La Cavalleria rusticana del Coro Lirico Siciliano incanta Taormina

Si apre con l’atto unico di Mascagni il secondo anno del Festival dei Teatri di Pietra: successo per Angelo Villari nel ruolo di Turiddu e ottima prova del Coro e della Orchestra.

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Dopo la lunga pausa che ha privato i melomani ed i critici della gioja della presenza in teatro, ritrovarsi al principio d’agosto nella brezza serale del plenilunio, sulle gradinate (in pietra e scomode, ma per un atto unico sopportabili) del teatro greco di Taormina ad assistere ad una delle opere più acclamate e conosciute della tradizione belcantistica mondiale e stupendo ritratto della Sicilia, ovvero Cavalleria rusticana del Mascagni, fresca dei suoi centotrenta anni di vita e di successi, non può che dirsi un evento che ha della magìa laica.

Ciò accadde la sera del primo agosto nell’inaugurarsi il secondo Festival dei Teatri di Pietra, circuito che ha preso il volo l’anno scorso mercè l’intuizione del Coro Lirico Siciliano e de’ suoi ‘due dioscuri’, il Presidente Alberto Maria Antonio Munafò Siragusa (appassionato baritono oltrechè manager) e Francesco Costa direttore del Coro, che l’anno scorso con grande entusiasmo lo lanciarono nei nostri storici teatri: qualunque istituzione pubblica avrebbe plaudito a tale idea, come doverosamente ha fatto la Regione Siciliana e il competente assessorato, sostenendola e rilanciandola. La forzata chiusura per l’emergenza sanitaria se non è tecnicamente conclusa, almeno in base alle normative ha consentito, se non una vera e propria ripartenza, almeno la messa in scena in forma completa dell’opera vincitrice del concorso Sonzogno del 1889 e che diede la popolarità al giovine direttore di banda di Cerignola, quel tal Mascagni Pietro, poi nel proseguo della sua vita terrena illuminato dall’Iride azzurra di tanti altri successi e muri da completare con calce di vita, con testo del Targioni Tozzetti tratto dalla celebre novella dello scrittore catanese Giovanni Verga. Conosciutissima e tanto amata dal pubblico di tutto il mondo , data per la prima volta al Costanzi di Roma nel 1890 con la Bellincioni per protagonista, Cavalleria  ebbe famosi strascichi giudiziari (l’autore della novella non aveva dato il consenso alla riduzione librettistica: fece causa all’editore Sonzogno e la vinse, ottenendo una somma enorme per l’epoca che gli consentì di vivere meglio  gli ultimi anni di esistenza), Una curiosità: tra i giudici del concorso che fece vincere Cavalleria su settantatrè altre opere (tutte di autori più o meno “raccomandati”, mentre Mascagni non lo era e neanche voleva inviare il plico, lo fece la moglie per lui! Ah, le donne…) c’era il Direttore del Conservatorio di Napoli, di cui purtroppo oggi nessuno si ricorda ma che fu all’epoca celeberrimo e importante: Pietro Platania, catanese.

