La nonnina dallo sciallino verde

 E’ una donna piccolina, dagli occhi verdi, dolci, furbi, intensi, pieni di vita. E’ delicatamente garbata, come possono esserlo solo gli anziani che sanno vivere.

la porta della nonnina

E’ una donna piccolina, dagli occhi verdi, dolci, furbi, intensi, pieni di vita. E’ delicatamente garbata, come possono esserlo solo gli anziani che sanno vivere. Chissà qual è la storia della sua vita, ma non importa, il suo passato si intuisce nella sua quotidianità, nei suoi gesti. Vive in una piccola stradina al centro di Catania, in un “basso”, oggi definito pianoterra.

In una di quelle casette che contengono tutto in pochi metri quadri: stanza da letto, soggiorno con sparecchia tavolo, cucina, salotto, bagno ed anche un piccolo ripostiglio, insomma un piccolo alloggio con tutti i comfort necessari per vivere con dignità, e con amor proprio.

Nei periodi non scanditi dalle ordinanze e dai divieti del decreto salva Italia, la vecchietta, che chiameremo per comodità La Nonnina, trascorreva le sue giornate a fare da bambinaia ai figli delle famiglie dei negozianti cinesi che lavoravano incessantemente nella sua stessa via. I piccoli bimbi scorrazzavano liberamente sul marciapiede che ospita l’ingresso della sua abitazione, sotto l’attenta sorveglianza dei suoi occhi premurosi e saggi, e le sue continue premure nei confronti dei cuccioli, (tipiche di tutte le nonne di ogni continente), venivano accolte con amore dai pargoli dagli occhietti a mandorla, che nonostante la differenza linguistica sembrava la capissero. Il suo dire “Stati accura” ovvero “state attenti” arrivava alle orecchie dai bambini come un monito pronunciato in mandarino.

La Nonnina era ben voluta da tutti gli abitanti della strada, dai cinesi, dai senegalesi, dai mauriziani, dai tunisini e probabilmente anche da qualche catanese.

La mattina presto, all’apertura dei negozi, lei si sedeva davanti la saracinesca dell’ingrosso, e con il suo immancabile sciallino di lana verde sulle spalle, osservava i passanti, che frettolosi andavano a lavoro, ignari del fatto che la nonnina cercava di intuire le loro vite.

Si! Si capiva che nella sua mente faceva questo gioco, lo si leggeva nei suoi occhi.

All’ora di pranzo, nonostante i suoi ottant’anni passati, assaporava con gusto e gratitudine, nei confronti dei proprietari delle botteghe, gli innovativi involtini primavera e gli spaghetti di soia con verdure. Una Nonnina veramente giovane!

Un giorno, non a caso, l’11 Marzo del 2020, improvvisamente e inaspettatamente (forse solo per noi occidentali), la via si popola probabilmente solo di fantasmi chiamati Virus Covid19.

Gli orientali vengono considerati dai cittadini il male, gli untori.

Intere famiglie di cinesi chiudono le loro attività, i padri tunisini e mauriziani riportano i loro piccoli figli nelle terre natie, i senegalesi non suonano più i loro Jambè per le strade, gli italiani folleggiano dai balconi concerti e flash – mob per ingannare il tempo e inneggiare alla speranza.

Il Covid19 contagia velocemente, è un virus sconosciuto, un’arma da guerra che distrugge, nei casi più gravi, la salute dell’essere umano. Causa gravi sintomi respiratori, anche la polmonite o l’insufficienza renale, per condurre in fine anche alla morte. Questo guerriero invisibile attacca i corpi più deboli, le persone più suscettibili e soprattutto gli anziani.

Viene dichiarata la pandemia mondiale, bisogna stare chiusi in casa.

La Nonnina, non si vede più.

Il cielo inizia a piovere, per giorni e giorni, quasi come se volesse aiutare gli italiani a stare nelle loro abitazioni, a non uscire, ad evitare i contagi.

In Tv i telegiornali ed i programmi, riportano ad ogni ora la tragedia che ha devastato, distrutto la salute, la serenità e l’economia dell’intero globo.

Piove, eppure noto, sbirciando bene tra le gocce d’acqua, che la porticina della Nonnina, sembra essere aperta, e mi domando: “Sarà a casa? Con questa pioggia che ci fa la porta aperta?”

Decido di scendere giù in strada, mi copro ben bene, guanti, mascherina, cappello, ombrello, adotto tutte le misure di sicurezza e vado a bussare a quella porticina di ferro. Dopo diversi battiti al suo piccolo portoncino, saranno stati otto, per me tantissimi, finalmente sento la sua vocina. Percepisco che La Nonnina riesce ad avvicinarsi all’uscio faticosamente, apre, spaventatissima, la finestrella e mi guarda, io ero troppo imbacuccata per poterle permettere di riconoscere una passante che notava ogni mattina e di cui immaginava la sua vita, così mi chino con dolcezza su di lei, considerato che è veramente piccolina, e le chiedo se fosse tutto apposto, se avesse bisogno di qualcosa anche da mangiare. Lei con la voce, mi risponde di no, ma con gli occhi mi chiede l’intera dispensa, allora per toglierla dall’imbarazzo le dico: “Non s’affruntassi, chi ci pottu?” nel mio pessimo dialetto, e lei: “Tanticchia di pizza!” – (non si vergogni, che le porto? e lei: un po’ di pizza!)

Che ridere, che tenerezza, da quel giorno ho aggiunto un pasto in più nella mia mensa.

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