Il monito scozzese all’Europa

 Il 45% di “Sì” al referendum sulla secessione scozzese pone una domanda importante: l’Unione e l’euro reggerebbero altri referendum popolari?

 

La scorsa settimana la Gran Bretagna si è risvegliata nuovamente “unita” dopo una notte insonne e col fiato sospeso. La vittoria dei “No” ha preservato la legittimità del Regno Unito contro lo scetticismo degli indipendentisti e degli euroscettici tout court, ma ha fatto emergere un problema che deve rappresentare un monito per il governo di Westminster e per l’Unione Europea: siamo certi che oggi l’UE e la moneta unica reggerebbero ai referendum popolari? Qualche esempio del passato consiglierebbe cautela, visto anche il persistere di politiche di austerità che affossano le classi medie e popolari e alimentano l’euroscetticismo. Perché la principale conferma arrivata dal referendum scozzese è proprio l’ignoranza di molti dibattiti pubblici.

Il fronte del “Si” ha perso ma è arrivato ad un incredibile e audace 45 per cento, il ché vuol dire più o meno la metà degli scozzesi sono nazionalisti estremisti e nemmeno la paura di perdere gli armamenti nucleari (temono forse un’invasione del Turkmenistan?) ha convinto gli indecisi a restare con la Regina. Qui subentra l’orgoglio: il senso di appartenenza dimostrato da William Wallace nel lontano tredicesimo secolo è ancora radicato nell’animo e nel sangue degli scozzesi, e nulla – nulla! – può intaccare le radici profonde, storiche, fatte di similitudini e allo stesso tempo di diversità con gli inglesi.

Il governo britannico ha annunciato – più per necessità che per vero altruismo – una devolution di poteri a Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Tutto questo sarà il tema principale dei futuri dibattiti: una ridefinizione degli assetti istituzionali non può però avvenire nel giro di qualche settimana, dunque perché non è stato pensato prima? In realtà le condizioni per parlarne c’erano, ma le elezioni parlamentari del 2015 hanno cambiato le carte in tavola. E David Cameron lo sa: bisogna rispondere alle esigenze dei potenziali elettori.

Non è affatto scontato che Cameron venga rieletto premier, e questo ha imposto al Primo Ministro inglese una riconversione sul sistema di gestione degli stati del Regno: 1.600.000 scozzesi che rigettano l’Unione, le sue politiche e la centralizzazione di molte decisioni, non è un affare semplice da gestire. Questo dovrebbe costringere Cameron, e la Gran Bretagna tutta, a guardarsi dentro: alla sua identità, al nazionalismo che genera lo Ukip di Nigel Farage con le sue proposte anti-europeiste e anti-immigrazione, e al suo percepirsi come una grande potenza imperiale. Un Impero, appunto, che geo-politicamente non lo è più; appassito negli anni anche se discretamente governata negli ultimi decenni, con un senso civico di tutto rispetto, una società multirazziale e multiculturale che funziona, un’economia in ripresa, anche se a rilento.

La retorica di sensazionalismo generata dal referendum dovrebbe far riflettere la Comunità Europea: reggerebbe l’attuale struttura e un ulteriore trattato ad un altro referendum all’interno dell’Unione? Gli esempi del passato consigliano cautela, compresa la scarsa popolarità che i rappresentanti europei hanno ottenuto dalle elezioni di maggio. È pur vero che un’Europa di piccole patrie non ha alcun motivo di esistere come non lo avrebbero un contesto di micro-nazioni in un mondo sempre più globale. Altresì la Scozia ha fatto una campagna per l’indipendenza che nulla ha a che vedere con i regionalismi verdi padani o le tradizioni inventate di sana pianta: la Scozia ha una grande tradizione culturale, una terra ricca di materie prime come il petrolio, ma è fondamentalmente europeista al contrario di un certo snobbismo inglese. Per questo l’indipendenza scozzese veniva vista come un colpo al cuore dell’Unione.

Gli insegnamenti che l’Europa può ottenere dalla vittoria del “No” saranno decisivi per il futuro comunitario: il persistere di politiche di austerità che affossano le classi medie e popolari e alimentano l’euroscetticismo di molti giovani disillusi, i nazionalismi demagogici, e l’isolazionismo da bar dello sport, è il peggior male che l’Europa dei 28 può intraprendere nei prossimi anni. Non facciamoci scappare un’occasione che difficilmente potrà ripetersi.

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