Giro d’Italia: il giro più bello

A Torino è calato il sipario su una edizione del Giro stupenda. Un tracciato equilibrato e molto ben articolato si è rivelato il supporto per una trama degna di un giallo sopraffino. Qualcuno potrebbe obiettare che il giallista fosse pro Nibali, oppure che a me sia piaciuto perché anch’io lo sono. Può darsi, io comunque nel mio post di chiusura cercherò di argomentare le mie ragioni.

Italian rider of Astana Team Vincenzo Nibali celebrates on the podium after winning the Giro d'Italia 2016, Turin, 29 May 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

ANSA/CLAUDIO PERI

Voglio partire dal percorso, i miei riferimenti andranno solo ai profili e non alle scelte geografiche non del tutto condivise. Poche le tappe banali, poche le frazioni di trasferimento che non ho mai capito a chi piacciono. Diverse invece quelle che offrivano opportunità a tanti corridori, mi riferisco per esempio alle frazioni di Praia a Mare, di Arezzo, di Asolo, anche di Pinerolo. Frazioni piene di trabocchetti che hanno assicurato spettacolo e picchi adrenalinici. Il disegno delle tappe di montagna poi lasciava presagire un equilibrio sino alla fine. I protagonisti, in questa direzione, si sono poi superati demandando agli ultimi quindici chilometri verso Sant’Anna di Vinadio la soluzione del rebus rosa.

La vittoria è andata a Nibali. Era l’uomo più atteso, i favori del pronostico lasciavano spazio a pochi dubbi. Se vogliamo una condanna per chi deve vincere per forza; dolce ma pur sempre condanna. Il messinese campione non si è tirato indietro. Scegliendo per diversi giorni, a prescindere dalle condizioni di forma con le quali ha affrontato il Giro, una tattica spettacolare e sfrontata per rispondere alle grandi attese riposte su di lui. Eccellenti i risultati per l’incertezza generale ed i capovolgimenti di fronte, non si puo’ dire allo stesso modo per quel che riguardava il suo tornaconto personale. Io non so di storie di pedivelle lunghe o corte, nulla so in merito a chi riesce a trovare la forze delle gambe nell’arrabbiatura per le scoppole incassate. So invece che i grandi campioni sanno ritracciare le loro strategie di corsa; sono quelli a cui le forze crescono quando agli altri calano; quelli che posseggono il tempismo per cogliere le occasioni quando capitano, comprese quelle dettate dalla fortuna; quelli ben presenti quando necessita il coraggio di osare. Quest’ultima è la qualità che piace di più alla gente, che al messinese non difetta di sicuro e che qui comunque non sarebbe bastata. Poco male, perché Nibali è un campione che possiede tutte queste qualità, nessuna esclusa, senza le quali non avrebbe vinto all’ultimo respiro un Giro ormai ampiamente perso. In verità si è anche avvalso di una compagine all’altezza della situazione con in prima linea il mio “vecchio” amico Scarponi, lavoratore instancabile, e Kangert, fedele ed affidabile, ma a cosa serve il lavoro di squadra se il leader non lo finalizza?
Altro che analisi, altro che ritiro. Un campione accetta le sconfitte; se mai dovesse ritirarsi lo fa per le cause accertate di un crollo che rendono impossibile un decoroso proseguo della corsa. Nibali, in questo Giro, non è mai crollato, ha subito delle sconfitte, le ha metabolizzate e ha ribaltato il risultato. Direi semplice come bere un bicchier d’acqua.

Dietro di lui, Chaves. Una bella vittoria di tappa ed il posto d’onore fanno a gara con il suo sorriso trasparente e con la sua serenità imbarazzante nell’accettare una sconfitta maturata all’ultima pedalata. Non gli avevo dato molto credito nel post di presentazione. Felice di essere stato smentito, gli auguro un futuro radioso. Poi Valverde, terzo alla prima partecipazione al Giro ha confermato la sua invidiabile costanza nei GT. Ha corso a modo suo, non sbagliando una pedalata. Il suo più grande pregio e, forse, il suo più grande limite che fino ad oggi gli ha garantito tante vittorie ma anche precluso qualche successo di qualità. In ogni caso una serietà unica, che con il tempo, me lo sta rendendo piano piano quasi simpatico.
Sul podio reale non c’e’ posto per Kruijswijk, c’è invece in quello ideale. L’olandese che sino alle 15,45 di venerdì scorso era il padrone del Giro. La scelta sbagliata della traiettoria, in una delle prime curve venendo giu’ dall’Agnello, è stato un errore pagato carissimo. Servirà ai detrattori di Nibali per alimentare il loro ingiustificato livore nei confronti del messinese. In ogni caso Kruijswijk ha dato il suo buon contributo al Giro ed ancor di più alla sua trama imprevedibile.
Della top ten, spendo due parole per l’ottimo Jungels, eccellente passista che ha venduto cara la pelle anche in salita. I buoni margini di miglioramento rendono ottime le sue prospettive per il futuro.

Poi passerei a coloro che mi sembra limitativo chiamare cacciatori di tappe. Parto dai miei “amici” che mi hanno dato grandi soddisfazioni. Ulissi, due perle e protagonista assoluto a trecento sessanta gradi. Avanti così, lo attendo su altri palcoscenici con il medesimo piglio. Poi Trentin, una vittoria di rapina, ottenuta con eccezionale caparbietà, impreziosisce il suo Giro corso su livelli di eccellenza dall’inizio alla fine. Il migliore, assieme ad Ulissi e Scarponi, fra quelli che non guardavano la classifica. Encomiabile Brambilla, rosa di maglia ed altruista di cuore. Molto bene Wellens sino al giro di boa, un po’ appannato nel finale. Fra i russi Gasprom meglio Foliforov dell’atteso Firsanov; bravo Ciccone, al primo centro in assoluto ottenuto in un GT. Sorprendente Roglic, autore di ottime crono. Dei velocisti implacabili in volata ed altrettanto a fare la valigia, non parlo. Diciamo che non condivido le loro scelte “chirurgiche”.

Passiamo alle critiche. Landa, che divideva le luci dei favori del pronostico con Nibali e Valverde, pare se ne sia andato fra i fumi di una grigliata. Rimandato di brutto. Majka, benino, mai del tutto protagonista. Uran, sgomita, ma la sua sembra la lotta di un uomo in calo. Pozzovivo, sempre poco dentro la corsa che conta, crolla nel finale. Dumoulin, bello e bravo, deve decidere cosa fare da grande. Se il chirurgo o il campione. I primi nei GT ormai sappiamo che fanno la prima settimana, gli altri tutte e tre. Abbastanza timidi i nostri velocisti contro i marcantoni tedeschi.
Per non farsi mancare nulla il Giro si chiude con la vittoria assegnata “a tavolino” al tedesco Arndt, nella volata finale di Torino, per declassamento di Nizzolo ritenuto colpevole di uno scarto di traiettoria ai danni di Modolo. Decisione dolorosa, ma ai fini regolamentari corretta.

Si chiude qui il mio lungo post conclusivo sul Giro, ventuno giornate avvincenti per l’edizione più emozionante vista dal mio fedele divano.
Cosa augurarmi? Che la prossima mi convinca oltre che per il suo profilo, anche per la sua geografia.

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