Carmen Consoli e “L’abitudine di tornare”: cronaca verista del XXI secolo

A cinque anni dall’album “Elettra”, la cantantessa torna con una piccola perla di 10 tracce inedite a fotografia di un’Italia ferita

 

E’ trascorso un po’ di tempo dal precedente album (“Elettra”, 2009) e, dopo cinque anni di assenza dalle scene, la cantantessa catanese Carmen Consoli presenta nella sua città “L’abitudine di tornare”, nuova fatica discografica che consta di 10 inediti (il numero perfetto) con etichetta Universal Music. Un’attesa interminabile per i fans o, come preferisce definirli lei in mondo vintage, “ammiratori”. Per Carmen sono stati cinque anni alla scoperta di quella “straordinaria normalità” che caratterizza la quotidianità della gente comune, lontana dai riflettori, dallo showbiz. Nonostante la gravidanza e la nascita del piccolo Carlo Giuseppe, la cantautrice non è rimasta lontana dal suo grande amore: la musica. Poi, l’ispirazione è stata improvvisa e l’album scritto in due mesi d’estate. Inconfondibile il suo timbro vocale, l’imperturbata eleganza e la singolarissima originalità. A quasi vent’anni dal quel Sanremo ’96, dove esordì nella categoria giovani con “Amore di plastica”, che ha dato il la ad una carriera costellata di premi e record, la Consoli torna con il consueto stile, fresco e vibrante. Racconta in musica e parole cinque anni vissuti nella normalità.

Un album nel quale, con un approccio dichiaratamente cronachistico, ritrae lo spaccato di un’Italia ferita, afflitta e logorata dalla crisi. Economica e di valori. Carmen ha vissuto a pieno questi anni tra la sua gente, tra gli elementi di quella società che non sa più come esprimere il proprio malessere. Una società, spesso, malata. Il suo ultimo lavoro può essere paragonato a un quadro, a una fotografia, a un’istantanea. Un profondo, e più maturo, sguardo alla realtà, tuttavia privo di giudizi. Senza il minimo accenno alla retorica, nella quale sarebbe fin troppo facile scadere. Un lavoro arguto, ardito, graffiante e polemico. Vengono narrati i drammi del nostro tempo: traendo spunto da storiche cantilene e nenie, una macabra conta di quelle vittime di femminicidio al cui ricordo fin troppe scarpette rosse sono state poste nelle nostre piazze (“La signora del quinto piano”); la spettacolarizzazione massmediatica nei disperati sbarchi dei migranti sulle coste siciliane (“La notte più lunga”); l’omertà e l’impotenza di una Palermo indignata  e inerme di fronte alle giovani vite spezzate (“Esercito Silente”); la disoccupazione che attanaglia e strazia la dignità di intere famiglie di lavoratori (“E forse un giorno...”).

Tanta denuncia sociale e crudo verismo. E uno Stato assente e intriso di burocrazia e formalità. Per poi passare ai drammi privati: il primo singolo che dà il titolo all’album è la storia di un amore fedifrago, raccontata dal punto di vista di vista dell’amante. Così come “Ottobre” narra della realtà adolescenziale di un amore omosessuale.

Insomma, cronache da quotidiani e telegiornali, ma anche un angolo di romanticismo con parabole e ballate d’amore (“San Valentino” e “Oceani Deserti”) e l’idilliaco incantesimo con l’arrivo di una nuova vita (“Questa piccola magia”). Ma “L’abitudine di tornare” è il connubio di poesia, ironia (straordinario strumento narrativo) e un pizzico di spiritualità: uniche vie d’uscita e di fuga dalla triste realtà che ci circonda. Un inno e un invito alla speranza, al coraggio, alla voglia di riscatto, alla ricerca di libertà, a seguire le proprie passioni e inclinazioni, ad affermare le proprie scelte. Soltanto opponendosi a paradigmi, convenzioni, stereotipi dettati dalla società, si può apprezzare la bellezza dell’esistenza umana. Il sottile sarcasmo e l’umorismo sono armi efficaci e potentissime. Vent’anni di carriera per la Consoli, ma la sincerità artistica e sul piano umano è la stessa di sempre.

Carmen sfrutta un bagaglio di tematiche non indifferente, al quale accosta uno stile tra pop, rock e folk, contrassegnato da un pizzico di elettronica. Una “sonorità delle origini” e testi di pregio impreziosiscono il tutto. Carmen Consoli confeziona un buon prodotto - d’altri tempi, azzarderei dire - vera perla nel panorama di una musica scadente e sempre più votata al commerciale. Per Carmen tornare sarà forse un’abitudine, ma non una necessità: canta solo se ha qualcosa da dire e non si pone scadenze discografiche.

