Al Teatro Verga di Catania: Aspettando Godot

Aspettando Godot: manifesto dell’esistenza, filo della speranza al teatro Verga di Catania con l’apprezzata, ironica regia di Scaparro “creature deboli e immortali nel jouer teatrale”

Aspettando Godot (titolo originale En Attendant Godot, inglese Waiting for Godot) di Samuel Beckett, pioniere del “Teatro dell’assurdo”, uno dei più importanti testi del Novecento, adatto ad ogni epoca – qui sta la sua grandiosità -, è stato ospite per la stagione 2014/ 2015 del Teatro Stabile di Catania, diretto da Giuseppe Dipasquale per l’accurata regia di Maurizio Scaparro e un cast di bravi interpreti. Dramma costruito intorno alla condizione dell’attesa, dell’assurdità apparente, della non soluzione, specchio della condizione umana e incomunicabilità sociale che ci circonda, è stato scritto verso la fine degli anni Quaranta e pubblicato in lingua francese nel 1952, dopo la seconda guerra mondiale, in epoca post-atomica.

La prima rappresentazione si tenne a Parigi nel 1953 al Théâtre de Babylone sotto la regia di Roger Blin e nel 1954 l’autore, nato a Dublino premio Nobel per la letteratura, tradusse l’opera in inglese: storia di qualcuno che alla fine non arriva ed è la prima trovata scandalosa del capolavoro beckettiano: il protagonista è assente. Scenografia minima, solo un albero, dietro ai due personaggi che duettano tra riso e dolore, e regola la concezione temporale attraverso la caduta delle foglie che indica il passare dei giorni;  uno sfondo luminoso che guarda il cielo splendido per poi impallidire attraverso un velo di calma apparente che va incontro alla notte che galoppa.

Sulla scia dei suoi ripetuti successi, Scaparro matura il suo allestimento: Godot mediterraneo umano con una chiave di lettura che gioca tra magia, oniricità ed attualità, continuando con sensibilità la provocazione culturale: “Quest’opera mi colpisce anzitutto per le sue radici collegate alla millenaria e senza confini Cultura Europea, che noi stiamo colpevolmente dimenticando”.

Mi piace ricordare – aggiunge il regista, sottolineando la dimensione europea del suo autore – che per più di cinquanta anni l’irlandese aveva vissuto nel quartiere operaio di Montparnasse (e dal ‘40 al ‘45 ha avuto un ruolo attivo nella resistenza francese). I suoi compagni d’avventura in quel periodo erano stati, tra gli altri, anzitutto James Joyce, (l’ironia del linguaggio nasce anche da questo incontro), Giacometti e Buster Keaton».

Vivian Mercier  scrisse sull’Irish Times nel 1956: “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte“. L’assurdo di Ionesco, di Adamov, di Genet, di Pinter, gli altri esponenti di questo genere, è totalmente diverso. Nelle opere più note di Ionesco, ad esempio, troviamo pompieri che fanno irruzione in case tranquille o rinoceronti impazziti. Qui l’assurdo è sinonimo di surreale. In Aspettando Godot invece è tutto terribilmente reale e al tempo stesso meta-reale. Perché se La cantatrice calva di Ionesco mette nel mirino la società borghese occidentale, il Godot di Beckett mette nel mirino l’Uomo al di là di qualunque connotazione politica, sociale, geografica e storica. In Godot si è cercato di vedere un simbolo: Dio (il più spesso citato), il destino, la morte, la fortuna, infatti in Inglese God vuol dire Dio, mentre “dot” si traduce con “punto“. Quindi qualcuno ha ipotizzato che Beckett abbia in questo modo lasciato un’interpretazione sull’identità di Godot. Pozzo e Lucky sono stati oggetto di tentativi di decifrazione (il capitalista e l’intellettuale), la grandiosità del testo sta proprio nella sua astrattezza, o meglio nella sua totale apertura: il che non significa che chiunque è libero di vedere in Godot quello che meglio crede. L’idea dell’attesa è quella intorno a cui ruota anche l’analisi compiuta da Annamaria Cascetta nel suo studio sulla drammaturgia di Beckett: “Quel che si deve fare è ‘passer le temps’: l’espressione, ripetuta più volte, assume il rilievo di una chiave: passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo“. E a sostegno elenca una circostanziata serie di riferimenti biblici: la Bibbia aiuta a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo.  

Scaparro è riuscito a decontestualizzare la narrazione visuale ma surreale e fantastica per trasfigurare l’onirico in meta-reale per acquisire un valore socio-umano. Il testo è attraversato da comica vitalità che ci spinge a fare i conti con lo smarrimento in cui siamo precipitati ma c’è in noi la pulsione primitiva ancestrale del desiderio, della luce, della speranza. Così la pièce ci spinge a meditare sul tempo e  sulla morte e l’attesa come vuoto presente da riempire la nostra società fragile. Un paesaggio attuale e senza tempo, un dialogo sospeso tra ricordi e fantasie bugiarde.

Godot è un fine, stabilire che sia Dio o la morte non ha importanza. È un plusvalore reso abile all’attesa e dà meccanicità all’azione dei protagonisti tra illusione, fede in qualcosa e dà fiducia ai giovani presenti degli Istituti “Lucia Mangano“ e “Marconi” di Catania, riscuotendo lunghi applausi e pieno di tanti simboli. Godot riallaccia il legame con la nuova generazione, e l’alunna Ilenia Scalia evidenzia “molto divertente, la magia del teatro mi coinvolge”. Un plauso ai docenti che hanno collaborato Mariolina Geraci, Giuseppa Gliozzo, Annamaria  Garro e Maria  Cristaudo.

Aspettando Godot di Samuel Beckett :

Regia Maurizio Scaparro con  Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo, Enrico Bonavera e con Michele Degirolamo. Scene Francesco Bottai. Costumi Lorenzo Cutùli. Disegno luci Salvo Manganaro.  

Produzione Teatro Carcano di Milano

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