Calcio Catania: niente credenti, solo “pagani”. E adesso…

Terza sconfitta consecutiva, fattori come identità e personalità che latitano e gruppo evidentemente scollato. Il Catania si sta smarrendo, in attesa di un “segno divino”.

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Fischio finale. Cala il sipario, il Catania è sconfitto. Ancora. Tre stop consecutivi che certificano il momento di totale confusione vissuto dalla formazione etnea. Cambi tecnici, modifiche tattiche, scelta d’interpreti differenti: tutte strade percorse senza mai trovare la soluzione dell’enigma. Quest’ultimo cominciato all'”Esseneto” di Agrigento ed ancora irrisolto. Una vittoria nelle ultime sei partite, la miseria di quattro punti conquistati, con lo stesso numero di gol realizzati e ben otto subiti. Arrivederci alla tanto celebrata solidità difensiva di un tempo, l’ “anarchia” regna sovrana. Anarchia tattica, anarchia psicologica, anarchia di risultati e di classifica. Dietro l’angolo la paura. Il timore di non farcela, di non raggiungere il famigerato piazzamento playoff, obiettivo minimo di una squadra dall’organico spaventosamente forte, ma al momento dodicesimo in classifica. I fantasmi di una nuova stagione fallimentare sotto il profilo sportivo. Ai miracoli finora compiuti da Lo Monaco & Co. fuori dal campo non sono seguiti passi in avanti concreti a livello meramente calcistico. Il quadro è semi-deprimente: il Catania non c’è più, a Pagani ha smarrito l’ultimo nugolo di “credenti” al suo seguito. Nessuno più crede nel potenziale salto di qualità, spetta ai giocatori reagire.

Già, i giocatori. Unici protagonisti di un’annata difficilmente spiegabile, ai limiti del paradossale. Tasso tecnico superiore, potenziale da vera e propria “corazzata Potëmkin”, cacciatorpediniere pronto ad aggredire, distruggere, fare a fette la concorrenza. Giocatori che, però, assemblati sono apparsi pulcini smarriti e bagnati dalla fitta pioggia degli episodi, incapaci di reagire. Un gruppo a volte apparentemente scollato, senza la giusta coesione e grinta, fattori intangibili e fondamentali in campionati così tortuosi. Si veda il gol di ieri di Di Grazia: rete importante, che consegnava al Catania il momentaneo pareggio, possibile svolta di una gara fondamentale, da poter ancora vincere. Nessuno che esulta, che fa gruppo, che si avvolge a vicenda. Encefalogramma delle emozioni piatto. Che poi, a dir la verità, nei dieci minuti successivi alla suddetta rete, il Catania di occasioni per portarsi in vantaggio ne ha avute parecchie, almeno due nitide. Ma sono considerazioni che non fanno altro che far aumentare a dismisura la rabbia. 15′ di un Catania accettabile stavano per bastare per la conquista dei tre punti, sinonimo delle potenzialità infinite di una squadra nemmeno lontanamente consapevole della propria forza.

Melfi, Lecce, Paganese. Tre avversarie, tre sconfitte. I punti in classifica che restano 39, la zona play-off che, per grazia divina, resta ancora lì, ampiamente raggiungibile, a solo una lunghezza di distanza. Ma guardare ai numeri, alle percentuali di successo, lascia il tempo che trova. Il Catania deve, prima di tutto, guardarsi dentro, scavare affondo, capire i motivi di questo andamento ai limiti del credibile, specie dopo le premesse di gennaio. Che ci siano dei limiti strutturali, soprattutto sul piano mentale, pare evidente. Così come evidente è che la scelta di separarsi da Rigoli sia stata un errore. Certo, col senno di poi è facile, però una qual certa dose di rammarico è più che legittima. Se poi all’addio di Rigoli sono seguite le misteriose dimissioni di Petrone, che hanno condotto, a loro volta, alla nomina di Giovanni Pulvirenti a tecnico della Prima Squadra, il “pasticciaccio” è presto detto. Non per le capacità di Pulvirenti, che restano indubbie, ma per i continui scossoni che hanno alterato il già labile e delicato stato mentale della squadra.

Dopo la debacle di Pagani, occorre mettere un punto. Otto partite, rush finale, obiettivo ancora raggiungibile, a patto che si cominci a correre. Il Foggia, la capolista lanciata verso la serie B, all’orizzonte. Guai ad aver paura, guai a cadere ancora. Il panorama è già abbastanza tetro e “più buio di mezzanotte non può fare”, anche se le falde dell’Etna sono sinistramente avvolte dalle più oscure tenebre.

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