“Io, Don Chisciotte” e l’intensa chiave di lettura di Monteverde: un omaggio alla fiera follia dei sogni

Il mito di Don Chisciotte al Teatro Vittorio Emanuele di Messina lascia il segno grazie all’acuta e profonda visione della coreografia di Fabrizio Monteverde

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Sono tantissime le versioni dei balletti ispirati al celebre romanzo di Cervantes (pubblicato nel 1605) che hanno debuttato nei secoli, dal ‘600 al oggi, ed il mito di Don Chisciotte ha ispirato grandissimi protagonisti della danza (e non solo) nella scena artistica internazionale. Per citare solo alcune delle versioni in musica più incisive: quella del 26 dicembre 1869, al Teatro Bolshoi di Mosca, su libretto e coreografia di Marius Petipa e musica di Aloisius Ludwig Minkus come, a noi più vicine, quella del 1978 a Washington dove debuttò il Don Chisciotte di Mikhail Baryshnikov per l’American Ballet Theater, ripreso dal Royal Ballet nel 1993, la creazione di Rudolf Nureyev per il Balletto dell’Opera di Stato di Vienna, presentata l’1 dicembre 1966, e la versione alla Scala di Milano, nel settembre 1980, con Carla Fracci e lo stesso Nureyev.

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Tra le numerose ulteriori proposte ispirate al personaggio di Don Chisciotte, si possono annoverare anche versioni del ‘900 su musica diversa, distanti nello spirito da quelle classiche, di cui ci si limita qui a ricordare il “Don Quixote” di Georges Balanchine, su musica di Nicholas Nabokov, per il New York City Ballet, che debuttò allo State Theater di New York il 27 maggio 1965.

Quello che emerge è l’evidente ed immenso fascino esercitato nel tempo dalla “creatura” di Cervantes, questo “folle” cavaliere, “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha”.

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Per la Stagione di Musica 2019/2020 del Teatro Vittorio Emanuele di Messina venerdì 17 gennaio (in replica sabato 18) è stato un nuovo appuntamento con la Compagnia del Balletto di Roma ad essere andato in scena con Io, Don Chisciotte”, nuova versione del famoso soggetto a firma del celebre coreografo Fabrizio Monteverde.

Grande talento degli anni ’90, Monteverde, da oltre trent’anni, si esprime con una sua originalità stilistica ed accurata elaborazione drammaturgica che ne caratterizza il segno in tanti capolavori e successi prodotti dal Balletto di Roma quali “Giulietta e Romeo”, “Otello”, “Bolero”, “Cenerentola”, “Il Lago dei Cigni ovvero il Canto”. Per dare inizio ai festeggiamenti dei 60 anni della Compagnia del Balletto di Roma (1960 – 2020), su invito del Direttore Artistico Francesca Magnini e del Direttore Generale Luciano Carratoni, il famoso coreografo dà vita ad una nuova versione del “Don Chisciotte” di Cervantes con la sua personalissima visione.

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“Io, Don Chisciotte” segna il ritorno sulle scene di Monteverde che dopo il successo de “Il Lago dei Cigni ovvero il Canto, del 2014, dichiarò che sarebbe stato il suo ultimo lavoro coreografico, ritirandosi dalla scena per vivere a Cuba, per trovare una nuova dimensione ispiratrice umana e artistica. Così è stato fino a quando, probabilmente, non ha “incontrato” sulla sua via questo fantastico, eterno, mitico e folle cavaliere errante “senza macchia e senza paura” al cui richiamo della sua “follia”, che lo porta a combattere per una giusta causa e per i suoi “sogni”, gli animi più “follemente” nobili e sensibili non possono non cedere.

Ed ecco che la grande sensibilità artistica di Fabrizio Monteverde, prontamente, non ha potuto esitare a rispondere accettando un’ennesima sfida che lo ha condotto ad affrontare e a rileggere, a modo suo, un’altra significativa pagina della letteratura mondiale.

Lo spettacolo si apre dal buio della sala con la voce di Stefano Alessandroni, accompagnata dalla musica, e con la dedica che recita il passo “A tutti gli illusi”, testo poetico scritto da Corrado d’Elia (regista, attore e drammaturgo) per il suo spettacolo “Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore”.

