David Bowie ha abbandonato il pianeta Terra: sono venuti a prenderlo!

La notizia che ha sconvolto il mondo musicale e non solo. Si è improvvisamente spento, all’età di 69 l’Uomo delle Stelle, David Bowie.

 

La mattina dell’11 gennaio 2016 il mondo si sveglia con una tragica notizia, il grande, geniale e poliedrico artista David Bowie è morto. Aveva 69 anni, compiuti appena due giorni prima della sua dipartita. La notizia è stata resa pubblica dal figlio, con una sconcertante verità: Bowie combatteva da 18 mesi la sua personale battaglia contro un cancro. 

Anche Wikipedia ha aggiornato la pagina su David Bowie, e leggere il verbo essere al passato è un duro colpo al cuore. Apprendo la notizia, in un lunedì mattina mentre sto vivendo la consueta quotidianità, ancora assonnata e con la mente già piena di tutti gli impegni da svolgere fino al weekend, mentre mi trovo in auto, arriva dalla radio una voce che dice: “non ci credevo, sono andato a guardare le notizie on line, e purtroppo è ufficiale, David Bowie ci ha lasciato”. Nella mente si rincorrono tanti pensieri, da amante della musica e del rock, in particolare, la prima cosa che ho pensato è stata: “Anche lui no!

E mi ritrovo a pensare a tutti gli artisti che dall’inizio dell’anno scorso hanno lasciato questa Terra, da B.B. King a Lemmy Kilmister dei Motörhead, da Ben E. King a Natalie Cole da Scott Weiland a Mike Porcaro, una strage, dal punto di vista musicale, personaggi di cui ti chiedi se esistano dei degni eredi o se la classica frase “Rock is Dead” adesso non abbia veramente una solida base per sussistere.

David Bowie no, non me lo sarei aspettato così presto, proprio lui, l’uomo che al mondo della musica ha regalato un aspetto insolito ma indimenticabile. Lui che quando ero bambina mi ha incantato nel film Labirinth, dove vedeva il mondo attraverso delle sfere di cristallo dove a volte si riflettevano quegli occhi tanto particolari, interpretava un mago cattivo, innamorato di Sarah e disposto a tutto pur di averla, anche rinchiuderla in un labirinto…

Nacque 69 anni fa a Brixton, un quartiere popolare di Londra, ma fu nel 1958 che, oltre a diventare l’orgoglioso proprietario di un sassofono di plastica bianca col quale cerca di imparare le canzoni di Little Richard, canta come corista nella chiesa di St. Mary a Bromley, insieme a George Underwood e Geoffrey MacCormack, che rimarranno suoi amici e diventeranno in seguito suoi collaboratori

Questo ragazzo che sulla copertina del suo terzo album “The Man Who Sold the World”, apparve con lunghi capelli biondi, vestito da donna e il suo viso, che madre natura ha voluto fosse androgino e scandalizzò l’America, o meglio la sua casa discografica americana che arrivò al punto di vietare l’immagine di copertina nel packaging del disco prodotto in Usa.

Non bastò certo questo ad impedire l’ascesa di colui che da lì a poco sarebbe diventato Ziggy Stardust, e che in sole tre settimane dal suo arrivo conquistò tutto il continente americano, per il sound alquanto innovativo e trascinante.

Una musica dell’altro mondo, in tutti i sensi, tanto che il gruppo di musicisti che lo accompagnarono nella sua avventura americana, si fecero chiamare gli Spiders From Mars.

Di alieno, il grande Bowie ne aveva quasi anche le sembianze, una figura quasi eterea, filiforme e con la particolare cromatura dei suoi occhi, di due colori differenti, dovuta ad una midriasi permanente che gli fu provocata da una rissa con un amico per una ragazza. Di queste sue particolarità, oltre che della sua inconfondibile voce, ne fece un punto di forza e creò il personaggio di Ziggy Stardust, il marziano sceso sulla Terra per salvarla.

Sin da piccolo, David Robert Jones, questo il suo vero nome, era attratto dall’arte soprattutto quella pittorica e scultorea, ma fu negli anni sessanta, quando il padre portò a casa degli scatoloni pieni di vinili, acquistati a poco prezzo ad una liquidazione, che contenevano generi musicali come il jazz, il gospel, lo swing e il blues che capì che la musica era la sua strada, la sua vera strada, che lo portò a diventare il padre dell’hard glam rock, una sorta di proto-metal.

Sempre innovativo, quasi visionario, anticipò tutto quello che sarebbe diventato il futuro della musica rock, senza mezze misure, senza limiti, aprendo sempre nuovi varchi, è questo, forse, il segreto del suo immenso successo.

