Francesco Cataldo SPACES, il disco americano accende i motori del Jazz

 Cerchi sonori negli Spaces di Francesco Cataldo. 
Summa generale per suoni di singoli strumenti  

da sx. Scott Colley, Dave Binney, Clarence Penn, Francesco Cataldo, Salvatore Bonafede

 

Esce Spaces, autentica chicca per il chitarrista e compositore siracusano dotato di abile tecnica espressiva jazz. Il disco americano di Francesco Cataldo, registrato con le eminenze del Jazz contemporaneo, si trova già nella “Best List 2013” di Brent Nero per Critical Jazz, sulle pagine di Musica Jazz, si ascolta su WPFW Radio Washington DC, ed è il disco preferito da Takaaki Kondo di Tokyo Jazz Review.

Prodotto dallo stesso Cataldo per Alfa Music con la supervisione di Fabrizio Salvatore, il disco è stato registrato negli States, presso Sear Sound Studios di Manhattan, il mastering a New York, negli Avatar Studios di Fred Kevorkian.

La scelta del nome dell’album – Spaces – ricade sul titolo di un brano che simboleggia la sua ricerca musicale e i suoi linguaggi sonori. Luoghi immaginari – gli spazi dei brani – che rievocano nell’ascoltatore i respiri musicali del compositore siracusano alla sua seconda prova discografica. Di scuola newyorkese la melodia mediterranea di Spaces si fonde con le liriche strumentali di musicisti l’oltre oceano che fanno si da amalgamare il jazz ai sapori della Terra di Sicilia che Vito Francesco Cataldo ha voluto esportare in tutto il mondo. Tourist in my Town e Algerian Waltz ne sono un esempio, come la personale Intro di Vito, dove i Racconti (del nonno paterno) si fondono con gli ‘inserti cameristici’ del violoncello di Erik Friedlander.

Nell’album l’arrangiamento dei brani permette al ‘quintetto’ di far respirare tutti gli strumenti con un gioco musicale, un ‘interplay’ interattivo con tanti assoli incrociati, spazi lirici – appunto – di suoni accattivanti, continui ed incessanti. 
 …i suoi Spazi Mediterranei in Interplay (Marco Basso)

Trovarsi in studio un giorno di settembre a New York con Scott Colley, Dave Binney e Clarence Penn al fianco, poteva far venire in mente strane idee. Che so, un disco “esagerato”, in cui lanciarsi in un tecnicismo esasperato, o in cui riversare sonorità astratte e cerebrali, denominatore comune di molto jazz di matrice europea.

Ma per fortuna Francesco Cataldo ha ricacciato ogni tentazione, e, accompagnato dal fido Salvatore Bonafede, regalandoci un lavoro davvero sorprendente, ha fatto quello che gli riesce sempre meglio, puntando tutto sull’interplay e la melodia. Fin dal primo brano la band ha preso inesorabilmente a macinare suoni dotati di una grande capacità persuasiva. Immediatamente si è innescato quel magico meccanismo che è l’olio che fa girare il motore del jazz. Si chiama interplay e consiste nel piacere e nella capacità che i musicisti hanno, insieme, di far dialogare i propri strumenti e di suonare scambiandosi informazioni.

La disciplina della band ha fatto il resto, annullando ogni possibile mania di protagonismo. Una magia, considerando anche la formazione assolutamente inedita. La melodia è protagonista in ogni composizione: è un cd ricco di temi che ti aprono il cuore e la mente. Eccoli dunque i suoni mediterranei, profondi come il mare che ci circonda. 

Tutto ruota attorno alla melodia in assoluta armonia, ogni singolo strumento insegue la poesia che cattura l’animo di chi ascolta. 
I musicisti ispirati rendono i brani sempre equilibrati e suggestivi grazie all’amalgama che hanno saputo creare: anche se molto diversi per formazione, cultura, esperienze, si ascolta una grande armonia.
L’obiettivo non è suonare vagonate di note, ma trovare la nota giusta; in tutti i brani si avvertono più vuoti che pieni perché viene data importanza alle pause. ”
Quando suoni devi partire dal silenzio” ama ricordare Bonafede e questo disco lo testimonia. 

   L’intervista

 Francesco Cataldo racconta a Globus Magazine i suoi percorsi, la sua idea di musica ma soprattutto la storia e le motivazioni che lo hanno condotto all’incisione – con la chitarra e con il cuore – di “Spaces“.

  Francesco potresti raccontarci come è avvenuto l’incontro in sala di incisione con cinque star mondiali del Jazz: David Binney,  Scott  Colley, Clarence Penn, Erik Friedlander e Salvatore Bonafede?

Inizialmente ho contattato Scott Colley per fargli ascoltare alcuni brani originali che avrei voluto registrare con lui. A Scott sono piaciuti molto e nonostante non ci fossimo mai conosciuti di persona mi ha invitato a registrare a New York. Prima della registrazione non conoscevo di persona nemmeno David, Clarence ed Erik; anche loro, entusiasti, hanno dato subito disponibilità. Conosco invece Salvatore da anni, avevamo già suonato in diverse occasioni.

 Per incidere il disco sei andato negli States presso una prestigiosa sala di registrazione, potresti descrivere l’atmosfera degli Studios?