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Sono parole emozionanti, precise e dirette che potrebbero essere rivolte ad ognuno dei presenti: a chiunque abbia lottato nella sua vita per quel sogno che non si è mai avverato ma a cui, nonostante tutto, non ha mai smesso “follemente” di credere e sperare.

E nella scena buia, appena illuminata da un cono di luce, prende vita il nuovo Don Chisciotte: si piega, si torce, fuori da usuali schemi e regole; cammina sui libri posti a terra, uno accanto all’altro come a segnare un varco o una strada da seguire; poi li raccoglie, li accatasta e ci si siede sopra. Sul fondo della scena il rottame di una vecchissima Renaul 4 è il suo attuale Ronzinante e Don Chisciotte, probabilmente umile vagabondo, è uno degli “invisibili”, dei senzatetto, degli ultimi che vivono nelle moderne periferie urbane, tra gli stenti del quotidiano; luoghi attraversati dagli “altri”, dalla moltitudine degli indifferenti ben resi sul palco, in alcuni momenti, da un andirivieni dei ballerini, come se fossero degli automi.

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Il ruolo del fedele ed umile scudiero, Sancho Panza, viene qui proposto al femminile trasformandosi in una homeless incinta, che, in una società violenta ed insensibile, lotta anche lei per difendersi come può.

Le antiche vicende si traducono sulla scena in danze, ritrascritte secondo degli schemi contemporanei dove emerge la continua lotta a sopravvivere, in un mondo in cui non si rinuncia a perdersi nei propri sogni, dove anche una prostituta può essere idealizzata come la signora dei suoi sogni, divenendo una leggiadra Dulcinea del Toboso.

La teatralità degli eventi è ben accompagnata dalla grande tecnica dei danzatori che, con matura professionalità, spaziano da uno stile all’altro, in un continuo scambio fra tradizione e modernità per alcune danze reinventate, come quella dei toreri e muletas. Dei danzatori da evidenziare anche la perfetta sintonia di movimenti, la precisione e la velocità in armonia con l’evolversi del racconto come nel ritmo del flamenco scandito dal solo battito delle mani insieme al giusto e connotato peso dei passi.

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L’eccellenza dell’impianto coreografico si affianca all’ottima regia accompagnata dall’accurato e sapiente uso di luci, ombre e proiezioni grafiche in cui il light designer, Emanuele De Maria, rende benissimo alcuni passaggi come l’effetto dei mulini a vento che, come racconta Cervantes, Don Chisciotte scambia per giganti dalle braccia rotanti. Il tutto viene racchiuso nella durata di circa un’ora, in un unico ed intenso atto.

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Ma qual è il profondo significato che alla fine ci restituisce Fabrizio Monteverde in “Io, Don Chisciotte” se non quello racchiuso nell’ultima epica immagine del “fiero guerriero” con cui, tra i tanti applausi, si chiude il sipario: un guerriero che tenendo saldamente la sua lancia ed indossando l’elmo diviene simbolo di un “omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni” ma anche speranza che possa sempre esistere un cavaliere errante pronto a seguire “la legge del suo cuore” e, ritornando al testo poetico di Corrado D’Elia di inizio spettacolo, per dare voce…

 “A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.

Ai pazzi per amore, ai visionari,

a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.

Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.

Agli uomini di cuore,

a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.

A tutti quelli che ancora si commuovono.

Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.

A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.

Ai poeti del quotidiano.

Ai “vincibili” dunque, e anche

agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.

Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.

A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,

ancora si sente invincibile.

A chi non ha paura di dire quello che pensa.

A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.

A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.

A tutti i cavalieri erranti.

In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…

a tutti i teatranti.”

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Teatro Vittorio Emanuele:

Venerdì 17 gennaio 2020, ore 21:00 – Turno A

Sabato 18 gennaio 2020, ore 17:30 – Turno B

 

IO, DON CHISCIOTTE

musiche Ludwig Minkus e Aa.Vv.

coreografia, regia e scene Fabrizio Monteverde

costumi Santi Rinciari

assistenti alle coreografie Anna Manes, Sarah Taylor

light designer Emanuele De Maria

presentazione a cura di Francesca Magnini

produzione Balletto di Roma con il contributo di Regione Lazio

 

durata 65 minuti


 

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