Intervista a Maria Antonietta Spadaro, architetto e storica dell’arte

Punto focale della cultura palermitana.

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Vuole rilasciare un commento sull’inaugurazione che si è svolta alla Spasimo a Palermo nei giorni scorsi?

“L’inaugurazione   che si è svolta il nove Luglio, risponde con quel suo sorriso disarmante la professoressa Maria Antonietta, allo Spasimo è stata a dir poco trionfale con un ottimo riscontro di pubblico e critica! Non esagero, ma le parole di Vittorio Sgarbi che ha definito l’operazione del montaggio dell’Altare del Gagini l’unica novità nell’ambito delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Raffaello, hanno rivelato la dimensione internazionale dell’evento. Infatti l’anno scorso sono venuti a Palermo, per occasioni legate a Gagini e a Raffaello, due personalità di fama mondiale nel campo dell’arte, il Prof. Miguel Falomir, direttore del Museo del Prado di Madrid, e il Prof. Tom Henry di Londra, curatore quest’anno della mostra su Raffaello alla National Gallery, il quale ha molto ammirato l’Altare del Gagini, che gli abbiamo mostrato in fase di montaggio. L’evento  che si e’ svolto alla Spasimo a Palermo  è stato per me la conclusione di un lavoro iniziato nel 1986, quando riuscii dopo un intenso percorso di ricerca a ritrovare i pezzi dell’altare marmoreo, dato per disperso da molto tempo. Devo ringraziare i tanti amici che mi hanno in qualche modo aiutato e sostenuto, desidero però ricordare per tutti il Sindaco Leoluca Orlando, sempre sensibile agli episodi culturali della città”.

Cosa l’affascina di più dell’altare del GAGINI?

“Le vicende che hanno portato l’Altare del Gagini a sparire dalla memoria dei palermitani sono incredibili. Ho atteso 34 anni per vedere rimontati quei pezzi architettonici in candido marmo di Carrara, scolpiti a racemi con una delicatezza che riesce a rendere il marmo soffice. L’Altare è stato restaurato a cura dell’Ufficio Città Storica del Comune di Palermo, affiancato dalla Ditta Comes Giovanna restauro opere d’arte di Catania. Oggi non solo vediamo rimontato l’altare, con le sue splendide colonne, ma ritroviamo due capolavori del rinascimento che dialogano come 500 anni fa. L’altare infatti incornicia il grande dipinto di Raffaello, sul tema dello Spasimo di Maria Vergine che vede il figlio cadere sotto la Croce sulla via del Calvario. Poiché il quadro originale è esposto al museo del Prado di Madrid, ne è stata realizzata, dalla nota ditta Factum Art, una perfetta riproduzione che ora possiamo ammirare a Palermo”.

Secondo lei che significato recondito ha l’opera, cosa vuole narrare ?

“Ogni opera d’arte ha significati che, oltre a variare nel tempo, emozionano chi l’osserva in modi diversi. Adesso chi avrà la possibilità di visitare la chiesa dello Spasimo, arricchita dalla recente collocazione dell’altare col suo quadro – opere che vi fanno ritorno dopo secoli – capirà ancor meglio la magia di quegli spazi e di quei capolavori stupendi”

Elenchi almeno tre grandi sue soddisfazioni artistiche e lavorative come architetto e storico d’arte ?

“Nella mia vita hanno convissuto l’impegno didattico e la professione di architetto, che a un certo punto ho abbandonato per dedicarmi alla ricerca storico-artistica. Ciò mi ha portato a ritrovare l’altare del Gagini, ma anche tanto altro. Ho studiato artisti, a volte poco noti ma importanti, per i quali ho curato diverse mostre d’arte, con relativi cataloghi, tra le quali ricordo le principali: Novecento Siciliano, una grande esposizione promossa dalla Regione Siciliana, che è stata ospitata nelle città di Minsk, Mosca, Barcellona e Palermo (Palazzo Reale), tra il  2003 e il 2004; Giovanni Lentini (2011); Michele Catti (2013); O’Tama e Vincenzo Ragusa. Un ponte tra Tokyo e Palermo (2017) tutte allestite a Palazzo Sant’Elia, e di recente la mostra O’Tama. Migrazione di Stili al Palazzo Reale 2019-20. E tra le tante pubblicazioni cito: Guttuso (2010), Archeologia Industriale Palermo (2015), Alessandro Manzo (2018) e potrei continuare. Dimenticavo i miei libri di fiabe, storie fantastiche per bambini e ragazzi, ambientate in luoghi storici di Palermo: l’idea è stata quella di far conoscere e appassionare i giovanissimi alla nostra città, attraverso la narrazione fiabesca. Mi occupo da anni di didattica dei Beni culturali, anche come membro del direttivo nazionale dell’Anisa (Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell’Arte)”.

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Che cosa auspica alla città di Palermo?

“La nostra città ha avuto come sappiamo una storia complessa con stratificazioni che l’hanno resa unica. Nel 2015 il riconoscimento Unesco alla nostra eredità arabo-normanna, come Patrimonio dell’umanità, la dice lunga; ma la città oltre a possedere queste opere – segni di un medioevo che ha pochi confronti in Europa – possiede ricchezze enormi in ogni altro periodo, dal rinascimento al barocco, dal neoclassicismo al liberty, per esempio. Sappiamo quanto di questo patrimonio si è perso nei secoli per bombardamenti, furti, incuria, mancata gestione del territorio, e così via. Per tutelare e valorizzare i nostri Beni culturali è necessario conoscerli e farli conoscere, invece ciò che abbiamo nella nostra città è sconosciuto sia agli stessi cittadini che agli altri, perché, a partire dai libri di testo scolastici, il nostro patrimonio storico-artistico è pressoché ignorato”.

Cosa ha  in  calendario da non rinunciare assolutamente. Una news per il Globus magazine?

“Il mio calendario è sempre pieno di progetti, alcuni dei quali già avviati, come lo studio intorno al dipinto che ritrae Charlotte de France (1796), unica figlia, sopravvissuta alla rivoluzione, di Luigi XIV e Maria Antonietta. Il dipinto, conservato al Palazzo delle Aquile di Palermo, fu portato a Palermo dalla regina Carolina quando nel 1778 col marito, Ferdinando di Borbone, si rifugiarono nella nostra città fuggendo da una Napoli in rivolta. Il quadro, olio su tela, è stato da me individuato, portato alla luce e, nel 2019, restaurato; ho ancora in corso le indagini per identificarne l’autore. Devo dire che finora sono stata fortunata nel portare a termine le mie ricerche (anche aspettando 34 anni, come nel caso dell’altare del Gagini!)”.

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