Bentornato, caro vinile!

La Federazione Industria Musicale Italiana registra che nel 2013  è stata certificata una crescita del 6% rispetto alle vendite del vinile dell’anno precedente. Nel 2014, invece, c’è un picco del +14% di vendite nel primo trimestre

In un’epoca dove il digitale ha annientato l’analogico e le case discografiche sono in crisi nera, complice l’avvento di Internet, ma anche uno scellerato appiattimento delle major nel cercare nuove proposte fuori dal vortice dei talent show, giunge come un bagliore di speranza il ritorno prepotente del vinile. Non più solo oggetto di culto o feticcio per nostalgici, altrimenti non si spiegherebbero dati in perenne crescita. Secondo la F.I.M.I. (Federazione Industria Musicale Italiana) nel 2013 in Italia è stata certificata una crescita del 6% rispetto alle vendite dell’anno precedente. Il 2014 garantisce ulteriore linfa, considerando il +14% di vendite nel primo trimestre. L’Italia sembra seguire un trend avviato in giro per il mondo, dove certi picchi di vendite del vinile non si toccavano dal lontano 1995.
Numeri e fredde statistiche non possono però spiegare questo incremento costante, un tuffo nel passato che riecheggia dolce nelle orecchie degli assidui ascoltatori di musica. Quali sono state le cause scatenanti di questa crescita?
Innanzitutto hanno avuto un peso tangibile molte iniziative nate per la riscoperta del caro vecchio LP. In primis il Record Store Day: la giornata che, ogni Aprile dal 2007, rappresenta la celebrazione mondiale del vinile. Hanno aderito i principali negozi di dischi, o per lo meno quelli che ancora resistono stoicamente di fronte al crollo del mercato discografico. Gli stessi artisti hanno carpito questo riflusso storico, stampando copie limitate in vinile dei propri lavori. Questo ha permesso ad una nuova generazione di appropriarsi di un rito ormai perduto, apprezzando l’oggetto fisico, il suono naturale e vissuto, il romantico rumore della puntina del giradischi. La musica vissuta come un collegamento diritto con le vene, in un’apoteosi di suoni caldi e avvolgenti.
Un ruolo fondamentale lo mantengono tutt’ora i puri collezionisti, fino ad alimentare aste selvagge in giro per il mondo.

La palma di vinile più costoso della storia spetta a “Double Fantasy” di John Lennon e Yoko Ono, considerando che la copia firmata da Lennon al suo assassino Chapman, con presenti le impronte digitali insanguinate, è stata acquistata nel 2003 per 525.000 dollari. Se torniamo ai giorni nostri possiamo stilare la lista dei vinili più venduti fino ad ora nel 2014, dove risultano in testa gli Arctic Monkeys con il loro album “AM”, seguiti dagli ultimi lavori dei Mogwai e di Bruce Springsteen.
La rinascita del vinile rappresenta così una scossa per l’impolverato mondo discografico, nonché un amarcord che suona come una ribellione nei confronti di una realtà musicale sempre più virtuale e meno reale. Un ritorno alla sensorialità primordiale, tentando di soverchiare il dominio di un mondo pixellato, dove l’orecchio sembra  apparire sempre più come un accessorio secondario e la musica è nascosta dietro uno schermo.
L’augurio è quello di vedere aumentare ancor di più le cifre collegate alla divulgazione del vinile.

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