Una figura che gli diede grande ispirazione fu quella del fratellastro Terry, di dieci anni più grande di lui, di cui David raccontava che leggeva libri di scrittori beat, che si faceva crescere i capelli e che il sabato sera si recava sempre ad ascoltare musica jazz nei locali londinesi, a modo suo, insomma, era un ribelle.

Terry morì tragicamente, gettandosi sotto un treno nel 1985 dopo essere stato ricoverato con la diagnosi di schizofrenia, ma per David rimase sempre una fonte d’ispirazione come si può ben dedurre proprio dall’album “The Man WhoSold The World”.

La carriera artistica di Bowie comincia quando egli era appena diciottenne e si esibiva in piccoli locali dei sobborghi di Londra, dove si ritrovò a suonare prima nei The King Bees e poi nei Manish Boys, band in cui vi era un certo Jimmy Page che faceva il turnista.

Dopo varie esperienze Bowie capì che comunque la carriera in una band non faceva per lui e scelse di continuare la sua strada da solo, tra l’altro capì anche che i generi musicali che giravano all’epoca erano roba a cui non si sentiva affine e che quindi era arrivato il momento di inventarsi un altro modo di fare musica.

Fu proprio quello che fece, aiutandosi con sintetizzatori e apparecchi di distorsione, sfruttò la sua capacità di essere un polistrumentista e riuscì a creare degli effetti e delle sonorità che destarono curiosità ma soprattutto lo portarono al successo.

Creò così, il cosiddetto proto metal, partendo da una base quasi folk acustica, man mano accentuò il suono della batteria e del basso distorcendo quello della chitarra elettrica ritmica e da quel momento questo nuovo sound sarà quello che contraddistinguerà la musica di David Bowie.

La prima canzone in cui possiamo realmente percepire l’innovazione che Bowie ha apportato e che esce dall’underground di quei tempi è “Space Oddity” datata luglio 1969. Il messaggio di aiuto del comandante Tom che perde il controllo della missione spaziale di cui è a capo, riecheggia per tutto il brano e si percepisce quasi crudelmente il senso d’isolamento e di alienazione dell’uomo, la canzone sembra anticipare l’allunaggio dell’Apollo 13 che si verificò proprio tra l’11 e il 20 luglio di quello stesso anno.

 

Ma furono gli anni settanta, quelli che segnarono l’apice della carriera di Bowie, anni in cui due incontri si rivelano fatalmente importanti per lo sviluppo della sua carriera artistica, due nomi importanti che sono quello di Lou Reed e quello di Iggy Pop.

La società di quegli anni è una società in continua rivolta, sempre alla ricerca dell’estremo e Bowie, com’è sempre stato nel suo stile, ha intuito questo cambiamento e ha deciso di vestire i panni di Ziggy Stardust, venuto da Marte per salvare il pianeta Terra con il suo messaggio di Pace e Amore, nasce così l’album che consacrò Bowie a icona indiscussa della musica, l’album in questione è “The Rise and Fall of Ziggy Sturdust and the Spiders from Mars”.

Cambia look e diventa il padre del rock glam, genere che influenzerà centinaia di band ma soprattutto il modo di pensare di parecchie persone.

Oltre alla sua carriera musicale ha sempre affiancato quella di attore, sebbene con successi più moderati: fra ruoli da protagonista, secondari, cameo o doppiaggi, dal 1967 al 2009 ha partecipato a 27 film. Il successo di Bowie nel cinema non è paragonabile a quello che ha ottenuto nella musica e nessuno dei suoi film ha fatto la storia, i critici tuttavia hanno sempre sottolineato che la sua presenza ha finito per impreziosirli, grazie alle sue apprezzate abilità teatrali e di recitazione.

Come nel film “L’uomo che cadde sulla Terra“, film britannico ispirato a un omonimo romanzo di fantascienza dello scrittore Walter Tevis dove Bowie interpreta la parte di Thomas Jerome Newton, un alieno umanoide che arriva sulla Terra in cerca di acqua, che sul suo pianeta natale scarseggiava. Newton è un alieno freddo e cervellotico eppure viene coinvolto in diverse frivole attività umane come bere alcool o guardare la tv satellitare. Per la sua interpretazione in “L’uomo che cadde sulla Terra”, Bowie ha anche vinto un Saturn Award – un premio cinematografico di fantascienza – come migliore attore protagonista.

Roger Griffin, uno scrittore appassionato di Bowie, ha raccontato che il regista Nicholas Roeg aveva in mente solamente Bowie per il ruolo da protagonista. Probabilmente anche Roeg era rimasto colpito da Ziggy Stardust e dalle sue sembianze quasi extraterrestri.