Dagli scalini del “Gatto Blu” è stata protagonista di una presentazione alla stampa in cui è la musica a parlare: ben sette i brani dell’album eseguiti in live e arrangiati con chitarra acustica. Un’atmosfera ben diversa da quella che la vedrà nei palasport di tutt’Italia con il suo tour di Aprile, che si concluderà proprio ad Acireale.

Insomma, la cantantessa è tornata!

Ecco la nostra intervista su Globus Magazine

Come trovi la tua città? Come pensi si sia evoluta Catania?

Vivo in questa città, potete incontrarmi mentre porto il cane alla villa o faccio una passeggiata con mio figlio. Amo assai profondamente Catania, sebbene sia un po’ cambiata l’energia rispetto ai miei anni ’90. Ma voi siete giovani (ride, ndr)! Quelli erano anni brillanti: tantissimi locali in cui poter suonare e proporre un repertorio ardito (Janis Joplin, Big Brother and the Holding Company, Jimi Hendrix). Insomma il blues, il rock... Ricordo di un pubblico che tornava, la forza della musica che aggregava. Una città sognante, che guardava in prospettiva. Oggi in declino, forse anche a causa alla crisi che sta attraversando il nostro Paese. Ma per fortuna, noi siciliani abbiamo il potere dell’ironia: “davanti u carrettu e darreri ‘a tragedia”. Con le nostre battute siamo capaci di cogliere il lato comico della situazione, senza dimenticare che spesso reca un significato drammatico più profondo. E’ una Catania un po’ sottotono rispetto a quella che veniva definita la Seattle d’Italia. Quella dove i R.E.M. venivano a suonare unica data in Europa, quella che riempiva i palazzetti dello sport con Shellac, Steve Albini. Incontrando i giovani, che oggi mi danno del “lei”, vedo nei loro occhi grande profondità, il desiderio di vivere qui e quasi il terrore all’idea di andare altrove. Del resto, noi siamo abituati alla crisi... ma sappiamo ‘darci verso’ ”.

Come hai vissuto la musica in questi cinque anni?

Sono uscita dalle scene, ma ciò non vuol dire che non abbia fatto musica. Ho suonato insieme con gli amici di sempre, ci siamo confrontati e abbiamo ricreato il laboratorio catanese. Abbiamo fatto musica sebbene, oggi, non convenga sotto tutti i punti di vista. Ci siamo rimboccati le maniche, continuando a sognare. Ho ascoltato provini di giovani ragazzi: insieme ai miei genitori ho fondato una piccola etichetta discografica che prova a dare una mano ai talenti della nostra terra”.

Come credi stia agendo l’attuale amministrazione?

“Di politica non capisco nulla. Nel caso dell’attuale amministrazione, ammetto di essere un po’ di parte. Credo che, come quando si facciano lavori alle fondamenta di un’antica casa, questi sono quasi invisibili ma poi il risultato si vede con le rifiniture. Forse per tenere le mura di questa città è necessario incatenarle ma questo richiede tempo. Sono convita che bisogna guardare al presente e non al passato, per cominciare a rammendare. E questo spetta a noi, più o meno giovani. Senza “ u lamentu”. Inoltre, mi auguro non ci siano più tante distanze: più di due ore per arrivare a Palermo? Impiego meno ad arrivare a Napoli... Un messaggio pansiculo, per annullare le distanze tra questi fatidici 200km. Del resto, da siciliana, ho il diritto di sentirmi anche un po’ palermitana. Avverto molto l’influenza del capoluogo. E poi l’amicizia con Emma Dante, l’amore per il dialetto, i Cuticchio. Una città che sento molto vicina. Non voglio abbattere alcun tipo di barriera se non le distanze”.

 Per te si è trattato di un periodo particolare: prima la nascita del piccolo Carlo Giuseppe e adesso “L’abitudine di tornare”. Data la gestazione di questo nuovo album, come un secondo figlio... Come vivi la tua maternità e la tua quotidianità?

