Ciclismo: la Vuelta che ti aspetti

A pochi mesi dall’inizio è stato presentato il Giro di Spagna, in programma dal 20 agosto all’11 settembre

Lo stile Vuelta si conferma e si consolida con il profilo dell’edizione 2016. La corsa spagnola, che si disputerà dal prossimo 20 agosto al 11 di settembre, si snoderà dalla Galizia a Madrid in ventuno frazioni per complessivi 3277 km. Gli organizzatori, sul perfetto solco delle ultime edizioni, propongono un tracciato irto di arrivi in salita, se ne contano mi pare dieci, tanti dei quali al culmine di rampe durissime non particolarmente lunghe, oppure in cima a salite isolate. Poche le tappe con tante montagne vere in sequenza; solo tre le frazioni intorno ai duecento chilometri; non tante le opportunità per i velocisti puri; due le tappe a cronometro, una a squadre, l’altra individuale. 

Si diceva della caratteristica ormai ricorrente che da diverse edizioni caratterizza la corsa spagnola. Già dalla terza tappa assisteremo ad un arrivo durissimo alla Subida al Mirador de Ezaro, una rampa di garage di 2 km al 14 % di pendenza media. Tipologia che vedremo riproposta diverse altre volte, per esempio nella 11^ frazione con l’arrivo a Pena Cabarga, 6 km al 9,5%, e nella 17^ all’ Alto Mas de la Costa, 4 km al 12%, senza tralasciare l’ arrivo della nona frazione sul classico colle di Oviedo, l’Alto del Naranco. Altri arrivi in salita li troveremo anche nella 4^ tappa sul Mirador Vixia de Herberia, nella 8^ a La Camperona, nella 10^ ai Laghi di Covadonga, nella 14^ sull’Aubisque, nella 15^ a Formigal, nella 20^ all’Alto de Aitana. Eppure malgrado tutti questi arrivi in salita, appare chiara la precisa volontà del disegnatore di cercare di garantire lo spettacolo salvaguardando l’equilibrio, tralasciando deliberatamente l’idea di esaltare le doti migliori degli uomini di fondo che dovrebbe essere il fine dei tracciati dei GT.

Anche in questa edizione infatti, in mezzo a tante frazioni dall’arrivo prevedibilmente scoppiettante, troveremo soltanto la frazione pirenaica con Il Pierre San Martin, il Marie Blanque e l’arrivo sull‘Aubisque, salite vere e lunghe in sequenza, dove è possibile mettere in mostra qualità di fondo e resistenza ed in definitiva fare grandi differenze. La visibilità delle corse, direi eccessiva ed a volte totale, cerca a tutti i costi il connubio, ritenuto evidentemente indispensabile, rappresentato dallo spettacolo e dall’equilibrio. Questa spasmodica ricerca passa avanti ad ogni cosa, purtroppo anche all’aureola di epicità di cui questa disciplina ha sempre goduto, dovuta in gran parte ai racconti leggendari e fantasiosi di un tempo neanche tanto lontano, che hanno fatto la fortuna del ciclismo stregando migliaia e migliaia di appassionati. Oggi la carta stampata ha lasciato buona parte del proprio spazio alle immagini, l’inflazione di quest’ultime, però, non deve essere la causa dello stravolgimento tecnico delle corse. Invece il cambio di rotta scelto proprio dagli spagnoli comincia a far breccia anche fra i colleghi che si occupano del Tour e del Giro che ancora resistono su tracciati dal sapore più romantico.

Speriamo che questi ultimi sappiano resistere, anzi mi auguro che il trend “spagnolo” cambi in modo che la Vuelta, già baciata dalla collocazione nel calendario, faccia un ulteriore salto di qualità presentando percorsi adeguati al parterre sempre di più di primo livello. Per suffragare quanto sostenuto invito tutti a pensare per un attimo a cosa sarebbe stata l’ultima edizione senza la tappa pirenaica di Cortals d’Encamp o senza la frazione disputata nella Sierra Madrilena che ha consegnato la vittoria finale ad Aru. Tappe dove le emozioni sono sublimate a livelli inimmaginabili dal gusto duraturo. Ciò è stato possibile perché i protagonisti sono stati chiamati a recitare su spartiti importanti, impegnativi e vari e non sempre solo su un unico atto finale senza appello.

Chiosa finale (forse) legata al campanile: anche nel sud della Spagna la Vuelta la vedranno solo in tv.

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