Enzo Vetrano e Stefano Randisi portano in scena Riccardo III una rilettura in chiave contemporanea

Liberamente ispirato al “Riccardo III” di William Shakespeare e ai crimini di Jean-Claude Roman lo spettacolo che vede in scena al fianco di Vetrano e Randisi anche Giovanni Moschella è ambientato in quello che potrebbe essere un ospedale psichiatrico o un manicomio criminale, un luogo comunque dedicato alla somministrazione del dolore

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (2) - Vetrano, Randisi, Moschella

Uno spazio algido dove tutto è fatto della stessa sostanza degli incubi: le vecchie foto, le incisioni sbiadite e le apparizioni, in cui i “forse” sono più delle certezze e governano la messa in scena, gli scambi di ruoli, le ambiguità dei personaggi. E’ questa l’essenza di “Riccardo 3. L’avversario” di Francesco Niccolini che venerdì 28 febbraio alle ore 20.30 sarà messo in scena con la regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi al Teatro Garibaldi di Enna per la stagione “Flussi continui” organizzata dall’Amministrazione comunale e impaginata da Emanuele Primavera, Franz Cantalupo e Lorenza Denaro.

Il testo rilegge in chiave contemporanea un grande classico di Shakespeare: Riccardo III, oggi demone recluso e indomito, che viene qui sottratto al medioevo inglese e diventa abitante del presente, dando vita a una messa in scena che non sarà una pura variazione sul tema ma qualcosa di “meno rassicurante”. L’ambientazione non è quella di un sala da palazzo reale quattrocentesca, ma sul palcoscenico è tutto bianco e verde acido, pareti che ricordano molto da vicino la stanza di un ospedale: un letto, una sedia a rotelle, un grande specchio. Forse ci troviamo all’interno di un ospedale psichiatrico o un manicomio criminale e forse stiamo per assistere a una terapia sperimentale che porterà un paziente ad affrontare gli orrori di cui si è macchiato. O forse siamo proprio dentro la sua mente abitata da incubi e fantasmi. In scena Enzo Vetrano nel ruolo di Riccardo, Stefano Randisi è Lady Anna, ma anche un sicario, Giorgio di Clarence, Buckingham, Edoardo e Richmond, e Giovanni Moschella è tutti gli altri personaggi: un altro sicario, Hastings, Elisabetta, il principino, Margherita, il sindaco di Londra, Stanley.

Dalle note di regia e drammaturgia– «La terapia/psicodramma ha inizio: la corona passa da una testa a un’altra, la ghigliottina si abbatte feroce, le campane suonano a festa o a morto, mentre un corvo si aggira, come se quel luogo gli appartenesse. E soprattutto, c’è un’iniezione che incombe come una spada di Damocle. O piuttosto di Richmond, in questo caso. In un luogo pieno di fantasmi, rivive la vicenda di Riccardo di Gloucester – il malvagio più malvagio, ma al tempo stesso più terribilmente simpatico mai creato dal genio umano – e dei suoi omicidi seriali, ma, al momento del gran finale, giusto un istante prima della morte, Riccardo risorge dai suoi peccati e con il suo ultimo monologo visionario si congeda, accoglie la liberazione che gli giunge non dalla spada di Richmond ma dall’iniezione che gli viene somministrata: sedato, ridotto alla passività.
È l’inizio del recupero o la fine della speranza? È solo questione di tempo oppure quella iniezione è una conquista che permette la liberazione definitiva dal male?

Parafrasando Macbeth e il suo “Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow”, a noi resta soltanto un “Forse e Forse e ancora Forse”. L’unica cosa di cui siamo sicuri è che ora il protagonista – dopo aver riconosciuto il sangue versato – è annichilito.
Tutto sommato non è nemmeno così importante essere sicuri chi è il medico, chi l’infermiere e chi il paziente, o se si tratta di diversi criminali coinvolti nello stesso esperimento: sembrano più le due identità di una stessa persona. Uno l’avversario dell’altro.
Quella corona, per cui tutto questo è accaduto, nella storia, in teatro e nella vita, ora giace abbandonata. Sul letto da ospedale o sul palcoscenico: in qualunque angolo di questa stanza dedicata alla somministrazione del dolore. Lo spettacolo è finito. L’unica cosa che può sopravvivere a tutta questa devastazione è solo il Teatro, con i suoi fantasmi. E tutti i suoi illusori forse». (Francesco Niccolini, Stefano Randisi ed Enzo Vetrano)

«Quando più di due anni fa ho iniziato a tradurre e adattare il Riccardo III, un testo e un personaggio che amo alla follia da molti anni, credevo di farlo per una pura scommessa: volevo capire se era possibile mettere in scena quel capolavoro con un attore solo – scrive Francesco Niccolini -. Persi rapidamente la scommessa, ma capii che in tre – invece – non solo era possibile, ma (se fossero stati tre uomini) anche molto divertente. Grazie a Stefano Randisi e a Enzo Vetrano invece ho compreso che questo lavoro aveva ben altro significato che vincere o perdere una stupida scommessa: era, inaspettatamente, il più provocatorio, improbabile ma – permettetemi – convincente appello al diritto all’eutanasia. Anche in Italia. Anche per un uomo malvagio. O semplicemente per un uomo malato che non vuole più continuare a soffrire nel proprio corpo. Dal giorno felice in cui ho incontrato Enzo e Stefano (e per questo non smetterò mai di ringraziare Dimitri Frosali di Arca Azzurra), il testo che avevo scritto è cambiato pochissimo, come raramente mi accade, eppure è cambiato radicalmente: ha trovato in un ospedale psichiatrico la sua collocazione, e nella tragedia di un celebre pluriomicida francese, Jean-Claude Romand, sul quale avevo lavorato più di dieci anni fa per conto della televisione svizzera, un’autentica reincarnazione. Questo Riccardo ha così assunto i panni non solo del mostro, ma anche quelli di un uomo che chiede di essere liberato da un corpo che lo tormenta. La nostra risposta è sì, che è un diritto inalienabile. Lo è per ogni uomo sulla terra, compreso il più malvagio. Ci auguriamo che un giorno sia un diritto anche in questa nostra povera Italia. Qui mi fermo e lascio la parola a uno dei più grandi studiosi di Shakespeare: è appena stato pubblicato in Italia un bellissimo libro sui tiranni nelle tragedie shakespeariane: ovvio che Riccardo III abbia un ruolo fondamentale. Il ritratto che ne viene fatto è notevolissimo… ».

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