroso il pubblico che gremì il teatro (fino al terzo ordine però: un tempo altre generazioni di catanesi, di qualunque ceto sociale, avrebbero fatto la ressa per assistere ad opere belliniane…), tra cui esponenti degli Ordini Dinastici di Casa Savoja (segnatamente dell’Ordine al Merito Civile, lo stesso che annovera tra le sue fila Verdi, Rossini, Marconi e molti altri) e dei Rotary clubs.

Una delle caratteristiche dei testi delle opere belliniane è in un certo senso metapsicologica, ripetere un concetto a volte in maniera ridondante per molto tempo: ma la forza della passione, forse con aspetti freudiani, è questa: e se Gualtiero afferma “Nulla io spero, ed amo e peno, ma l’orror dei miei pensieri questo amor disgombra almeno. Egli è un raggio che risplende nelle tenebre del cor; la mia vita ormai dipende da Imogene, dall’Amor”, si suggella il connubio fatale tra il supremo sentimento, oramai impossibile se non nel pensiero, e l’Ideale. Così poco dopo anche Imogene può dire al marito: “Io l’amo è vero, ma come s’ama un uom sepolto…”: è la tragedia dell’irraggiungibile, che appunto nel fosco finale vede il solo sbocco della morte. Leopardi era già, in quegli anni, in “contatto” con Arimane. E non molto dopo, venne il Pascoli, con la sua “lampada accesa”: ma ieri come oggi, deve trionfare in una forma come nell’altra, fiume segreto o aperto al volgo, l’Amore.

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