Claudio, l’immortale. Tre giorni “al centro”, una carriera in 33 brani

L’immortale Claudio Baglioni ha entusiasmato tutti i suoi fan al PalArt di Acireale con 33 brani

©_ANGELO_TRANI

È un clima da “serata fra amici” quello che si respira al PalArt di Acireale per il concerto evento di Claudio Baglioni, con tre date, poi diventate quattro, che faticano ugualmente a contenere l’entusiasmo dei fan.

Il miracolo musicale del ragazzo di borgata, classe 1951, si rinnova a ogni uscita pubblica, con una ritualità mistica simile allo scioglimento del sangue di San Gennaro a Napoli; una fede, più che una semplice passione musicale, che resiste al tempo che passa, al peso degli anni, al vorticoso cambiamento di generi, mode e tendenze che attraversa la musica leggera italiana.

50 anni di carriera, 20 milioni di singoli venduti, 35 milioni di album in Italia, più di 55 milioni di copie vendute in tutto il mondo.

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Una celebrazione che somiglia a tutto, eccetto che a un requiem.

Autobus da tutta l’isola, inflessioni dialettali che si confondono, pacche sulle spalle fra sconosciuti, cinquantenni con la fascetta in testa, mano nella mano con i figli, divertiti ed esterrefatti, ma che conoscono a memoria i pezzi storici del repertorio dell’artista romano.

La liturgia prevede che Claudio non si abbandoni mai. Come nel caso di una coppia palermitana, alla seconda “stazione”, dopo aver vissuto l’esordio del Tour all’Arena di Verona, oggi ad Acireale sfidando la distanza e le previsioni meteo. Felici, divertiti, per nulla preoccupati di riascoltare una scaletta che non può cambiare, considerata la scelta cronologica del “viaggio”.

Per Claudio, solo per Claudio, per rinnovare promesse d’amore consumate ascoltando “E tu” o “Con tutto l’amore che posso”, per riascoltare fino allo sfinimento i suoi pezzi, per “smagnetizzare” la musicassetta di esistenze fatte anche di canzonette, nel senso più nobile del termine, di buoni sentimenti, di amore e di dolore, di rinascita, di speranza.

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I tanti detrattori sorrideranno, ma alla veneranda età di 67 anni il Divo Claudio riempie palazzetti, Arene e probabilmente riempirebbe anche gli Stadi, saltella sul palco per tre ore e quindici minuti, abbassa i toni quando serve, esplode quando si tratta di galvanizzare il pubblico, alzando i decibel mano a mano che dalle canzoni degli esordi la clessidra ripercorre album dopo album la sua storia. E poco importa se i tradizionali acuti durino un po’ meno, perché ogni volta, da navigato frontman, è capace di farli sembrare eterni. Come lui. “Al Centro” non è un concerto, ma un gigantesco spettacolo artistico, un Cirque de Soleil giocato fra ballerini e ballerine, trapezisti, acrobati, equilibristi, diretti da un grande “performer”, prima che da un cantante. Baglioni “voleva essere un grande mago e far meraviglie agli occhi dei presenti”, come recita uno dei suoi brani “recenti” (e recente può essere definito un pezzo del 1990, dall’album “Oltre”, solo perché parliamo di una carriera iniziata nel 1968) più conosciuti dal pubblico: ebbene, ci riesce perfettamente, ad ogni cambio di scena, secondo un filo conduttore della propria memoria, passando con disinvoltura dalla sensuale delicatezza di brani e coreografie soft, come nel caso di “Un po’ di più”, all’energia inarrestabile di “Io sono qui”, “Le vie dei colori” e “Noi no”.

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Canta il pubblico, che conosce ogni brano a memoria, accompagnando il mattatore, che a febbraio calcherà nuovamente il palco sanremese, quasi a volerne allungare la resistenza vocale, già straordinaria dopo un vita passata fra virtuosismi e assalti frontali alle corde vocali. I grandi esperti di musica, quelli che misurano il valore artistico esclusivamente partendo dai propri parametri di gusto, storceranno il naso di fronte a quelle che potranno sembrare “solo canzonette”; anche loro, però, non potranno non rendere merito a un personaggio capace di sgomitare negli anni ‘70 fra mostri sacri del cantautorato italiano, musica impegnata, politica e note, senza mai voler sembrare un maestrino o un incantatore di serpenti, cantando semplicemente se stesso e i sentimenti di milioni di italiani; non potranno non rendere merito alla sua capacità di reinventarsi, di studiare, di restare un animale da palcoscenico, mentre sulla scena irrompevano i Lorenzo Cherubini, altri cantori di amori impossibili, fino alle nuove leve, lontane anni luce dall’universo baglioniano.

Piaccia o non piaccia, Claudio è lì, amato e coccolato dal proprio pubblico, senza neppure la necessità di fondare un partito politico per riempire un palazzetto o attacchi di senilità da predicatore nel deserto. Un viaggiatore sulla coda del tempo. Un tempo infinito, o forse no.

Eppure, a ogni concerto, riesce a convincerci che la vita è adesso.

Chissà per quanto tempo ancora.

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