Abbiamo registrato ai Sear Sound Studios di Manhattan mentre il Mastering è stato preparato agli Avatar Studios. Ho un ricordo meraviglioso, livelli professionali di eccellenza ed atmosfera familiare; tutto questo ha creato immediatamente una magia con i musicisti del disco sin dal primo brano. Tutti i 13 brani son venuti fuori al primo take! Incredibile, considerato che non avevamo mai suonato insieme.

Che significato hanno gli “Spaces” nella tua musica?

Spaces” sono spazi che continuamente cerco nei miei brani; quegli spazi che rendono la musica evocativa e quindi fruibile da tutti, anche da un pubblico non esperto di jazz. Per creare questi “Spazi” seguo principalmente due direzioni: utilizzo continuo di pause e attenzione particolare alle melodie. Suonare significa sottrarre “spazio” al silenzio, quindi credo sia fondamentale imparare a dosare le note, soprattutto nei temi. Per essere evocativi, o almeno provarci, occorre dare priorità ai temi prima che alle improvvisazioni. Ho cercato dunque di evitare l’ennesimo disco pieno zeppo di improvvisazioni per concentrarmi invece sui temi, arrangiandoli per questo magnifico gruppo.

Come hai strutturato gli arrangiamenti delle tue composizioni?

In tutto il disco ho affidato l’esposizione dei temi a chitarra e sax, mantenendo questo binomio anche durante le improvvisazioni in diverse tracce. In questo modo ho voluto a tutti costi evitare le solite improvvisazioni a comparti stagni per  curare invece il sound di gruppo e il continuo interplay. La chitarra non è l’unica protagonista come di solito accade nei dischi di compositori chitarristi, ma si inserisce come voce del collettivo. Immagino la band come un grande cerchio: al centro c’è la Musica ed i musicisti attorno, equidistanti, per alimentarla e darle linfa vitale.

Nel disco si percepiscono sentimento e modernità; entrambi dosati con equilibrio in tutte le tracce.

Sono perfettamente d’accordo. Ho cercato di coniugare modernità e “sentimento” nella scrittura delle melodie. Da siciliano credo sia questa la mia caratteristica principale: ricerca continua della melodia!

Nella tua musica che ruolo ricopre la parola “spiritualità”?

La Spiritualità è il motore della mia ricerca musicale. Non riesco a scindere la spiritualità dalla musica. “Spiritualità” per me significa ricerca del proprio “spazio” interiore; ricerca che conduce comunque alla condivisione con gli altri musicisti e col pubblico. “Spiritualità” quindi come condivisione di un percorso quotidiano caratterizzato da momenti positivi e negativi, da entusiasmi e difficoltà ma comunque sempre guardando “in alto” verso quegli “spazi” che spesso il cielo ci ricorda, quando o fissiamo. Sono gli stessi “spazi” che ritrovo anche nel volto delle persone che incontro nel mio quotidiano e che spesso ispirano la mia scrittura.

La prossima meta, il prossimo obiettivo della tua musica?

Ad Aprile 2014 partirà la Tournee di presentazione del disco. Avrò l’onore di condividere questa magica esperienza sul palco con una delle star del Jazz mondiale, il pianista americano Kenny Werner. Il Tour comincerà proprio dalla Sicilia il 7 Aprile allo Sheraton Hotel di Catania nell’ambito della prestigiosa rassegna “Catania Jazz”; proseguirà a Palermo, Milazzo e Caltanissetta per poi spostarsi all’Auditorium Parco della Musica di Roma ed in altri teatri in Italia ed all’estero.

Pompeo Benincasa di Catania Jazz è avvisato!

BioHistory

Vito Francesco Cataldo, una laurea in giurisprudenza, ha studiato presso la Scuola di musica AFAM, Even Eights, di Siracusa. Chitarrista, compositore ed  arrangiatore intraprende giovanissimo gli studi musicali. Dopo le prime esperienze rock e fusion, e corsi di chitarra classica degli anni giovanili, si avvicina al jazz nel 2000 con il M° Claudio Cusmano per poi proseguire gli studi presso il Conservatorio V.Bellini di Palermo.

Tanti i Festival del Jazz a cui ha partecipato: Festival del Jazz di Noto nel 2003, Roma Jazz’s Cool (Casa del Jazz, Roma) e IV “Festival Internazionale del Jazz Sergio Amato” (Siracusa) nel 2007, Villa Celimontana nel 2008, Umbria Jazz Winter nel 2010.

Nel 2007 ha registrato il suo primo lavoro discografico “Lanuvio” in trio con Paride Furzi e Roberto Giaquinto ottenendo favorevole riscontro su Jazz It, e nel 2012 l’album “Spaces” in quintetto con Scott Colley, Clarence Penn, Salvatore Bonafede, Dave Binney, Erik Friedlander. Entrambi gli album contengono esclusivamente brani originali scritti ed arrangiati da lui. Vive a Siracusa.

Line-up di Spaces

 Francesco Cataldo (electric&baritone guitars)

David Binney (sax alto)

Salvatore Bonafede (piano)

Scott Colley (contrabass)

Clarence Penn (drums)

Erik Friedlander (violoncello su 7)


(Track List)

1. Our Jazz (Prologue)

2. Algerian Waltz

3. Siracusa

4. Ortigia

5. Sunrise in Rome

6. Spaces

7. Vito (Intro), Raccontami

8. Why

 9. Your Silence

 10. Tourist in my Town

11. Perugia

12. A Phrygian Day

13. The Rain and Us (Epilogue)

 

 

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