Il romanzo di Domenico Trischitta…una fotografia della Catania cangiante

Secondo appuntamento  del ciclo “Un giornalista, un libro, un the”, organizzato dalla segreteria provinciale di Catania Assostampa. E’ stato presentato il libro ‘1999’ di Domenico Trischitta

CATANIA – “Conoscevo un solo libro fin ora intitolato con un numero composto da quattro cifre, ed è entrato nella storia della letteratura contemporanea con una forza profetica nel descrivere il potere assoluto e dispotico che tutto sovrasta e tutto condiziona: ‘1984’ di George Orwell. Anche il libro di Domenico Trischitta riporta nel titolo una data. Ma è l’unica similitudine. Il racconto è di tutt’altra natura e la struttura diversa”. Così esordisce Nino Milazzo – storico giornalista del Corriere della Sera – nel presentare ‘1999’, dello scrittore e giornalista catanese al secondo appuntamento del ciclo “Un giornalista, un libro, un the”, organizzato dalla segreteria provinciale di Assostampa. All’incontro anche il critico Giuseppe Condorelli, il moderatore Daniele Lo Porto – segretario provinciale di Catania dell’Assostampa –  e il giornalista Antonio Iacona che ha letto alcuni brani del romanzo.

“Il titolo – continua Nino Milazzo, ci ricorda un ‘Sabato del Villaggio’ del nuovo millennio, perché è un racconto di vita condensato negli albori del duemila. La poetica di Domenico Trischitta si dipana fluida come acqua in sorgente colorata in un quadro impressionista. Attraversando di corsa con la velocità tipica dei futuristi. Amori e abbandoni sconfitte. Tante ambizioni tra cui quella vibrante e tesa, come una corda di violino, di scrivere come scrivono i grandi scrittori”.

Trischitta per Nino Milazzo si ispira a Cèline e Moravia e, peccato che non si riconosca in Salinger. ‘1999’ è una singolare autobiografia che va oltre i limiti dell’autoreferenzialismo tipico di ogni autobiografia. Ci si annida sempre in una  traccia di narcisismo, ma non è il suo caso. Uno nessuno e tanti altri, questo è il modo di raccontare e raccontarsi.

Trischitta appartiene, secondo il filosofo Manlio Sgalambro che ha scritto la postfazione , alla “letteratura senza tempo”, a quella letteratura che ti ritrovi “dentro” e che, sia che produca piacere sia che provochi dolore, è letteratura di spessore’.

Dice, invece, Condorelli: “La sua Prosa è distopica e distonica: il soggetto è cangiante e anche il verbo è cangiante: si alterna l’uso della prima e della terza persona nella stessa situazione”. Non  è un’artificiosa astuzia formale, quella di Domenico Trischitta (Mimmo per gli amici), ma un’abile declinazione del tessuto narrativo come se il narratore volesse spersonalizzarsi diventando uno nessuno e tanti altri. Solarità di chi vuole confessare e descrivere una Catania senza tempo, vive e far vivere il proprio se stesso muovendosi tra passato e presente senza spezzare armonia del racconto strutturale.

 Replica Trischitta: “Io odio e amo Catania. I miei riferimenti letterari sono però quelli che guardano agli scrittori americani. Vengo da San Berillo. Sono uno cresciuto sulla strada in una eterogeneità di ambienti. Da giovane i miei riferimenti erano John Fante ed  Hemingway,  non mi riconosco invece in Verga e Pirandello. Forse non sono degno della tradizione siciliana, ma pazienza se mi si accosta a Fante non posso che esserne lusingato. Sono comunque  legato a questa città vulcanica e cangiante, che passa velocemente dal magma rosso, alla lava nera raggiante di Catania che ha fornito tanta ispirazione nel cinema e nella letteratura”.

Sottolinea il critico Giuseppe Condorelli: “C’è grande forza nelle immagini. Come  se fosse un film, dei corti cinematografici.  Mi ha colpito Catania e queste storie esemplari che riguardano tutti”.

Ci sono infatti nel suo scritto speranze, illusioni, certezze, figure penitenziali ed esistenze illuminate da tratti di felicità e passione, ma segnate da una incapacità a vivere da parte dei personaggi, che sarà poi lo stesso sentimento che riuscirà a redimere loro stessi.  “All’inizio – ha continuato il critico – ‘nel viaggio da Catania a Siracusa’ dal Simeto a  Pantalica, c’è molta letteratura siciliana: Vincenzo Consolo e Sebastiano Addamo si fanno sentire per l’attenzione attraverso cui i personaggi percepiscono se stessi, l’ambiente e la città”

La sua Catania non è forse una cartolina? Ha i vizi e le virtù di una città del Sud, ma è una città particolare distrutta dai terremoti: dopo il terremoto del 1693 cambia volto, ed è da qui che inizia la storia del San Berillo. Quando si definiva la criminalità, gli studiosi catanesi non riuscivano a capirla e a darle un’identità, a differenza di quella palermitana, che aveva un volto.

Il più grande male che è stato fatto alla città secondo Mimmo? Il fatto che le classi politiche del passato non siano state capaci di gestire una città così strana e contraddittoria.

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