 “Oggi sono uscita di casa dicendo a mio figlio, secondo una “grammatica” rigorosamente siciliana: “Amore di mamma, sto tornando!”. Sinceramente la smania di stare sulle scene non mi è propria. Ho una famiglia che non mi ha mai fatto mancare nulla. Essere famosi implica un livello di notorietà: locale, nazionale, internazionale. In questi anni, ho vissuto una notorietà di “quartiere”. Spero che mio figlio non veda sua madre come una che fa qualcosa per cui viene riconosciuta in strada dalla gente. Vorrei semplicemente sapesse che faccio qualcosa in cui credo fortemente. Cercherò di tenerlo lontano dalle scene il più possibile. Oramai, devo dire, cammino tranquillamente e nessuno mi chiede l’autografo: mi trascurano abbastanza (ride, ndr). Ho superato i 40 e, con il mio tipo di pubblico, viene meno anche il fanatismo tipico dei teenager. Mi posso permettere di andare alla fiera, dal signor Orazio “du pisci”. Una vita tranquilla, nella mia città. Probabilmente mio figlio non sarà fan della mia musica e chissà dove mi chiederà di essere accompagnato: ai concerti di Nesli, Emma, Dolcenera o chissà... Magari si vergognerà della mia musica. Considerando il tipo di carriera che fanno le donne in Italia, a 50anni, mi potrei ritrovare a presentare “Il prezzo è giusto”, a partecipare all’Isola dei famosi, a fare un Best Of”.

 Tu di “gavetta” ne hai fatta parecchia... Cosa pensi delle giovani icone sfornate dai talent?

“Oggi i giovani artisti che partecipano ai talent vengono catapultati nel mondo della musica. Ai miei tempi con la gavetta si poteva ottenere qualcosa, per avere alla fine un certo riscontro. C’erano i locali, potevi crescere poco a poco: un giorno 20 spettatori, il giorno dopo 40 e via dicendo. Oggi la maggior parte dei locali hanno chiuso. Se io avessi dovuto esordire oggi avrei provato con i talent, ma sarei andata con la mia musica. Ogni epoca presenta i propri fenomeni e le proprie caratteristiche. Purtroppo, non tutti hanno la possibilità di entrare in questi circuiti ridotti ma è impossibile negare la bravura di chi vi partecipa. La cosa più difficile, però, non è tanto raggiungere il successo (già di per se un participio passato), quanto saperlo mantenere, coltivandolo per poter raccogliere i frutti nel tempo. E’ questa l’unica vera controindicazione dei talent: riuscire a coltivare la propria carriera, cogliendone i frutti anche a distanza di anni. Nel ’94 Francesco Virlinzi mi disse che mi avrebbe prodotto il pezzo, ma mi invitò a cercare un altro lavoro, avvisandomi che avrei cominciato a vivere di musica soltanto dieci anni dopo. Ma le cose andarono un po’ meglio rispetto alle aspettative... Non vorrei che bravi artisti vengano “bruciati” per mancanza di programmazione; sfruttati per un successo effimero. I social sono l’esemplificazione dell’istantaneità, anche del pensiero. Il diritto a prendersi il tempo per pensare è svanito. Una volta “si contava fino a 10” prima di parlare...”

 A cosa attribuisci la crisi che sta attraversando il nostro Paese?

Nell’Italia degli ultimi vent’anni è stata sacrificata la cultura. Quelli del cinema e della musica sono stati definiti come “parassiti”. Andrebbe fatto un lavoro di base, a partire dalla scuola. Non deve essere un uomo, un Presidente del Consiglio o della Repubblica, a guidare la nave. Deve essere il popolo a farlo, ma prima servono i punti di riferimento, gli strumenti per la navigazione... In realtà non è che gli altri Paesi non abbiano problemi. Noi siamo professionisti a piangerci addosso, come se gli altri fossero sempre più bravi di noi. Altrove, nonostante i problemi, riescono ad andare avanti”.

Per il music video hai scelto di ispirarti a “Il mago di Oz”. A cosa si deve questa scelta?

C’è sempre il dolore nella vita di ogni persona. Dobbiamo affrontare problemi quotidiani: la malattia, la morte, la crisi, la mafia, la delinquenza. Un tempo, persino l’omosessualità era avvertita come un dramma e non come una diversità. Noi dobbiamo fare qualcosa. Il mago di Oz simboleggia l’azione, ma ci vuole tempo per percorrere la strada. E nel frattempo hai bisogno di cuore, di coraggio e della ragione (il leone, l’uomo di latta e lo spaventapasseri, per l’appunto). Dorothy non abbandona il sogno di tornare a casa, supera sfide e ostacoli. Realizza un sogno, non senza prima aver percorso quel sentiero dorato che è la vita. Non va dimenticato il dolore ma è necessario trasformarlo. Occorre uno sforzo ma soprattutto pazienza. Oggi non c’è tempo per trasformare le cose. Il mio rimedio è il tempo, per godersi la bellezza delle cose. Gli ingredienti segreti per un buon prodotto: qualità, stagionatura e comunicazione”.

Auguriamo il meglio a Carmen Consoli, nella più viva speranza possa realizzare i propri sogni lungo “il sentiero dorato”.

 

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