Nel 1974 esce l’album Diamond Dogs, in cui è palpabile un altro cambiamento nello stile del cantante; sono gli anni in cui la Londra che credeva in un possibile cambiamento negli anni precedenti, cade in uno stato di alienazione, di disillusione e striscia nell’ombra l’amara consapevolezza del decadimento, preparando la strada alla cultura Punk. E sono proprio gli anni in cui David Bowie sforna canzoni come Rebel Rebel, Velvet Underground e Queen Bitch che dedicò a LouReed.

Anticipa ancora una volta i tempi e si trasferisce a Berlino cambiando nuovamente look: non si trucca più e abbandona le paillettes, si tira i capelli indietro e si veste totalmente di bianco, questa sua nuova immagine gli farà guadagnare lo pseudonimo che non si scrollerà più di dosso, quello di Duca Bianco.

A Berlino muove i primi passi verso la musica elettronica, sound che da allora in poi ritroveremo in tutti i suoi brani in quanto l’elettronica è fonte di continue sperimentazioni e permette di creare una musica futuristica, che calza a pennello al quasi veggente Bowie.

Berlino fu proprio la città dove nacque uno degli album più belli del Duca Bianco, parliamo di Heroes che è il brano che dà il titolo all’album e che parla di due ragazzi che si incontrano ai piedi del muro per scambiarsi tenerezze, quel muro che Bowie e il suo fidato amico Brian Eno, con cui produrrà l’album, vedono dalla finestra della loro casa berlinese. Proprio la scena narrata nella canzone, è quella a cui i due assistono e da cui scaturisce una strofa che racchiude l’immenso potere dell’amore:

Io, io posso ricordare, in piedi accanto al Muro. E i fucili spararono sopra le nostre teste e ci baciammo, come se niente potesse accadere e la vergogna era dall’altra parte, oh possiamo batterli, ancora e per sempre. Allora potremmo essere Eroi, anche solo per un giorno“.

Durante gli anni ottanta Bowie si dedica molto di più alla carriera di attore cinematografico e teatrale mentre la produzione discografica si basa per tutto il decennio su un raffinato quanto generico pop, con album che ruotano intorno alla title track strutturata come hit da massiccia trasmissione radiofonica. Ashes to Ashes, Let’s Dance e China Girl, sono solo alcuni dei successi alimentati dai suggestivi video che li accompagnano. Un fenomeno, quello dei video, che Bowie sfrutta nel modo migliore, da artista a tutto tondo quale si è sempre dimostrato.

Negli anni ’90 tornerà al pop e alle sonorità acustiche e avrà tante altri importanti incontri, uno su tutti quello con i Queen, da cui nascerà l’indimenticabile e sempreverde Under Pressure.

L’ultimo album di Bowie, Blackstar, è stato pubblicato il giorno del suo 69° compleanno, avvenuto solo due giorni prima della sua morte. L’album si apre con la lirica “Guarda qui sono in Paradiso” e forse questa frase voleva dare un chiaro indizio che Bowie aveva capito di star perdendo la sua battaglia con il cancro con il quale conviveva da 18 mesi.

La cosa che però ha forse più impressionato tutti, è stato il video di Lazarus che vede lo stesso David Bowie confinato in un letto di ospedale, con delle bende sugli occhi, che librandosi pian piano nell’aria esordisce con “Look at me, I’m in heaven”, come se  quasi sapesse di essere arrivato al capolinea della vita.

Tony Visconti, produttore che da tempo lavorava con Bowie ha detto su un post sul social network Facebook: “Ha fatto Blackstar per noi, il suo regalo d’addio”.

Brian Eno, suo amico di sempre ha invece detto: “Ho ricevuto una sua email sette giorni fa, è stato divertente come sempre e surreale e ha fatto riferimento a tutte le solite cose che abbiamo fatto, ma la sua ultima frase è stata Grazie per i nostri bei tempi, Brian, non farli mai marcire. E si è firmato Alba, mi rendo conto ora che mi stava dicendo addio”.

Numerosi i messaggi di cordoglio del mondo della musica, dall’amico Iggy Pop a Billy Idol, da gli dai Queen agli AC/DC, da Slash ai Foo Fighters e tantissimi altri ancora.

Il gesto più significativo lo ha fatto la catena di negozi di dischi inglese Rough Trade che ha annunciato che tutti i proventi derivanti dalla vendita dei dischi di David Bowie nel mese di gennaio andranno ad un’organizzazione di beneficenza che ha lo scopo di finanziare e sensibilizzare la ricerca sul cancro, la Cancer Research UK.

David Bowie era amato da tutti, il mondo della musica ha subito davvero un grave lutto, anche se siamo sicuri che in realtà il Duca Bianco sia solo tornato sul pianeta dal quale provenne 69 anni fa.

 

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