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Ma andando alla cronaca del nostro evento: venduti quasi tutti i mille biglietti della capienza consentita dalle normative emergenziali in vigore (confinati ne’ piani alti e antichi del superbo teatro, anche noi della stampa che fino allo scorso anno eravamo ben accomodati nelle poltroncine di plastica della cavea adesso inesistenti  ma che consentivano la postura della spalla, ora vanìta… mentre il taorminese corso Umberto veniva invaso da migliaia di persone appiccicate l’una all’altra come se il Covid, o “Conad” come ha detto qualcuno, non fosse mai esistito… e qui ci fermiamo, il decoro nostro lo impone), l’opera iniziò coi rituali 10 minuti di ritardo accademico, guidata l’Orchestra Sinfonica Siciliana, composta da settanta elementi la gran parte del palermitano, dalla bacchetta del giovine Maestro genovese,  molto garbato umanamente, Lorenzo Tazzieri: esperienze nell’Impero giapponese e nelle terre di Romania e slavità, ce lo presentarono come un valido interprete. Seppe dirigere con grande serenità ma senza andare oltre le finiture di una partitura arcinota nei suoi passaggi essenziali, specie gli ottoni, perché si possa segnalare più che tanto. La vera “star” della serata fu, ed era d’uopo, il ben noto tenore Angelo Villari, un compare Turiddu di consumata sicilianità (il suo “mancu ci tràsu” dell’aria iniziale è tipicamente peloritano)  che esibendosi in casa, ha esposto non solo il massimo della sua accertata bravura scenica ma le capacità vocali che egli sa distendere in un ruolo che gli è evidentemente assaj congeniale. Lo abbiamo ascoltato e recensito più volte anche nella stessa parte (l’estate scorsa fu Turiddu nello scenario incomparabile di Tindari sempre col Coro Lirico) perchè si potesse dubitare del fatto incontrovertibile che Cavalleria riuscisse come personaggi, grazie a lui. Non dobbiamo , noi che abbiamo memoria uditiva, confondere (è difficile) le carature di Caruso e Di Stefano con l’oggidì ma essere obiettivi e tale è il risultato.   Parimenti, la Santuzza interpretata dal soprano Elena Lo Forte, se si fece notare per il recitativo più che buono (a parte i tacchi, ma quello è un argomento che a breve tratteremo) non potè eccellere per la vocalità che non è andata oltre un certo registro introiettivo; lettura medesima può darsi pel mezzosoprano Leonora Sofia (Lola).  Proprio per le due protagoniste femminili di quest’opera che è ormai leggenda popolare, dai barbieri alle classi colte, una affettuosa reprimenda dobbiamo fare al regista Salvo Dolce: ci piacque all’inizio la figura del Cristo e della Maddalena gettati sul proscenio, a significare la sofferenza dell’intiero comparto teatrale italiano in questi mesi e la enorme difficoltà nel risalire la china, se ciò potrà accadere compiutamente: ma bisogna dire che Lola vestita di un vestitino rosso ultramoderno (corto e coi tacchi) e Santuzza lo stesso (ma nero), tutto sono all’occhio di chi conosce Cavalleria, delle figure ammantate di costumi dell’antica Sicilia e delle campagne vizzinesi dell’Ottocento, di quel che si doveva. Lola è sempre la “donnaccia” senza tacchi, anzi scalza come sarà stata lì in paese… chi conosce il fascino delle donne rotondette, pettorute e con scarpe bassissime, intende. Ciò non si può dire invece dei due protagonisti maschili, i cui abbigliamenti semplici ma adeguati non stonavano nel contesto. Maria Motta mezzosoprano fu una mamma Lucia che resse il ruolo. Ultimo ma non per ultimo, il baritono Alberto Mastromarino, vecchia conoscenza de’ teatri siciliani e interprete pucciniano noto (il suo Scarpia abbiamo udito più volte) fu un convincente compare Alfio: pur se, sarà il caldo sfiancante per un non siciliano, in alcuni celebri passaggi (“oh che bel mestiere fare il carrettiere” ed altri) la voce si sfilacciò per poi tornare come onda, e non lieve, nella fase successiva.  Le regole emergenziali hanno altresì avuto il loro impatto nell’opera, allorché il celebre morso dell’orecchio di compare Alfio a Turiddu fu sostituito, ma con l’ottima attorialità del Villari potè essere accettato, con un bicchiere di vino rovesciato sull’avversario; così gli abbracci tra Turiddu e mamma Lucia ed i baci, solo distanziati… speriamo ancora per poco: un figlio che sa di dover andare a morire, non può non baciare disperatamente la madre infelice: ma così è adesso.

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Laude amplissima a tutti gli artisti, senza eccezione veruna, del Coro Lirico che costituirono, in mancanza di scenografia (alcuno direbbe: ma il teatro taorminese ne ha bisogno? Si e no…) la vera cornice parlante della Cavalleria d’agosto 2020, ovvero disposti a mo’ di rettangolo intorno al palco come per proteggere, uomini da una parte e donne dall’altra, non solo gli artisti, ma tutta l’Arte lirica, dalle bufere che vi si sono gittate contro e dalle altre che, rebus sic stantibus, inevitabilmente verranno. Hanno tutti una bella voce e sono ben diretti scenicamente, può ampiamente bastare. Il pubblico, eterogeneo, formato per una buona metà da stranieri tra cui numerosi i francesi, concesse cinque minuti di applausi non perché non ne meritassero altrettanti di più ma per quel malvezzo ormai da anni aduso ne’ teatri (specie in estate) di sgattaiolare via il prima possibile, complici il caldo e forse, le scomode gradinate e una certa insofferenza da mascherina (che all’aperto non serve indossare, peraltro). Tra i presenti, esponenti della Legione Garibaldina Comando per la Sicilia e dell’Ordine al Merito Civile della Real Casa di Savoja. In tanto pullulare di forme concertate di opere, per parte nostra scegliamo (quando non sono gala lirici, spesso gradevoli ma che per essere accessibili ai non addetti ai lavori, necessitano di chiose anche sunteggiate) quelle complete, come è stata la Cavalleria del Coro Lirico, in questo momento l’unica ad essere posta in scena in forma intiera. E’ come leggere capitoli a saltare di un libro, od un intiero volume: può essere senza dubbio piacevole però meglio ascoltare tutto, se possibile; per chi è incontentabile, come affermava un vecchio carosello. Ed alla prossima scorribanda lirica estiva, si vedrà.

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