Ebola. Ciao, come stai? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Pulvirenti, guarito dall’Ebola

Dalla malattia al trasporto in Italia. Ecco cosa ci ha detto il medico siciliano conosciuto in tutta Italia dopo aver contratto l’Ebola: Fabrizio Benedetto Pulvirenti.  

“Come stai?”, una domanda più che azzeccata se ti trovi davanti Fabrizio Benedetto Pulvirenti. Il medico che è diventato drammaticamente  famoso in tutta Europa per aver contratto l’Ebola mentre da volontario fronteggiava l’epidemia che ha devastato tutto il continente africano e per essere riuscito a averla vinta sul virus nel migliore dei modi. Dopo un decorso altalenante che a più riprese aveva fatto temere il peggio.
Ed è altrettanto splendido sentirsi rispondere con un “Benissimo” e con un sorriso a trecentosessanta gradi.

Abbiamo intervistato per Globus Magazine il professionista proprio nel momento in cui stava per entrare nell’Aula Magna del Palazzo Centrale dove si svolgeva un convegno del Lions International Distretto 108 YB – Sicilia (IV e V Circoscrizione) sull’immigrazione. Lo abbiamo sentito per avere di persona qualche particolare circa la sua vicenda  fortunatamente conclusasi a lieto fine. ”Mi è rimasta – sottolinea – soltanto un’astenia neuromuscolare che per altro fa parte del “copione” clinico della malattia perché da correlare  con il lungo allettamento e con la disidratazione che risulta essere  una delle più temibili conseguenze da infezione da virus Ebola”.

Ma basterà sicuramente il ciclo di fisioterapia cui sto già sottoponendomi per debellare tale  unico residuo  disturbo”.

E poi? Quale il tuo programma immediato?

”Il 2 di febbraio tornerò a svolgere il mio ruolo di infettivologo all’ospedale di Enna: l’ho già comunicato all’azienda del nosocomio. Poi, dopo qualche mese ritornerò nella Sierra Leone per riprendere la mia attività di volontariato: quella gente, infatti, ha estremo bisogno di un aiuto sanitario oltre che della più larga e concreta solidarietà”.

Saranno in molti a considerare tale ammirevolissima pervicacia una vera e propria ‘follia’. Soprattutto la tua famiglia, i colleghi.…

Per comprendere i motivi dello slancio che anima i componenti di “Emergency” e che s’identifica come dici tu in una follia occorre constatare come in quel teatro di guerra eterna si cerca disperatamente di sopravvivere con un’enorme moltitudine di profughi e di sfollati,  tristi e impauriti, con tanti figli da sfamare, da accudire e da curare, e per di più, con  l’incubo di contrarre da un momento all’altro l’Ebola per poi morirne. Non basta accogliere  i migranti  che giungono nelle nostre coste con tutto il calore possibile. E’ indifferibile anche un ausilio di carattere sanitario  da prestare nel loro territorio flagellato appunto da epidemie: con il supporto dei servizi sociali. Comunque né i miei familiari né i miei colleghi tentano di dissuadermi“.

A proposito di contagi, sino a qual punto è giustificabile il timore di ricavare una tale evenienza dai migranti  in Sicilia?

La probabilità d’importazione di casi nel nostro Paese è molto bassa, tuttavia è necessario che la capacità di risposta del Servizio sanitario nazionale sia implementata per una corretta e tempestiva individuazione e gestione degli stessi. Comunque è tutt’altro da escludere  che a beccarsi l’infezione sia un soggetto di estrazione sociale ben più alta”.

In un soggetto che ha già contratto il virus è più remoto il rischio di  una recidiva. Oppure no?

Sicuramente  il mio organismo ha posto in essere gli anticorpi del caso. Ma non è possibile quantificarne con esattezza la presenza e la permanenza”.

Tu vanti di essere “catanese” puro sangue. Dove e quando hai  maturato la specializzazione e l’esperienza di infettivologo?

Sono cresciuto professionalmente nella scuola del prof. Antonino Nunnari e ho avuto (e ho) colleghi molti validi  tra i quali il prof. Pietro Di Gregorio, che è stato mio primario. Poi ho vinto il concorso a Enna, infatti, io dipendo a tutt’oggi da quell’ospedale”.

Quando e come ti sei accorto di aver contratto la malattia?

Il primo sospetto è giunto quando sono stato colto da febbre alta, seguita dai segnali classici dell’Ebola come il vomito incoercibile e la diarrea. Era domenica, subito è stato avviato l’iter diagnostico in un attrezzatissimo laboratorio d’analisi. Dopo sei ore è giunta la tremenda diagnosi, che ha imposto la complessa trafila terapeutica nel corso della quale sono stato in dubbio se restare e affrontare la situazione  oppure  chiedere il trasferimento in Italia, anche per poter  evitare disagi ai miei familiari in caso di esito infausto. E’ prevalsa tale ultima determinazione in tal modo è stata organizzata un’ unità di crisi che è culminata appunto con il viaggio verso il nostro Paese”.

Paura?

L’essere medico, in casi come questo, incide notevolmente sulla preoccupazione e sul realismo: ambedue  elementi questi che sono notevolmente cresciuti nel mio animo quando mi accorsi del progressivo aggravamento delle condizioni generali, soprattutto, dinnanzi alla comparsa dell’insufficienza multiorgano (sia renale che respiratoria) con l’aggiunta della disidratazione e  comparsa di un esantema del tutto simile a quello del morbillo. Ma, fortunatamente, il cocktail farmacologico propinatomi a tutto spiano dai colleghi dello Spallanzani ha avuto la meglio sul male e eccomi qui: a ribadire che l’Ebola non rappresenta automaticamente sentenza di morte”.

                                                                                                                             

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