La “zampogna” e il mistero del Natale

Uno strumento dall’antiche origini ricco di tradizioni

Conosciuta sin dall’età imperiale, in cui Nerone pare si compiacesse a far scandire i suoi versi da una schiava su un piccolo otre (il cosiddetto utriculus o tibia utricularis), dilettandosi lui stesso a fare l’utricularius o zampognaro, la zampogna è lo strumento più diffuso in area mediterranea per le festività agro-pastorali e particolarmente legato ai riti del Natale.

Il suo tocco suggestivo risuona ancora oggi soprattutto nell’Italia centro-meridionale, tra Calabria, Molise, Abruzzo, Sicilia e Puglia.

Utilizzato nelle ritualità magico-popolari della medicina e di disincanto esorcistico, nonché nelle danze della tarantola, la sua terminologia si differenzia nella regione del Molise, passando da zampogna a sampogna, scopinaro (zampognaro) ciaramella (in Sicilia ciaramedda) e totaro, dai nomi dialettali della ciaramella, totano  e totarella. Dal paesino collinare di Scapoli, (in provincia di Isernia), autonominatosi capitale italiana della zampogna e con una mostra permanente dal ’91, si esportano strumenti in tutto il mondo, promuovendone la fabbricazione artigianale, con i legni del ciliegio, del mandorlo e dell’ulivo per l’insufflatore; mentre con l’uso di vera pelle animale, pecora o capra, si vuole ripristinare il tipico aspetto pastorale dello strumento, con l’apposita sacca detta otre (della tipologia di aerofono ad ancia semplice), dove confluiscono le quattro canne a insufflazione tramite cannello d’imboccatura, in vari modelli.

Nelle due fattispecie siciliane, ad esempio, esse si presentano di lunghezza  differente nella zampogna a chiave di Monreale, dove se ne custodisce l’unico esemplare dell’isola ritenuto il più grande di tutto il sud Italia, di uso prettamente devozionale da parte di zampognari del luogo, che sopravvivono agli ultimi suonatori palermitani, scomparsi negli anni ’70.

L’altra tipologia, detta zampogna a paro, con due canne di lunghezza uguale, invece, è tipica del messinese, mentre quella del nord Italia è detta piva, accanto alle specie baghét e musa. Secondo una leggenda narrata da un costruttore di zampogne molisano, persino Giulio Cesare, per sconfiggere i guerrieri britannici al fine di conquistarne l’isola, ricorse al suono della zampogna, disponendo dei suonatori lungo la vallata, che favorirono la vittoria dei romani facendo sbalzare di groppa gli indigeni dai cavalli imbizzarriti. In seguito i  britanni, nell’intento di emulare quel suono magico, avrebbero realizzato un loro tipo di cornamusa, che ancora oggi caratterizza le bande militari inglesi e scozzesi.

La figura dello zampognaro è ben radicata nella tradizione natalizia del meridione, con la novena dell’Immacolata Concezione e la Novena di Natale, suonata dal 16 al 24 dicembre, vigilia della Natività. Nelle zone del cosentino, gli zampognari giravano per le vie, soffermandosi davanti ai presepi con i cappelli invellutati a cono, il mantello nero e le zaricchie ai piedi e ricevendo spesso dalle padrone di casa vino e fritture; in Sicilia la preghiera si ripete per nove sere consecutive dinanzi ad ogni ‘cona ( in gergo catanese, cappilluzza in quello palermitano), specie di altarino addobbato in casa con foglie e grappoli di arance, mandarini e rami di asparago selvatico; intorno ad esso si riuniscono i padroni di casa e i vicini per ascoltare e recitare le invocazioni e i canti presepiali.

I ciarameddari di Maletto, indossando i calzoni alla zuava, il berretto di lana nero con giummu rosso e la camicia bianca sotto la giacca di velluto nero, nel secolo scorso mantenevano l’usanza di partire a piedi o a dorso d’asino, diretti a Catania, Siracusa e Augusta, per recitare la novena dell’Immacolata, a partire dalla fine di novembre. Al termine della preghiera, il capofamiglia o putiaru regalava al suonatore un tipico dolce natalizio ripieno di frutta e fichi secchi, detto bucciddatu. Nell’imminenza della nascita del Bambino, durante la sera conclusiva della novena, detta “chidda rò iadduzzu”(quella del galletto), talvolta si sente anche il suono della cornetta, che imita il canto del gallo. Un tempo, nell’area messinese e palermitana, i ciaramiddari detti anche ninnareddari, eseguivano in strada a gruppi di due o tre la loro ninna nanna o ninnaredda accompagnandosi con la chitarra, il mandolino e la fisarmonica, nonché col violino, il friscalettu e lo scacciapensieri. Figure mitiche, amate da sempre nel distribuire  emozioni e sensazioni, perpetuando nei secoli una magica tradizione sonora.

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